Elogio dell'avvocato ignoto

Liberalizzare la professione forense è possibile

di Luca De Vecchi , pubblicato il 2 novembre 2010
immagine documento
L’Italia è un paese curioso. Tutti gli operatori economici e politici sanno che uno dei problemi del nostro paese, da cui ne derivano molti altri, è lo stato del nostro sistema di amministrazione della giustizia. Nonostante questo, negli anni, pochissimo è stato fatto per migliorare le cose. L’intervento finanziario e di formazione, necessario a velocizzare i processi e a smaltire l’arretrato, viene trascurato a favore di “riforme” che addossino responsabilità e soluzione del problema, su qualche categoria più o meno debole.

Si discute in parlamento della riforma dell’Ordinamento Forense il cui obiettivo sarebbe quello di ridurre, in prospettiva, il numero di avvocati. Per farlo, la proposta di legge introduce nuovi ostacoli per l’accesso alla professione. Si tratta di un provvedimento che, a prescindere dal giudizio di valore sulle soluzioni tecniche adottate, si muove in forte contrasto rispetto all’apertura e liberalizzazione delle professioni iniziata dal decreto Bersani.

Questa legge rappresenta un sussulto protezionistico e corporativo della professione forense che, sfruttando la complicità del Parlamento, aumenta le barriere d’ingresso e la protezione della propria casta a tutto svantaggio di imprese e consumatori. Una riforma di questo tipo inoltre, penalizzerà i giovani praticanti che, già vessati dagli studi legali per gli anni di pratica, pagati poco o nulla, dovranno fare i conti con un muro ancora più alto per poter entrare nell’empireo professionale. Dopo aver studiato anni per ottenere la laurea e aver lavorato in condizioni a dir poco precarie, si trovano a dover subire il peso di anni di lassismo e mancanza di meritocrazia e programmazione.

La liberalizzazione delle professioni dovrebbe essere considerata, da tutte le forze politiche, un obiettivo condiviso per aumentare la mobilità sociale, ridurre i costi per le imprese e rendere più competitivo il paese nel suo complesso. Se questo non dovesse essere sufficiente e se si volesse, giustamente, non illudere migliaia di giovani che la laurea in giurisprudenza garantirà loro un reddito e un lavoro coerente con quanto studiato, si può intervenire implementando, come per le facoltà di medicina, il numero chiuso nelle università.

In particolare, per le professioni forensi, si potrà istituire, nelle Facoltà di Giurisprudenza (al fianco della laurea in scienze giuridiche), un Corso di laurea per le professioni e la consulenza legale, finalizzato all’accesso alle professioni forensi con numero chiuso programmato dal Ministero della Giustizia e dell’Università. In questo modo si effettuerebbe la selezione meritocratica in un momento (18/19 anni) in cui questa possa consentire ai giovani di effettuare scelte diverse evitando di illuderli per poi lasciarli in mezzo alla strada in un momento (intorno ai 27-30 anni) in cui è molto più difficile percorrere strade diverse e ricominciare da capo.

Introdotto il numero chiuso, sarebbe coerente effettuare l’abilitazione alle professioni legali contestualmente all’ottenimento del diploma di laurea lasciando poi ai concorsi pubblici l’accesso al notariato e alla magistratura. Un percorso più lineare, con meno sorprese, fondato su meritocrazia e selezione, che consenta poi al mercato di decidere, attraverso una necessaria dose di concorrenza virtuosa, quale professionista meriti di più di rimanere nel mercato.



Responsabile Nazionale Giovani di Italia Futura. Laureato in Giurisprudenza all’Università Bocconi di Milano di cui è stato Consigliere Accademico per 3 anni e, insieme, Consigliere di Facoltà per 4. Ha guidato il Coordinamento delle rappresentanze studentesche universitarie milanesi. Si occupa di diritto del Lavoro presso lo studio legale Pavia & Ansaldo a Milano.
  • Martedì 27 Ottobre si è tenuto nel cuore di Milano, vicino Piazza Cadorna, il primo incontro di Italia Futura in Lombardia
    Resoconto dell'incontro a Milano
    11 novembre 2009



