Arrivederci Italia: perché i giovani se ne vanno

La fuga dei cervelli vista da Time Magazine

di Stephan Faris , pubblicato il 11 ottobre 2010
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Non è il tipo di consiglio che ti aspetti dal rettore di un’università. In una lettera aperta a suo figlio pubblicata lo scorso novembre, Pier Luigi Celli, direttore generale della Luiss, scrisse: “Questo Paese, il tuo Paese, non è più un posto in cui è possibile stare con orgoglio. […] Per questo, col cuore che soffre più che mai, il mio consiglio è che tu, finiti i tuoi studi, prenda la strada dell'estero. Scegli di andare dove ha ancora un valore la lealtà, il rispetto, il riconoscimento del merito e dei risultati”.

La lettera, pubblicata da Repubblica, ha dato il via ad un acceso dibattito nazionale. In molti hanno pensato che Celli avesse messo nero su bianco la sensazione - sempre più diffusa tra i coetanei di suo figlio - che le migliori possibilità di successo stanno oltre i confini italiani. I commentatori sottolineano come l’esodo dei cervelli si stia accelerando e sono preoccupati che il paese stia perdendo la sua risorsa più preziosa. E con riforme rese praticamente impossibili da interessi profondamente radicati e dalla situazione politica “sotto-sopra” - nuove divisioni nella maggioranza sembravano la scorsa estate minacciare ancora una volta la tenuta del governo di Silvio Berlusconi - in molti iniziano a chiedersi se la tendenza non sia irreversibile. “Abbiamo un flusso verso l’estero e praticamente nessun flusso in ingresso”, dichiara Sergio Nava, conduttore del programma Giovani talenti (di Radio 24) e autore del libro e del blog La fuga dei talenti, che racconta l’esodo.

I motivi che spingono ad andarsene non sono cambiati molto dalla scorsa ondata di emigrazione, quando un secolo fa in molti andavano a cercare fortuna altrove. Ma questa volta, invece di braccianti agricoli e manovali che affollano navi dirette a New York, l’Italia sta perdendo i suoi elementi migliori e più brillanti per via di un decennio di stagnazione economica, un mercato del lavoro bloccato e un sistema radicato di raccomandazioni e clientelismo. Per molti tra gli italiani più bravi e qualificati, le opportunità si trovano dovunque tranne che in patria.

Prendete Luca Vigliero, architetto trentunenne. Dopo essersi laureato all’Università di Genova nel 2006 e non riuscendo a trovare un lavoro soddisfacente in italia, se n’è andato, lavorando prima per un anno nello studio di Rem Koolhaas a Rotterdam e accettando poi un lavoro a Dubai nel 2007. In Italia il suo curriculum non aveva riscosso interesse. Nello studio X Architects di Dubai è stato presto promosso. Ora dirige una squadra di sette persone. “Qui lavoro su progetti di musei, ville e centri culturali”. La fuga dall’Italia ha permesso a Vigliero anche di velocizzare il suo progetto di vita personale. Lui e sua moglie hanno avuto un figlio a settembre; dichiara che se fossero rimasti nella penisola non avrebbero potuto permettersi finanziariamente di avere un figlio cosi presto. “Tutti i miei amici rimasti in Italia non sono sposati, hanno lavori molto basilari e vivono con i genitori”. E prosegue “Qui c’è un futuro. Ogni anno succede qualcosa: nuovi progetti. In Italia, non c’è vento. E’ tutto bloccato”.

Nessuno in Italia tiene il conto di quanti giovani professionisti o laureati vanno a cercare fortuna all’estero, ma ci sono molti segnali che indicano come il dato stia crescendo. Il numero di italiani dall’età compresa tra i 25 e i 34 con diplomi universitari che hanno dichiarato allo Stato di vivere all’estero è cresciuto in modo stabile, da 2.540 nel 1999 a 4.000 nel 2008. Il Censis stima che 11.700 laureati italiani abbiano trovato lavoro all’estero nel 2006 - uno su 25 ad essersi laureato in quell’anno. Secondo un sondaggio effettuato dalla Bachelor, un agenzia di reclutamento milanese, il 33,6% dei neolaureati pensa di dover lasciare il paese per trovare un lavoro che tenga conto della propria istruzione. Ad un anno dalla laurea, è il 61,5% degli stessi intervistati a pensarlo.

