Il rigore e gli investimenti
Berlusconi riprenda le redini della politica economica
di
Italia Futura ,
pubblicato il 12 ottobre 2010
Il 22 luglio del 2008 Ernesto Galli della Loggia iniziava un suo editoriale sul Corriere della Sera con questa provocatoria domanda: “servono a qualcosa, al Governo Berlusconi, i ministeri dell’Istruzione e della Cultura?”.Questa domanda sembra aver trovato una risposta nelle parole attribuite la scorsa settimana al Ministro Tremonti (e mai smentite): “La gente non mangia cultura”. Difficile trovare una frase più emblematica dell’incapacità della politica di progettare il futuro del paese.
Come un Ministro dell’Economia dovrebbe ben sapere in Italia la cultura sfama direttamente milioni di cittadini e contribuisce in maniera determinante a rafforzare il “marchio Italia” che sostiene milioni di piccole e medie imprese. Viene da chiedere al Ministro su cosa l’Italia dovrebbe investire se non sulla valorizzazione del proprio patrimonio artistico e culturale? In paesi come Francia, Germania, Spagna, che hanno giacimenti di cultura inferiori a quelli italiani, mai sarebbe venuto in mente ad un Ministro di liquidare con una battuta malriuscita un tema fondamentale non solo per la crescita economica ma anche per la qualità della vita civile di un paese e per la sua stessa identità. Ciò che fa più riflettere è il modo sbrigativo e lapidario con cui il Ministro Tremonti usa archiviare, oramai da tempo, ogni argomento su cui occorrerebbe spendere un pensiero articolato e avviare un confronto approfondito.
Non possiamo più accontentarci dell’immobilismo che si trincera dietro un rigore a la carte. Non ci sono soldi da investire per la cultura, per le infrastrutture, per la ricerca, per il taglio delle tasse, per la giustizia, per la scuola, per i servizi alle famiglie. In una parola non ci sono risorse per la crescita e per gli investimenti. Mai una volta che mancassero però i fondi per alimentare la spesa pubblica improduttiva (provincie in testa) o i costi della politica. Compito della politica è trovare e proporre soluzioni al paese. Tagliare gli sprechi in tutti i settori (cultura inclusa) è sacrosanto ma bisogna spiegare: come si intende procedere, quando ci saranno delle risorse da investire, con che criterio verranno assegnate in maniera da incentivare anche gli investimenti dei privati. Il tax credit proposto per il Cinema, che Tremonti ha sommariamente liquidato, va proprio in questa direzione. Una misura capace di convogliare investimenti privati tagliando sprechi e riducendo l’intermediazione politica.
Tenere in ordine i conti dello Stato è un mestiere fondamentale e difficile che il Ministro Tremonti ha dimostrato di saper fare bene ma se l’incapacità di pensare alla crescita trasforma di fatto il Ministero dell’Economia in un Ministero del Bilancio allora sarebbe auspicabile che il Presidente del Consiglio si facesse carico in prima persona delle scelte fondamentali di politica economica.
Lo ripetiamo il rigore è importante, la crisi economica e finanziaria potrebbe riacutizzarsi, ma ci sono due questioni che non possono più essere eluse: primo nessun soggetto (azienda o nazione) può sopravvivere a lungo di solo rigore senza investire; secondo chi ha l’onere e l’onore di ricoprire un importante incarico di governo ha anche il dovere di spiegare al paese le sue scelte senza indulgere in atteggiamenti di autosufficienza. Anche perché, come al solito, il paese reale non si ferma. Imprese e lavoratori continuano a combattere senza potersi permettere di ammainare la bandiera. Berlusconi lo sa bene, è stato un grande imprenditore proprio del settore della cultura e dello spettacolo. Il suo DNA è sempre stato quello dell’attaccante e soprattutto su questo ha costruito i suoi successi imprenditoriali e politici.
In questi giorni un bel film italiano “Benvenuti al Sud”, prodotto dalla società del Presidente del Consiglio, sta dimostrando come non solo il nostro cinema sia in ottima salute ma anche come una commedia intelligente e ben fatta possa aiutare a sfatare i falsi miti sulle presunte incompatibilità tra Sud e Nord. Una storia che piace perché mostra un’Italia che vuole superare divisioni e spaccature.
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