tag:  giurisprudenza   liberalizzazione   università   meritocrazia  


STAMPA:   per visualizzare la versione per la stampa clicca qui

LASCIA UN COMMENTO | Leggi il DISCLAIMER


#9 da Edmondo Tota, inviato il 6/11/2010
Caro Luca, la liberalizzazione delle professioni intellettuali -talvolta ancor oggi denominate enfaticamente liberali con una terminologia che evoca una tradizione sbiadita molti secoli or sono- o, per esser più precisi, l'apertura del mercato dei servizi legali dovrebbe senz'altro iscriversi tra i temi centrali dell'agenda politica di modernizzazione del paese. La (contro)riforma della professione forense attualmente in discussione in Parlamento costituisce al contrario il risultato emblematico della struttura rigidamente e pervicacemente corporativa delle nostre istituzioni politiche, economiche e sociali. L'emblema della facilità con cui il ceto politico, corporazione di corporazioni, confonde una malintesa e ipocrita concezione burocratica e paternalistica degli ordini professionali con l'obiettivo di assicurare la qualità dei servizi professionali nell'interesse dei clienti. Sia fatto obbligo agli Avvocati di predisporre per iscritto un parere motivato da consegnare al cliente prima di assumere un incarico professionale che ne illustri adeguatamente le prestazioni e gli esiti attesi; si imponga loro un'adeguata assicurazione per la responsabilità civile. Si renda verificabile, trasparente e accertabile dal cliente (e dalle Corti) la "qualità" del servizio e si assicuri rigorosamente che il cliente possa chieder conto (in sede civile e disciplinare) al professionista degli esiti della sua prestazione laddove questi siano difformi dal parere. Ogni macroscopica deviazione da questi principi basilari tesa a rafforzare il monopolio degli ordini costituisce un'indebita e nociva interferenza nella libertà economica degli avvocati e dei clienti o, peggio, un mascherato tentativo di tutela unilaterale della categoria professionale in pregiudizio dei consumatori.
Un'ultima riflessione: il mercato dei servizi legali non è omogeneo; a fronte di un alto tasso di concorrenzialità della professione forense, dovuto all'elevato numero di avvocati abilitati, esistono riserve di attività, in particolare quelle di competenza notarile, che appaiono giustificabili soltanto in società arcaica ad elevato tasso analfabetismo (la legge notarile di derivazione medioevale lo attesta) ed oggi si perpetuano esclusivamente in una prospettiva di tutela delle rendite di posizione del ceto notarile. L'iscrizione ad un albo che certifichi uno standard minimo di professionalità e l'assicurazione contro la responsabilità civile costituiscono garanzie sufficienti per la certezza del diritto e la serietà delle contrattazioni. L'abolizione di queste rendite arcaiche costituisce la vera sfida per la modernizzazione delle professioni e renderebbe politicamente accettabile per tutte le categorie, avvocati compresi, una piena apertura ai principi di mercato. Buon lavoro

#8 da Stefano, inviato il 5/11/2010
Sono molto coinvolto dalla discussione. Sono un giovane (27 anni) impiegato bancario e vedo tanti amici coetanei praticanti avvocati - a carico dei genitori e con prospettive non certo incoraggianti - pentirsi amaramente della scelta fatta studiando (a padova faticosamente) legge. Penso che il problema di fatto non sia solo normativo ma anche etico. Penso sia venuto il momento per le professioni di farsi un esame di coscienza e di valutare in modo molto onesto le condizioni di lavoro a cui costringono i loro giovani dipendenti. Ma ritengo che il problema sia più profondo come dice il sig. Portolan. Il problema di una società che ha sperimentato come anche il benessere non sia immuene dalla legge dei rendimenti decrescenti. Una volta il privilegio conseguente all'avere un titolo di studio era garantito dall'impossibilità per i più di accedervi. Ora che non è più così servono barriere all'ingresso e corsi di laurea estremamente selettivi per garantire che il titolo di studio non si inflazioni. Cordialmente, Stefano Negroni.