Non è difficile capire il perché. Le difficoltà economiche italiane pesano duramente sulle spalle dei giovani. Secondo un rapporto pubblicato a maggio dall’Istat, il 30% dei giovani dai 30 ai 34 anni vive ancora dai genitori, tre volte di più che nel 1983. E uno su cinque tra i 15 e i 29 anni ha praticamente abbandonato: non studia, non si forma, e non lavora. “Stiamo condannando un’intera generazione ad un buco nero”, dichiara Celli.


Lavori per i ragazzi (cresciuti)

Gli italiani senza laurea spesso finiscono nell’economia sommersa, svolgendo in nero squalsiasi tipo d lavoro, ma i laureati - o più in generale quelli con maggiori aspirazioni- fanno ancora più fatica a trovare un lavoro che corrisponda al loro livello di istruzione. Il tasso di disoccupazione tra i laureati dai 25 ai 29 anni è di 14%, più del doppio del valore nel resto dell’Europa e più elevato di quello dei loro coetanei meno diplomati.

C’è una parola in Italia per definire il problema: gerontocrazia, o il governo degli anziani. Una parte troppo importante dell’economia è mirata a prendersi cura degli italiani più avanti con l’età. Mentre il paese spende relativamente poco in politiche di sostegno all’alloggio, la disoccupazione e servizi per l’infanzia - il welfare da cui dipendono i giovani per avviare le loro carriere - ha mantenuto le pensioni a livelli tra i più alti d’Europa. Questo squilibrio si estende al settore privato, dove le corporazioni e una radicata “cultura dell’anzianità” mantengono i lavori migliori fuori dalla portata dei giovani.

Da sempre in Italia vige un sistema gerarchico in cui i giovani sono sottomessi all’autorità finché non arriva il loro momento di prendere in mano le redini. “Non vieni mai considerato un lavoratore esperto in base al tuo curriculum, o al tuo talento, ma unicamente in base all’età” dichiara Federico Soldani, 37 anni, un epidemologo che ha lasciato Pisa nel 2000 e lavora ora a Washington per la Food and Drug Administration. “Se hai meno di 40 anni, vieni considerato giovane”.

Il sistema ha funzionato - in un certo senso - finché l’economia cresceva. La pazienza pagava e i posti di lavoro si aprivano al prossimo in linea. Ma con la recessione prolungata, il mercato del lavoro si è bloccato. “La fila non si muove più”, prosegue Soldani. L’ingresso in certe professioni - come la redditizia carriera di notaio - è così limitata da diventare praticamente ereditaria. In un paese dove il successo è costruito sulle relazioni e l’anzianità, solo gli amici e i figli delle élite hanno un'opportunità di saltare la fila.

Per gli altri questo significa pochi posti di lavoro, sottopagati e senza alcuna forma di responsabilità. Quando Filippo Scognamiglio, 29 anni, segretario di NOVA - associazione che vuole promuovere l’ingresso degli studenti italiani agli MBA più prestigiosi - ha paragonato gli stipendi netti per la stessa posizione, nella stessa multinazionale ma in Italia o negli Stati Uniti, ha scoperto che un italiano munito di MBA che sceglie di rimanere in patria gudagna in media il 58% di quello che verrebbe pagato negli USA. “E’ più facile avere successo negli Stati Uniti che nel mio paese se si ha talento e ci s’impegna”, dice Scognamiglio. Come conseguenza, dopo essersi diplomato quest’anno alla Columbia Business School, ha deciso di rimborsare l’azienda italiana che aveva finanziato il suo master per accettare un lavoro negli Stati Uniti. “E’ un voto di 70.000 euro che do alle opportunità di carriera all’estero”.


Copyright Time Magazine. Ottobre 2010.


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tag:  lavoro   giovani   fuga dei cervelli   time   disoccupazione giovanile   occupazione giovanile   laureati  


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#8 da Luigi, inviato il 12/10/2010
Sto provando ad andarmene. E' stato l'Erasmus ad aprirmi gli occhi, perchè in Italia (specialmente una certa Italia) le persone si convincono di vivere nel migliore dei mondi possibili, e quindi solo attraverso i miei occhi ho potuto comprendere la differenza. Hanno tutti paura di guardare in faccia le proprie responsabilità, di vedere che questo Paese è stato affossato da decenni di malagestione. Ma guai a caricarsi delle proprie responsabilità! Ora non ci resta che levare le tende. Non avrei alcun rimorso ad andarmene. Così come non hanno alun rimorso quei cinquanta - sessantenni che si godono la pensione dopo una vita passata facendo finta di lavorare e che hanno anche il coraggio di chiamarci "bamboccioni". Vogliono solo qualcuno che sgobbi per loro e che gli paghi la pensione senza alcuna prospettiva per la propria. Avreste dovuto lasciarci un posto decente in cui vivere per meritarvela.

