Elogio del medico ignoto
La latitanza della politica sanitaria
di
Francesco Macchia ,
pubblicato il 12 ottobre 2010
C’è una strana incoerenza tra quello che tutti noi singolarmente riteniamo prioritario e ciò che viene percepito come tale dal sistema Paese. Ciascun cittadino non vacillerebbe nel definire la salute (personale e dei propri cari) come il bene più prezioso eppure la Sanità è da lungo tempo esclusa dall’agenda politica.
Probabilmente siamo assuefatti ai privilegi del nostro sistema sanitario, probabilmente anni di servizi offerti in modo gratuito, e ragionevolmente equo, hanno fatto dimenticare ai cittadini (forse) ed alla classe politica (certamente) il suo valore e la sua importanza.
Ormai l’economia, e le preoccupazioni ad essa connesse, hanno spodestato la Sanità nonostante tutti gli studi concordino che, in un’ottica di lungo periodo, il contributo di quest’ultima all’economia è positivo e non trascurabile.
E così nell’ultimo decennio in Italia si sente parlare di Sanità solo in merito al suo costo. Da anni nei convegni si discute solo l’efficienza del sistema (chiaramente indispensabile per la sua sostenibilità) dimenticando troppo spesso l’efficacia nell’obiettivo di tutela della salute. E da un decennio anche manovre e riforme hanno obiettivi strettamente economici e mancano totalmente di respiro strategico.
Sembra ormai inesorabilmente lontano quel lungimirante momento rivoluzionario che nel 1978 istituì il Servizio Sanitario Nazionale affermando i principi della generalità dei destinatari, della globalità delle prestazioni e dell’uguaglianza di trattamento. Principi che ancora costituiscono l’essenza di un moderno sistema finalizzato alla tutela della salute dei singoli e della collettività.
E sembra lontanissimo pure lo spirito riformatore che tra il 1992 e il 1999 ha innovato radicalmente l’assetto organizzativo, con l’aziendalizzazione delle USL, mantenendo però ben saldi i principi egalitari.
La recente riforma del Titolo V ha invece introdotto un federalismo che sta producendo veri e propri Servizi Sanitari Regionali che, se da un lato generano efficienza, dall’altro producono inevitabilmente iniquità che minacciano il diritto costituzionale espresso all’articolo 32.
A fronte di questo il Ministero della Salute è stato prima considerato un orpello secondario da accorpare nel Welfare, per poi tornare indipendente a fine 2009, ma sotto la tutela dell’Economia e virtualmente senza portafoglio. Di conseguenza il potere di indirizzo a livello centrale viene esercitato con crescente ed imbarazzante timidezza e la delega alle Regioni sa sempre più di pilatesco abbandono.
E piacerebbe poter pensare che almeno a livello regionale la Sanità (e non ancora una volta solo i suoi costi da mettere sotto controllo) venga considerata una priorità, ma basta guardare alle ultime elezioni regionali per disilludersi, dato che solo un numero irrisorio di candidati governatori vi ha fatto cenno nel proprio programma.
E così il Sistema Sanitario si sta sciogliendo in rivoli regionali e locali con LEA effettivi già profondamente diversi da regione zona a zona (non fosse altro per la qualità e complessità dei servizi erogati), con tempi di accesso all’innovazione farmaceutica non confrontabili, con servizi socio-sanitari sviluppati solo dalle regioni che possono permetterselo, e la lista potrebbe continuare.
Il federalismo, intendiamoci, è tutt’altro che un male per il Paese e per la Sanità, ma questo settore più degli altri, in ragione delle sue complessità intrinseche e dei suoi risvolti, ha bisogno di un contestuale e coerente rafforzamento della capacità di indirizzo centrale.
Ed il punto nodale della questione non è, come potrebbe apparire, l’equità del sistema, quanto il rischio di minare alla radice quello straordinario ascensore sociale (e quindi di crescita per l’intero Paese) rappresentato da una Sanità equa e solidale, tanto più in un momento di crisi economica come quello attuale.
Obama l’ha capito e ne ha fatto il cardine della sua riforma sociale. E proprio nell’anno in cui negli Stati Uniti è stata portata a compimento una riforma storica, ispirata anche ai principi del nostro Ssn, l’assordante silenzio del nostro immobilismo si fa ancora più pesante.
Il nostro sistema ormai si regge soprattutto sulle spalle dei singoli medici ed operatori sanitari, ignoti eroi quotidiani che (salvo significative eccezioni che esistono così come in tutte le categorie di dipendenti pubblici) lavorano ad ogni livello con dedizione, supplendo alla carenze ed alle crescenti diseguaglianze con l’orgoglio di far parte dei quello che ancora oggi, nonostante tutto e tutti, rimane uno dei migliori sistemi sanitari al mondo. Ma non si può immaginare che i loro sforzi possano supplire ancora a lungo ad una politica sanitaria ormai da troppo tempo latitante: il punto di non ritorno è dietro la porta, una svolta è ormai improcrastinabile.
Francesco Macchia è Direttore editoriale di AboutPharma e Docente di Farmaeconomia e Marketing Farmaceutico all'Università di Pisa.