Liberalizzazioni addio

La deriva del neostatalismo municipale

di Linda Lanzillotta , pubblicato il 18 ottobre 2010
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Se non ci sono soldi per fare le riforme necessarie a stimolare la crescita e a mettere qualche pietra per il nostro futuro, si potrebbero almeno fare le riforme che non costano ma che rendono moltissimo.E’ questo il caso delle liberalizzazioni, tema non solo sparito dall’agenda politica ma ormai guardato con qualche sospetto dalla cultura antimercatista che sta prendendo piede anche in Italia. Paese in cui, peraltro, la cultura del mercato non è mai stata nel dna della politica. E così gli interventi annunciati sono stati richiusi e sepolti nei cassetti e le poche riforme che sono andate avanti sono state svuotate di contenuto.

Così è avvenuto per la liberalizzazione dei servizi pubblici locali che sarebbe dovuta diventare la bandiera del centrodestra e della sua rivoluzione liberale e che, invece, è stata definitivamente annacquata e depotenziata dalle ultime norme introdotte dal regolamento di attuazione; e si può essere facili profeti nel prevedere che, quando arriverà l’ora x della effettiva entrata in vigore della riforma, fissata per ora addirittura al dicembre 2011, arriverà un decreto milleproroghe a spostarla ancora più in là. Il fatto è che quella dei servizi pubblici locali sarebbe davvero la riforma delle riforme perché non solo aprirebbe enormi opportunità in un settore fondamentale dei servizi, ma perché realizzerebbe anche una silenziosa ma profonda riforma della politica. Perché oggi è lì, nelle società municipali (oltre che nella sanità) che si costruisce il potere dei partiti e delle correnti, quelle sono le leve attraverso cui si condiziona l’economia del territorio e le sue imprese. E in una fase di assoluta debolezza dei partiti nazionali, il potere nei territori pesa e condiziona ancora di più che nel passato anche le scelte nazionali.

Lo sa bene la Lega Nord che ieri si ergeva a difesa delle piccole imprese del territorio soffocate dalle tariffe imposte dai piccoli, inefficienti e voraci monopoli pubblici locali e oggi, che si è insediata nei comuni, nelle province, nelle regioni e ha deposto l’antico spirito rivoluzionario, difende a spada tratta quel sistema che è diventato parte essenziale del suo sistema di potere.

Sarà forse per questo che il Ministro dell’Economia non si occupa della questione così come non si è mai occupato in questi mesi di accelerare l’apertura dei mercati del trasporto, dei servizi postali, dei servizi idrici attribuendo le relative competenze regolatorie, né si è occupato di sottrarre finalmente la rete gas al controllo diretto del monopolista. Eppure sono interventi che spingerebbero in alto il nostro PIL. Ma opporsi ai variegati interessi dei monopolisti, anche se non costa soldi, richiede molto coraggio politico: evidentemente di quello ce n’è ancora meno!







Linda Lanzillotta, deputato, è membro della Commissione Affari Costituzionali della Camera. Ha fatto parte del Governo Prodi come ministro per gli Affari regionali e le Autonomie locali. Tra i suoi incarichi anche quello di segretario generale della Presidenza del Consiglio dei ministri.



tag:  liberalizzazioni   servizi   centrodestra   lega nord  


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#4 da simone, inviato il 18/10/2010
Noi utenti, comunque vada, faremo sempre da incudine.
Se i servizi pubblici sono gestiti dai politici, questi si fanno a carne di porco facendone fonte di voti di scambio, di potere e spesso anche di lucro personale. Se tali servizi vengono privatizzati, in una nazione come la nostra dove non esiste concorrenza ma cartelli che decidono a loro piacimento, avremmo degli oneri di utenza fuori controllo e questo si verifica spesso, visto gli interventi dell'Autority. Perciò quando si parla di "enormi opportunità" vorrei che spiegaste anche per chi.
Ritengo la privatizzazione una contesa tra politici e poteri economici.
Noi siamo fuori dal gioco, noi siamo solo incudine.

