Rilanciare le liberalizzazioni

La libera concorrenza facilita la ripresa economica

di Innocenzo Cipolletta , pubblicato il 29 ottobre 2010
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Con la crisi gli statalisti di tutto il mondo hanno tirato un sospiro di sollievo: basta parlare di liberalizzazioni con tutto quello che sta succedendo! E in effetti in molti paesi c’è stata una vera avversione alle liberalizzazioni, come se la crisi attuale fosse da addebitare all’eccesso di mercato creato negli anni precedenti. I politici italiani, che hanno sempre visto con sospetto le liberalizzazioni, non si sono fatti scappare l’occasione e questo Governo ha chiuso la porta alle liberalizzazioni che erano state avviate nella breve stagione del governo precedente.

Non si sente più parlare di liberalizzazioni nei servizi locali; le autorità di controllo del mercato sono lasciate languire, al punto che molte (dalla Consob a quella per l’energia, fino a quella degli appalti pubblici) sono decurtate di presidenti e di componenti; vengono emanate dal Ministero per l’Economia norme coercitive per la composizione e il funzionamento dei consigli di amministrazione anche per società partecipate da capitali privati. Intanto continua l’ingresso di imprenditori privati nei settori protetti, sicché l’Italia sta procedendo verso forme di privatizzazione dell’economia senza liberalizzazioni. E questo è un processo pericoloso, perché si formano posizioni monopolistiche detenute anche da privati cittadini, con interessi che ledono quelli dei consumatori ma ingrassano quelli dei detentori di capitali.

In effetti nel corso degli ultimi anni, anche a causa della globalizzazione e dell’accresciuta competizione da parte dei paesi emergenti, in Europa si è assistito ad un trincerarsi di molti capitali privati nei settori del mercato interno, meno esposti alla concorrenza. In Italia questo fenomeno si è manifestato con riferimento al mercato dei servizi pubblici, che sono stati solo parzialmente liberalizzati. Spesso si è confusa la liberalizzazione dei servizi con la loro privatizzazione, con effetti negativi per il mercato e per i cittadini. È così che il completamento del processo di liberalizzazione trova oggi ostacoli non solo da parte degli amministratori pubblici, ma anche da parte dei privati che già sono presenti in molti mercati e che beneficiano delle protezioni ancora in essere. E basti vedere come tra le principali società italiane, quotate o meno, spiccano ormai quelle che gestiscono servizi regolamentati o operano in settori che hanno una qualche protezione regolamentare.

Occorre invece rilanciare una stagione delle liberalizzazioni con l’istituzione di sistemi di controllo per verificare che la concorrenza sia relativamente libera e che i consumatori non siano danneggiati dal convergere degli interessi pubblici e privati. Le liberalizzazioni, oltre a consentire servizi a più basso prezzo per i cittadini potrebbero così facilitare una ripresa economica che ancora langue nel nostro paese. Ed è anche per questo che il governo dovrebbe rilanciarle al più presto.


Economista, è presidente dell'Università degli Studi di Trento dal 2003. È componente di vari consigli di amministrazione. È economic advisor dell'Ubs Italia. È editorialista de "Il Sole 24 Ore" e autore di diversi saggi scientifici e collaboratore di riviste specializzate. È stato insignito dal presidente della Repubblica dell'onorificenza di Cavaliere di Gran Croce.


tag:  liberalizzazioni   globalizzazione   concorrenza   privatizzazione  


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#10 da Giovanni Rao, inviato il 1/12/2010
Il pensiero liberale, che è imperniato sulle iniziative individuali e che interpreta la società come il risultato delle stesse, non conosce ancora in Italia, al di là delle tante declamazioni, una vera stagione di attualità.
La verità è che le quotidiane “ conversioni al liberalismo”, senza una rigorosa frontiera tra la coerenza ideale e la menzogna politica, non hanno consentito al nostro Paese di uscire dall’errore intellettuale del social-statalismo fondato sull’ “ordine decretato”.
Ecco perché le liberalizzazioni possono essere solo scimmiottate come ha fatto il precedente Governo ma non realizzate davvero ed integralmente nei settori da Ella evidenziati.
Occorrono uomini di autentica cultura liberale, che mancano anche in questo Governo, perché l’impresa possa essere il centro dinamico della vita economica, la sola capace di innovare e rinnovare, di modificare risorse e di creare lavoro, di diffondere e di ridistribuire ricchezza.
Liberalizzare l’economia prevedendo poche regole essenziali significa anche modernizzare la società civile.
Giovanni Rao