#7 da giovanni agnesina, inviato il 3/11/2010
Partecipo all'interessante dibattito con alcuni spunti di riflessione. Sono un avvocato di 43 anni che esercita in una città del Nord-Ovest dove il lavoro non manca ma la professione è in ogni caso è stata stravolta in peggio negli ultimi quindici anni. "Ai miei tempi", fa ridere ma è così, era immaginabile che un giovane avvocato al superamento dell'esame potesse aprire immediatamente uno studio da solo. Vi era il rispetto di una carriera che generalmente continuava con diverse e migliori prospettive di guadagno presso lo studio del dominus che formava l'uomo ed il professionista nel vero rispetto del cliente. Acquisiti con il tempo esperienza e clientela il professionista tentava la carriera da solo o associato con altri colleghi. Ora avvocati nemmeno trentenni, appena passato l'esame, non potendo entrare in studi consolidati, con i soldi della famiglia, aprono studi che non riescono a mantenere nel decoro della professione (aggiornamento,formazione copertura assicurativa). Questi colleghi dopo pochi anni ancora "acerbi" assumono un praticante e lo impiegano come segretaria. Per sopravvivere svendono l'attività a prezzi non ragionevoli e molte volte in nero. Tale situazione incontrollata ha frantumato il mercato squalificato la professione e la colpa è anche della Avvocatura che non ha saputo gestirsi. Ora sta cercando di porre freno in parte con azione di autotutela ma credo sinceramente anche a garanzia del cliente. Una professione che incide sulla libertà delle persone, sui loro diritti fondamentali non può essere esclusivamente regolata dal mercato. Ben venga anche un numero chiuso nelle università come per medicina che selezioni e motivi l'accesso alla carriera forense. Entrambe i tentativi sono meritevoli analizziamoli e sosteniamoli senza preconcetti o ideologie. Avv. Giovanni Agnesina

#6 da bulfarini graziella, inviato il 3/11/2010
E questo provvedimento, in accordo con l'ordine forense, viene varato da un giverno che si dice liberale.
Immaginamoci cosa sarebbe scaturito da un governo conservatore!!!
Povera Italia!!!

#5 da Anna, inviato il 2/11/2010
Sono d'accordo con la massima parte di quello che dici. E' inutile continuare ad innalzare le barriere d'accesso alla professione ex post. Ha molto più senso adottare anche per giurisprudenza il modello del numero chiuso. Anche perchè chiunque voglia, per cultura personale od altro, studiare astronomia per contemplare le stelle piuttosto che studiare legge per meglio comprendere il funzionamento delle istituzioni o affittare una casa (tanto per banalizzare)potrà farlo comunque seguendo delle lezioni o leggendo i giusti manuali.Il numero chiuso, invece, sarebbe un modo utile per "pensare alla salute generale del sistema"; ad un sistema che così selezionerebbe ex ante le persone più motivate e effettivamente interessate. Magari finalmente si avrebbero delle classi meno piene di persone che si iscrivono a giurisprudenza come facoltà residuale, semplicemente dopo aver scartato ogni altro corso di studi.

#4 da Luca de Vecchi, inviato il 2/11/2010
Per motivi di sintesi ho dovuto limitare i dettagli alla proposta. Ma il senso è proprio quello di affiancare al corso di laurea in giurisprudenza dedicato a chi voglia approfondire il diritto per finalità culturali e/o lavorative, un corso di laurea a numero chiuso finalizzato alla formazione professionale dei futuri appartenenti alle cosiddette professioni legali: Avvocati, Magistrati e Notai.

#3 da Dino, inviato il 2/11/2010
Articolo interessante, quello che mi domando è se lo studio della legge non debba essere distinto dall'attività di avvocato, due attività che, seppur parallele e in alcuni casi sovrapposte, dovrebbero essere analizzate separatamente. Lo studio della legge è forse un diritto fondamentale del cittadino in una democrazia e quindi dovrebbe essere aperto e libero a tutti, l'esercizio della professione di avvocato è invece un'attività per la quale dovrebbe operare una selezione. Come risolvere questa dualità, forse implementando un sistema di law schools all'anglosassone che preveda (come anche le medical schools) un percorso post-laurea, selettivo, per l'accesso alla professione legale?