#3 da pietro napoleoni, inviato il 18/10/2010
Quello delle liberalizzazioni è un tema suggestivo che affascina i mercatisti ma che spaventa gli antimercatisti preoccupati dal fatto che liberalizzando si rinuncia di fatto ad una leva di direzione della politica economica con il rischio concreto di generare situazioni di monopolio o di cartello che possano comunque assumere posizioni dominanti tali da distorcere le politiche economiche di governo.
Il rimedio dovrebbe stare evidentemente nelle competenze e nelle capacità operative delle istituzioni regolatrici i cui poteri sanzionatori, allo stato, sembrano essere sostanzialmente quelli di segnalazione a Governo e Parlamento sull' applicazione della normativa concorrenziale e sulle distorsioni delle regole della concorrenza.
Ma siamo sicuri che contestualmente alla liberalizzazione dei servizi pubblici locali si possa determinare una maggioranza parlamentare orientata ad attribuire alle autorità regolatrici competenze e poteri tali da sanzionare in concreto tentazioni monopolistiche o di cartello?

#2 da Massimiliano, inviato il 18/10/2010
Le liberalizzazioni sono un argomento che hanno accompagnato tutto il periodo di vita della cosidetta Seconda Repubblica. Dovevano essere la panacea da ogni male del nostro paese. Dopo 20 anni che se ne parla credo che gli unici effetti si sono avuti nella telefonia mobile settore esploso nell'ultimo ventennio ma nel quale pochi grandi operatori la fanno da padrone, nella nascita di una miriade di SpA municipalizzate in tutta Italia che rispondono soltanto allo logica di "cambiare tutto per non cambiare niente", e forse l'unica liberalizzazione vera è stata nelle licenze per aprire un ristorante e simili ma se prima dell'euro per una birra ed una pizza si spendevano 12.000 Lire adesso ci vogliono sempre 20 Euro a testimonianza del fatto che liberalizzare non basta affinché si abbiano dei benefici per la collettività. La parola liberalizzazione è svuotata di significato, sulla la "ggente" elettorato la lotta per le liberalizzazioni non ha più appeal, la nostra classe dirigenziale politica non sa che pesci prendere e si sa solo parlare addosso e quindi come può arrivare a dare sostanza ad una bella parola che fa rima con libertà ma senza progetti concreti resta solo una parola fatua??!!

#1 da Giulio Portolan, inviato il 18/10/2010
Il contributo più rilevante della Lega alla Nazione italiana sta nel federalismo politico, di cui quello fiscale è un aspetto [molto secondario, perché prima del federalismo fiscale deve venire il federalismo economico], e nella suddivisione dell’Italia nelle tre macro-aree NORD-CENTRO-SUD (dovuta al prof. Miglio). Qui si esaurisce quindi lo scopo storico di questo importante partito. Il federalismo politico è favorito per il fatto che le regioni in Italia sono perfettamente delineate. Le capitali delle tre macro-aree appaiono naturalmente essere Milano, Roma e Napoli (piuttosto che Palermo). Meglio forse dire macro-area che macro-regione, perché questa suddivisione può avere un significato economico (federalismo economico). Il federalismo politico inoltre deve segnare la fine del localismo: comune, provincia e regione, incentrati sulle città principali (capoluoghi di regione e di provincia) devono essere i tre livelli dello stato-apparato, da identificare con lo stato-ordinamento (Repubblica), perché il cittadino deve sentire la presenza dello stato nel locale (non può più bastare l’ufficio del prefetto). E’ questo quello che potrebbe essere definito il federalismo unitario. Nella classificazione del poteri mi pare che Weber non parli del “potere simbolico”. Questo è il maggiore potere dello stato, dello “spazio pubblico”, di quell’ideologia dello stato che dà senso ad esempio alla scuola pubblica. Lo stato deve avere una sua presenza nel mercato sottoforma di imprese pubbliche, che competono con le imprese private, e segnano gli standard della perfezione (statualità come forma di eccellenza amministrativa). Per il resto lo stato deve essere alleggerito, e sui profilo economici di interesse strategico esso può esercitare un controllo pubblico, che non interferisca con i meccanismi dell’efficienza dell’impresa privata. Quindi privatizzare tutto quello che si può privatizzare. La questione della liberalizzazione è più complessa. Liberalizzare significa consentire a più attori di concorre in uno stesso mercato. Ciò può generare due inconvenienti, di cui uno solo analizzato dall’economia politica: l’abbassamento dei margini di profitto per tutti gli attori, in conseguenza dei minori prezzi spuntati sul mercato. Ciò non è positivo. Per questo si resiste alle liberalizzazioni, con la pressione della società corporativa sui governi. Il secondo aspetto può costituire una critica all’economia di mercato. Se più attori competono, ci sono quindi più prodotti per una stessa domanda. Il consumatore ne sceglie uno, quindi gli altri non sono venduti. La conseguenza è il fallimento delle imprese concorrenti e la distruzione dei prodotti in eccesso.



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