#9 da Luigi Facchini, inviato il 30/11/2010
Condivido pienamente l'opinione di Cipolletta. Desidero aggiungere che più studi di un certo prestigio hanno già dimostrato gli effetti benefici che un programma di reale liberalizzazione di alcuni settori avrebbero per l'economia del Paese. Potremmo proiettare tassi di crescita del PIL significativamente più alti e il livello di disoccupazione si ridurrebbe notevolmente. Mi piacererebbe che in un prossimo programma di governo si inserissero in agenda i seguenti punti: liberalizzazione spinta dei mercati farmaceutico, assicurativo e bancario; abolizione di ordini professionali (avvocati, giornalisti, notai ecc )

#8 da Rocco, inviato il 2/11/2010
Caro Professor Cipoletta,
è con ammirazione che leggo oggi il Suo ottimo articolo sulle liberalizzazioni. Sono uno studente di un corso di laurea specialistica ad indirizzo economico di un ateneo privato della Capitale, e provengo da un'altro ateneo privato lombardo-laziale. Mi sono sostenuto negli studi attraverso le borse di studio che, con immenso dispiacere, leggo oggi su un articolo di Repubblica sono state decimate per i prossimi anni! Credo fermamente nella riforma delle liberalizzazioni (IO, figlio di un operaio), infatti è da qualche mese ormai che leggo articoli e libri di tre italiani di cui possiamo andare orgogliosi all'estero: i Professori Alesina, Ichino e Giavazzi. Sono convinto che solo attraverso le liberalizzazioni si possa garantire un sistema economico basato sulla meritocrazia, elemento di rilancio per il Nostro Paese. Attualmente ci troviamo in un sistema "bloccato", in cui è più importante il cognome che le capacità; gli ordini professionali (situazione che mi tocca personalmente) come tanti altri settori sono bloccati: come faremo noi figli di operai e impiegati a farci spazio in una categoria ostile al nostro ingresso?! Come faremo ad essere più competitivi se introducono tariffe minime ecc..!?? E' per questo che bisogna continuare il lavoro cominciato da Bersani, e lo dico davvero non per fare propaganda ad un politico (Non ho votato il PD alle ultime elezioni!!!) ma bensì per cercare nel mio piccolo di sensibilizzare persone come Lei e gli economisti prima citati a fare qualcosa per tirare Noi giovani fuori da questo fango che i politici ci continuano a buttare addosso!
Siete Voi la nostra speranza!

#7 da Francesca Di Prima, inviato il 1/11/2010
La cosa ridicola è che proprio questo governo aveva il dovere di spingere verso le liberalizzazioni perchè in un Paese che si definisce liberale esse sono un processo che può portare crescita economica e rispondono ad esigenze di libera scelta o di autonomia. Invece hanno confuso le liberalizzazioni con il liberismo. Abbiamo un Governo che ha fatto delle corporazioni il suo bagaglio di voti e dove il mantenimento di lobbies è merce di scambio perchè questo Governo resti in piedi!!!! Si brancola nel buio.

#6 da alessio, inviato il 31/10/2010
Abbiamo votato convintamente per il governo Berlusconi, lo abbiamo fatto più volte, negli ultimi 15 anni. Lo abbiamo fatto nella speranza che questo fosse il governo delle riforme, del rinnovamento, del liberalismo nell'economia e nella filosofia politica. Con amarezza e dopo molti anni, ci dobbiamo arrendere alla dura realtà: corporativismo, lobbismo, monopolismo e statalismo, sono i veri cardini che guidano l'azione di governo. Altro che governo liberale, altro che popolo della libertà. in pochi mesi ci siamo affrettati anche a superare quei piccoli segnali di liberalizzazione compiuti dal governo precedente. Dovevamo ridurre la spesa pubblica, abolire le province, abbassare le tasse ed invece abbiamo bloccato la liberalizzazione delle farmacie, delle licenze dei taxy e reintrodotto le tariffe minime per gli avvocati. Non capisco neppure perchè fino ad ora non ci sia stata l'insurrezione dei ceti produttivi del paese. Che cosa deve ancora accadere prima che si prenda atto che bisogna cambiare passo e direzione di marcia?

