Due anni passati a
Karachi, in Pakistan e ora da un anno e mezzo nel
Guangdong, la fabbrica del mondo, nel sud della Cina. L’Italia nel mezzo, perché quello che all’apparenza è un viaggio verso Oriente, in verità è
un viaggio nel tempo. Il passato, in Pakistan, che conserva a
Moenjodaro le rovine di una civiltà sviluppatasi 2600 anni prima di Cristo. Il futuro in Cina, per mille motivi, basta leggere i giornali: è qui dove nei prossimi decenni si decideranno le sorti del mondo.
L’Italia in mezzo, non come presente, ma come passato prossimo. Ho 33 anni, lavoro come direttore della filiale cinese di un’azienda italiana. Italiani e cinesi non sono poi così diversi, hanno una storia di emigrazione e sacrifici, e tra i popoli che viaggiano sono quelli che mantengono più forti le radici con la propria terra. Amiamo spendere tempo con gli amici, mangiare e bere ma, con gli stimoli giusti, sappiamo anche lavorare sodo e fare sacrifici. La differenza è tutta qui, negli stimoli. I cinesi hanno fame e rabbia, sono rimasti immobili per troppo tempo e ora vogliono correre. E’ il loro modo di sentirsi liberi.
L’Italia invece - sembra così a noi viaggiatori che ogni tanto torniamo a casa - è passiva.
Non vede un futuro, ha paura. Gli italiani si accontentano di ciò che hanno. Dovrebbero viaggiare di più ed andare a vedere che servizi esistono in altre parti del mondo.
Meritiamo di più. Il problema non è neanche la disponibilità delle risorse, ma l’uso malsano che se ne fa. Lo spreco, in primis nelle risorse umane, partendo dal pubblico servizio. Quanta gente demotivata, felice del proprio lavoro forse neanche a fine mese, quando apre la busta paga.
Per non parlare degli immigrati.
Abbiamo ingegneri africani o indiani che lavorano come spazzini o venditori ambulanti. Se dessimo loro opportunità potrebbero fare molto di più per il nostro Paese. Crediamo che si possa essere italiani solo per diritto di sangue, ma già i romani credevano nell’integrazione dei popoli che aderivano ai principi fondanti la loro civiltà. Diamo il benvenuto a chi viene a lavorare da noi, con noi, come molti paesi, la Cina in primis, danno il benvenuto alle intelligenze che si trasferiscono da loro. La sfida è questa, riscoprire i valori della nostra cultura e saperli rinnovare e promuovere.
L’Italia è amata più nel mondo che in patria. I nostri politici in primis dovrebbero dare un esempio positivo, ed è per questo che speriamo in un rinnovamento della classe dirigente. Perché
la responsabilità, in ambito politico come in ambito aziendale, deve essere in primis per i dirigenti. E se non arrivano i risultati, allora è il caso di cambiare.
Francesco Grillo è direttore della filiale cinese di un'importante
azienda italiana. Dopo la laurea in giurisprudenza e un master presso
l'Ice, ha diretto per due anni la filiale di un'altra azienda italiana
in Pakistan.