#2 da Giulio Portolan, inviato il 2/11/2010
Supponiamo che un giovane voglia fare l’astronomo, per guadagnarsi da vivere osservando le stelle. Egli si troverà a concorrere per un posto solo insieme ad altri dieci candidati. Passa uno, e i nove rimasti non potranno mai entrare in un osservatorio astronomico, per poter passare tutta la vita a osservare le stelle. Perché ? Perché la società considera più importante la competizione e concorrenza piuttosto che la realizzazione del sogno di un giovane. L’analisi si allarga. I giovani non vogliono fare il falegname, l’elettricista, l’idraulico, ma vogliono essere commercialista, avvocato, medico. Se Milioni di uomini possono studiare, è possibile che la maggioranza di essi potrà essere al livello di un professionista. Ma la società respinge il desiderio di questi giovani. La società è una struttura piramidale che io definisco rigida. Questo concetto è molto preciso, e si unisce a quello della mobilità sociale. La piramide sociale è rigida perché in ogni società è necessario che, ad esempio, su dieci uomini, uno sia l’architetto, uno sia l’ingegnere, un altro sia il geometra, e i sette rimanenti siano gli operai che, pur avendo una considerazione sociale (si crede) inferiore, devono materialmente costruire l’edificio. La mobilità si inserisce in questo esempio, perché è il meccanismo della selezione dei dieci uomini che, partendo dagli studi iniziali, dovranno essere direzionati, in base al merito, verso i rispettivi mestieri. Ne consegue che questi 120 mila avvocati che sono in Italia sono la conseguenza del fatto che un gran numero di giovani ha potuto collocarsi sulla scala alta della piramide sociale, mentre (come riferiscono i dati) molti mestieri operativi sono senza lavoratori. Da un lato, è giusto che ogni giovane possa studiare, e laurearsi, dall’altro la società è questa piramide che richiede una opportuna allocazione dei lavoratori, e quindi definizione dei loro percorsi di studi. Perché, se un giovane vuole fare l’avvocato, non dovrebbe poterlo fare ? O l’astronomo ? Io credo che molti mestieri, considerati socialmente inferiori, debbano oggi essere insegnati all’università, per divenire attraenti. Ma credo anche che vada ripensato tutto il sistema. Faccio un esempio: se il giovane può divenire professore universitario studierà tutta la vita. Non gli si consente di divenirlo. Egli cessa di studiare. Non è questa una grossa perdita di potenziale ? Non ha l’uomo il diritto di vivere osservando e studiando le stelle e il cosmo ? Comprendo la necessità del numero chiuso all’università, e nel contempo vado oltre ad esso, perché numero chiuso significa che il giovane cesserà di studiare, e ciò comporta necessariamente una perdita di arricchimento del tessuto culturale della nazione. Andrebbe invece forse data a tutti l’opportunità di studiare all’università, prevedendosi però, per la selezione, differenti livelli accademici, di rimunerazione e di occupazione corrispondente ad essi.

#1 da Livio Teodoli, inviato il 2/11/2010
Faccio l'avvocato da oltre 30 anni, queste idee che lei espone sono molto interessanti e in grandissima parte da me condivise. E' lampante quanti e quali benefici darebbero al sistema alcune serie liberalizzazioni; tuttavia i miei colleghi (e in buona parte, lo ammetto, anch'io) sono più intenti a far fruttare le loro rendite di posizione che a pensare alla salute generale del sistema. Per questo se il cambiamento deve venire non può che passare da voi che siete all'inizio del vostro percorso professionale. Quindi, un grande augurio di successo per le sue battaglie



nome

email
cap
link

commento
Inserisci il codice di verifica:
Ascolta il codice segreto

 


Conosci ItaliaFutura
Il progetto, le persone, le attività
Rimettiamo in moto il Paese
La contro manovra di Italia Futura
Associazioni regionali
Italia Futura nel territorio
Partecipa!
Vuoi collaborare alle attività di Italia Futura?


nome

cognome

carica

amministrazione

Nazione
Provincia
Comune

Mi piace questa proposta e voglio aderire
email
cap



nome e cognome
email
cap
scuola

commento

nome e cognome

email
cap

Racconta