#5 da Flavio, inviato il 30/10/2010
Ottima Opportunità di discussione per parlare ad esempio della RAI. Sembra un'azienda, con riferimento alle basse linee operative e alla gestione sei singoli programmi televisivi, PLURILIBERALIZZATA nonostante sia a tutti gli effetti una Pubblica Amministrazione. E' davvero infatti singolare come si sono negli anni moltiplicati e conosolidati in RAI miriadi di centri di potere attorno a Registi conduttori e soprattutto a società esterne che decidono autonomamente migliaia di piccoli contratti sulla base di scelte completamente autonome, frivole e per motivi che molto spesso generano le notissime modalità immorali di accesso al mondo della TV. Se questa TV è privata ci si può amareggiare, se questa TV si chiama RAI ed è un servizio pubblico, ci deve impegnare per rivoluzionare questi surreali e tutti italiani meccanismi decisionali assolutamente incontrollati e viziosi. Tali meccanismi, silenti e singolarmente non rilevanti, nel loro insieme generano e decidono su costi per milioni e milioni di euro ed hanno sensibilmente contribuito nel tempo alla attuale situazione di dissesto dell'azienda. E' incredibile come non si trovi inoltre un organigramma di fuzionamento chiaro dell'azienda RAI che spieghi ruoli, funzioni e responsabilità in tutte le sue diramazioni. Avviare un importante riforma interna e di riorganizzazione aziendale, soprattutto per le linee operative e di produzione, è sicuramente di meritevole di urgenza e perentorietà e sarebbe la soluzione migliore per un intervento tempestivo. Nel medio termine, però, la liberazione nelle modalità intese ed argomentate da Innocenzo Cipolletta può sicuramente essere una soluzione più stabile e radicale ed efficace ai fini di uno "scossone" per un virtuoso cambiamento organizzativo in azienda.

#4 da Giulio Portolan, inviato il 29/10/2010
C'è sul televideo la notizia che un giovane su quattro è senza lavoro. La causa deve essere dovuta al fatto che i giovani si sono spostati verso studi elevati (l'università è per la classe dirigente, la quale è ristretta), per cui si spiega sia il fatto che essi non trovano lavoro, sia che ci sono molti posti di lavoro liberi, a cui essi non aspirano. La causa quindi è la bassa attrazione che questi lavori esercitano sui giovani. Hanno ragione i giovani: tutti i lavori devono essere attraenti, con un profilo intellettuale, anche quelli operativi. Perchè il Governo, sia di destra che di sinistra, anzichè dire ai giovani di accogliere i mestieri "umili", non svolge un'opera di rivalorizzazione di questi mestieri ? Un altro esempio che dimostra che il criterio di base di ogni azione politica deve essere quello psicoterapeutico.