#7 da luigi, inviato il 12/10/2010
Purtroppo la situazione è questa, chi è giovane per farsi una strada deve andare all'estero, in Italia il migliore è sempre già scelto a prescindere dal valore o dalle possibilità o dalle doti. Chi non è più giovane a malincuore si rassegna a mandare via chi gli è più caro, sperando che non debbano passare troppi anni prima di poterlo riavere in un paese che mai come ora avrebbe avuto bisogno di energie nuove e giovani....e invece ha solo abbondanza di slogan e di parole...ogni tanto mi domando se faremo la fine della Jugoslavia....e spero sempre di no, ma siamo veramente agli sgoccioli..non possiamo andare avanti così, tra politici imbelli, politici corrotti e politici che attendono i miracoli..

#6 da Ivano Urban, inviato il 12/10/2010
Sono un designer ormai 50enne, un concept designer che negli ultimi dieci anni si è impegnato nell'industriale. Sono andato oltre al design sconfinando nelle invenzioni proponendo progetti di innovazione industriale aventi per oggetto prodotti innovativi, del genere di prodotti che si collocano al vertice della catena del valore. Insomma, il prodotto del mio lavoro, per quanto opinabile sia, rappresenta a tutti gli effetti un punto di partenza necessario per generare nuovo valore economico: QUELLO CHE SERVE!

Ho depositato 13 domande di brevetto per invenzione industriale, alle quali sono seguiti altri 4 depositi internazionali (PCT) 5 europei e 3 negli Stati Uniti. Tutti con i requisiti di brevettabilità acquisiti. Ho girato mezza Italia per industrie come un pellegrino cercando di far capire l'importanza di produrre e commercializzare un prodotto coperto da brevetto, ma, non sono non ho ottenuto risultati positivi, quello che è peggio è che non c'è stata neppure interazione. Forse un chirurgo direbbe di fronte a un paziente critico: ORAMAI E' ANDATO!

La storia degli ultimi vent'anni di questo disgraziato Paese è fatta di: una politica che ha discusso degli affari del nostro attuale premier e di Roma ladrona, di "industriali" che non hanno saputo stare al passo con i tempi, di accademici che hanno pensato di implementare azioni in funzione al proprio curriculum piuttosto che al bene sociale.

Insomma, io a una conclusione sono arrivato: QUESTO PAESE SI MERITA TUTTO IL MALE CHE GLI STA CAPITANDO!!

#5 da Claudio, inviato il 12/10/2010
Sto completando un Master in Ingegneria Civile alla UNSW, Sydney. Vorrei far vedere il sito del Governo del Victoria (Melbourne) dove si fa il reclutamento dei laureati: http://www.graduates.vic.gov.au/CA2572E10040BBCD/pages/home?OpenDocument Esploratelo un po'. Graduates: Welcome to Victoria Government Graduate Website. Guardate le opportunità di lavoro che ci sono; e, perchè no, anche il trattamento economico. 660 euro (circa) la settimana. E come questo ce ne sono altri, JOBS NSW, Western Australia, Queensland. Transit Authority, Road Administration o Authority. E cercano persone, giovani, per lavori qualificati. Con uno stipendio di questo genere posso permettermi un appartamento in affitto nelle aree migliori di Sydney (Bondi, Coogee); posso permettermi di uscire e di spendere senza preoccuparmi (troppo...) delle necessità basilari, senza preoccuparmi della quarta settimana. Posso anche risparmiare per, eventualmente, in futuro, potermi permettere una casa mia, non in affitto. Questo è il sito delle offerte di lavoro della mia regione: http://www.regione.emilia-romagna.it/wcm/ermes/ermes_concorsi_lista.htm Che lavori cercano? Qual è il trattamento economico? Uscendo entro il prossimo giugno dall'università, dove dovrei sentirmi più attratto? Perchè non dovrei provarci qui in Australia, perchè dovrei tornare?