#3 da Bruno Pierozzi, inviato il 29/10/2010
Le liberalizzazioni - non privatizzazioni - come descrive e chiarisce Cipolletta nell'articolo, avrebbero certamente un impatto positivo in un paese normale. Purtroppo l'Italia attualmente non è un paese normale, ma uno stato dove convivono i peggiori corporativismi e particolarismi a danno dell'interesse generale della nazione. Il tentativo - fallito - intrapreso da Bersani nel 2006 con le cosiddette "lenzuolate" si è scontrato con i peggiori corporativismi, da quello della categoria dei tassisti, passando per i farmacisti, i notai, gli avvocati. Il paradosso è che per questi soggetti la liberalizzazione equivaleva a un condizionamento statalista contro la libertà della loro categoria! Si aggiunga in questo panorama l'avanzare di una cultura particolaristica rappresentata dalla Lega, che parcellizza l'interesse categoriale in ambiti territoriali sempre più ristretti. Credo che le liberalizzazioni per essere davvero realizzate abbiano bisogno di uno stato forte e coeso, che non si lasci intimidire da nessuna difesa categoriale e particolaristica. Se invece le liberalizzazioni si riducono a quelle messe in atto in questi anni nel settore energetico, dei trasporti e della telefonia si trasformerebbero nell'ennesima presa in giro per i cittadini. Queste finte liberalizzazioni non portano infatti alcun beneficio ai cittadini, né in termini economici, né in termini di funzionalità del servizio. Si faccia allora della vera concorrenza, a partire dal settore - scandaloso - dei taxi a Roma, i cui autisti chiedono sempre aumenti delle tariffe e offrono in cambio un servizio pessimo. Sono invece propenso a mantenere un forte intervento pubblico nell'economia, sopratutto nell'ambito del sostegno alle imprese. Oggi occorrerebbe una nuova IRI, sopratutto per le piccole e medie imprese. Ahimè attualmente non abbiamo al governo dell'economia personaggi come Beneduce e Menichella, ma soltanto magliari e incompetenti, scelti perché fedeli all’uomo del “bunga bunga”.


#2 da Giulio Portolan, inviato il 29/10/2010
Ci sono forti e ragionevoli pressioni corporative, che si oppongono alle liberalizzazioni. E' vero infatti che queste riducono per tutti i margini di guadagno. Ma esse servono a rendere flessibile il sistema-Paese, per renderlo competitivo nel lungo termine, nel tempo della globalizzazione. Da un lato, si vogliono difendere le posizioni di rendita (sempre l'impresa vive di "rendita", la quale è la sua quota di mercato, che può essere considerata una rendita perchè stabile. Nessuna impresa vorrebbe competere); dall'altro lato, ciò rende rigido il sistema competitivo, e così vulnerabile alla concorrenza globale. Le liberalizzazioni impoveriscono le imprese, perchè incrementano il numero degli attori, riducono quindi i prezzi e così i profitti. Ma esse sono necessarie in questo tempo storico, per rendere maggiormente flessibile il sistema e renderlo più forte davanti alla concorrenza globale. Relativamente al problema delle liberalizzazioni bisogna interrogarsi sul fatto che esse favoriscono l’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro, ma potrebbero abbassare i guadagni di alcune categorie produttive, come quelle dei professionisti. Poi c’è un altro aspetto da considerare. La crisi dell’Occidente non è crisi globale. In Oriente c'è crescita. La crisi può essere la conseguenza dell’unione dei mercati del mondo, in cui i mercati sviluppati vedono una crisi in corrispondenza, per effetto osmotico, dello sviluppo dei mercati meno ricchi e in crescita. Questo processo potrebbe essere in un primo momento incrementato dalle liberalizzazioni. Ma se queste non avvengono, il processo si verifica lo stesso, per i capitali (investimenti) e le risorse energetiche e lavorative (delocalizzazione), e la rigidità di sistema dell’Occidente potrebbe acuirne la crisi. Non può esserci infatti risposta efficace alla crisi se il sistema non persegue l’allocazione più efficiente delle risorse. Per questo esse devono essere smobilizzate. L’iniziale impoverimento, conseguenza dell'effetto osmotico globale, provocato e incrementato dalle liberalizzazioni, sarebbe seguito dal riallineamento dei redditi, che si verificherebbe simultaneamente nel mondo, insieme ad una crescita di tutto il sistema globale. La crisi in atto è solo una crisi di aggiutamento tra le economie del mondo, provocata dalla loro fusione. Il loro allineamento richiede le liberalizzazioni.

#1 da Marco Montermini, inviato il 29/10/2010
Ecco, questa sì che è una VERA PRIORITA'. Ma in Italia i liberali sono in minoranza ovunque...soprattutto nei due partiti più grandi, purtroppo. E la cosa buffa è che invece Berlusconi si definisce "un liberale"...per carità, al massimo è un CORPORATIVISTA.



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