#4 da Andrea, inviato il 12/10/2010
Quanta triste verità.... spero che un giorno ritorneremo tutti per rifare ripartire l'Italia con il piede giusto... solo viaggiando ci si rende conto del potenziale inespresso che abbiamo... Andrea (studente-lavoratore attualmente "rifugiato il Olanda")

#3 da Giorgio, inviato il 12/10/2010
Sono un "giovane" di 52 anni, e devo dire che la mia esperienza conferma il contenuto dell'articolo. Laureato con il massimo dei voti in ingegneria, dopo anni di "gavetta" nazionale, ho trovato apprezzamento solo in società multinazionali. Nelle aziende nazionali vige troppo spesso la procedura in base alla quale la carriera non la fa chi porta risultati, ma chi è amico di, figlio di, o comunque membro della cordata. chi non fa parte degli "eletti" spesso non ha neppure l'occasione di dimostrare le proprie capacità. Personalmente, sono passato da oscuro ingegnere di progetto in una azienda italiana ad assistente di un vice-president di funzione corporate nel giro di due anni, quando l'azienda italiana fu comprata da una multinazionale metà svedese e metà americana, e l'aspetto più appagante fu che non ho cercato l'incarico, non ho "sgomitato", non ho dovuto "calpestare i concorrenti", ma sono stato semplicemente visto, poi osservato e scelto per quello che sapevo e per come lavoravo, per una posizione creata dal nulla con il crescere delle funzioni centrali di gruppo. Oggi, sto pagando con sacrificio gli studi universitari a mia figlia. Dove? no, non a Milano (dove sono tornato ad abitare), e nemmeno a Roma: a New York City.
In bocca al lupo a tutti i talenti italiani, repressi da una società clientelare ed arcaica!

#2 da Giulio Portolan, inviato il 11/10/2010
L’Italia non ha visto un incremento demografico. Siamo sempre sui sessanta milioni di individui. Perchè allora la cinghia di trasmissione lavorativa tra le generazioni si interrompe ? Anzi, sono calati gli italiani. Hanno compensato demograficamente, anche per l’economia, gli stranieri, extracomunitari e comunitari. Gli italiani giovani si sono spostati verso le università e i licei. Qui bisognerebbe vedere se questo dato è superiore rispetto agli altri paesi, che forse pongono maggiori barriere all’istruzione elevata: gli italiani che vanno all’estero sarebbero quelli, tra i migliori, che sono in eccesso all’istruzione più elevata rispetto all’estero. Abbandonati quindi i mestieri e l’istruzioni professionali, compensano gli stranieri, a scuola e nel lavoro. Tra poco inoltre questi entreranno anch’essi all’università. Per portare un esempio: il figlio di due bidelli si iscrive all’università. Chi farà il bidello ? Uno straniero. Quindi il figlio dei bidelli va all’università. Ma la società è strutturata a piramide, e quindi l’istruzione elevata è solo per i posti dirigenziali. Perciò i posti inferiori sono occupati dagli stranieri, quelli dirigenziali sono trasmessi per cooptazione oppure di padre in figlio, e così il neolaureato deve andare all’estero. Qui può essere assorbito, perché, come ho detto sopra, i paesi stranieri forse mantengono rigida la piramide sociale a livello di studi, e quindi i laureati sono pochi. Questa ipotesi è valida solo se all’estero è costante il numero dei laureati (infatti in Germania il percorso di studi separa subito chi accede all’istruzione più elevata da chi accede solo a quella professionale, e negli Stati Uniti d’America, società più selettiva, le università sono per pochi, mi pare).
Ma questa analisi non è una critica all’istruzione in Italia. Non è infatti possibile, cioè è inammissibile, che pochi debbano accedere all’università a causa della struttura piramidale della società. Infatti, la crescita culturale della persona è ragione che deve prevalere su questioni associate a potere e prestigio, legati allo studio.
Si potrebbero creare un sindacato dei giovani e un partito dei disoccupati.
Si potrebbero creare “economie parallele”, cioè assorbire risorse economiche dalla società civile, per farle convogliare verso il mantenimento di nuovi mestieri o più borse di studio.
La società civile può fare molto, secondo il concetto di pluralità dei centri decisionali di cui ha parlato De Rita, bisogna che essa si auto-organizzi. La politica ha dei limiti, in gran parte giustificati. La società invece non ha questi limiti. Italia Futura va in questa direzione.

#1 da stefano, inviato il 11/10/2010
Detto tra noi, chi ha lasciato fare, e poi ha lasciato fare ancora, ha chiuso un occhio e poi li ha chiusi tutte e due. Chi poteva e doveva assumersi responsabilità e invece è rimasto in disparte. Tutti questi che se ne sono lavati le mani lasciando fare, adesso si godano lo spettacolo di quest'Italia che fallisce. I giovani hanno il dovere di andarsene da questo posto.



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