Non è il tipo di consiglio che ti aspetti dal rettore di un’università. In una lettera aperta a suo figlio pubblicata lo scorso novembre,
Pier Luigi Celli, direttore generale della
Luiss, scrisse: “Questo Paese, il tuo Paese, non è più un posto in cui è possibile stare con orgoglio. […] Per questo, col cuore che soffre più che mai, il mio consiglio è che tu, finiti i tuoi studi, prenda la strada dell'estero. Scegli di andare dove ha ancora un valore la lealtà, il rispetto, il riconoscimento del merito e dei risultati”.
La lettera, pubblicata da
Repubblica, ha dato il via ad un acceso dibattito nazionale. In molti hanno pensato che Celli avesse messo nero su bianco la sensazione - sempre più diffusa tra i coetanei di suo figlio - che
le migliori possibilità di successo stanno oltre i confini italiani. I commentatori sottolineano come l’esodo dei cervelli si stia accelerando e sono preoccupati che il paese stia perdendo la sua risorsa più preziosa. E con
riforme rese praticamente impossibili da interessi profondamente radicati e dalla situazione politica “sotto-sopra” - nuove divisioni nella maggioranza sembravano la scorsa estate minacciare ancora una volta la tenuta del governo di Silvio Berlusconi -
in molti iniziano a chiedersi se la tendenza non sia irreversibile. “Abbiamo un flusso verso l’estero e praticamente nessun flusso in ingresso”, dichiara
Sergio Nava, conduttore del programma
Giovani talenti (di Radio 24) e autore del libro e del
blog La fuga dei talenti, che racconta l’esodo.
I motivi che spingono ad andarsene non sono cambiati molto dalla scorsa ondata di emigrazione, quando un secolo fa in molti andavano a cercare fortuna altrove. Ma questa volta, invece di braccianti agricoli e manovali che affollano navi dirette a New York,
l’Italia sta perdendo i suoi elementi migliori e più brillanti per via di un decennio di stagnazione economica, un mercato del lavoro bloccato e un sistema radicato di raccomandazioni e clientelismo.
Per molti tra gli italiani più bravi e qualificati, le opportunità si trovano dovunque tranne che in patria.Prendete
Luca Vigliero, architetto trentunenne. Dopo essersi laureato all’Università di Genova nel 2006 e non riuscendo a trovare un lavoro soddisfacente in italia, se n’è andato, lavorando prima per un anno nello studio di
Rem Koolhaas a Rotterdam e accettando poi un lavoro a Dubai nel 2007.
In Italia il suo curriculum non aveva riscosso interesse. Nello studio X Architects di Dubai è stato presto promosso. Ora dirige una squadra di sette persone. “Qui lavoro su progetti di musei, ville e centri culturali”. La fuga dall’Italia ha permesso a Vigliero anche di
velocizzare il suo progetto di vita personale. Lui e sua moglie hanno avuto un figlio a settembre;
dichiara che se fossero rimasti nella penisola non avrebbero potuto permettersi finanziariamente di avere un figlio cosi presto. “Tutti i miei amici rimasti in Italia non sono sposati, hanno lavori molto basilari e vivono con i genitori”. E prosegue “Qui c’è un futuro. Ogni anno succede qualcosa: nuovi progetti. In Italia, non c’è vento.
E’ tutto bloccato”.
Nessuno in Italia tiene il conto di quanti giovani professionisti o laureati vanno a cercare fortuna all’estero, ma ci sono molti segnali che indicano come il dato stia crescendo. Il numero di italiani dall’età compresa tra i 25 e i 34 con diplomi universitari che hanno dichiarato allo Stato di vivere all’estero è cresciuto in modo stabile, da 2.540 nel 1999 a 4.000 nel 2008. Il Censis stima che 11.700 laureati italiani abbiano trovato lavoro all’estero nel 2006 - uno su 25 ad essersi laureato in quell’anno. Secondo un sondaggio effettuato dalla Bachelor, un agenzia di reclutamento milanese, il 33,6% dei neolaureati pensa di dover lasciare il paese per trovare un lavoro che tenga conto della propria istruzione.
Ad un anno dalla laurea, è il 61,5% degli stessi intervistati a pensarlo.Non è difficile capire il perché.
Le difficoltà economiche italiane pesano duramente sulle spalle dei giovani. Secondo un rapporto pubblicato a maggio dall’Istat, il 30% dei giovani dai 30 ai 34 anni vive ancora dai genitori,
tre volte di più che nel 1983. E uno su cinque tra i 15 e i 29 anni ha praticamente abbandonato: non studia, non si forma, e non lavora. “Stiamo condannando un’intera generazione ad un buco nero”, dichiara Celli.
Lavori per i ragazzi (cresciuti)Gli italiani senza laurea spesso finiscono nell’economia sommersa, svolgendo in nero squalsiasi tipo d lavoro, ma i laureati - o più in generale quelli con maggiori aspirazioni- fanno ancora più fatica a trovare un lavoro che corrisponda al loro livello di istruzione. Il tasso di disoccupazione tra i laureati dai 25 ai 29 anni è di 14%,
più del doppio del valore nel resto dell’Europa e più elevato di quello dei loro coetanei meno diplomati.
C’è una parola in Italia per definire il problema:
gerontocrazia, o il governo degli anziani. Una parte troppo importante dell’economia è mirata a prendersi cura degli italiani più avanti con l’età.
Mentre il paese spende relativamente poco in politiche di sostegno all’alloggio, la disoccupazione e servizi per l’infanzia - il welfare da cui dipendono i giovani per avviare le loro carriere - ha mantenuto le pensioni a livelli tra i più alti d’Europa. Questo squilibrio si estende al settore privato, dove le corporazioni e una radicata “cultura dell’anzianità” mantengono
i lavori migliori fuori dalla portata dei giovani.Da sempre in Italia vige un sistema gerarchico in cui i giovani sono sottomessi all’autorità finché non arriva il loro momento di prendere in mano le redini. “Non vieni mai considerato un lavoratore esperto in base al tuo curriculum, o al tuo talento, ma unicamente in base all’età” dichiara Federico Soldani, 37 anni, un epidemologo che ha lasciato Pisa nel 2000 e lavora ora a Washington per la Food and Drug Administration.
“Se hai meno di 40 anni, vieni considerato giovane”.Il sistema ha funzionato - in un certo senso - finché l’economia cresceva. La pazienza pagava e i posti di lavoro si aprivano al prossimo in linea. Ma con la recessione prolungata, il mercato del lavoro si è bloccato. “La fila non si muove più”, prosegue Soldani. L’ingresso in certe professioni - come la redditizia carriera di notaio - è così limitata da diventare praticamente ereditaria.
In un paese dove il successo è costruito sulle relazioni e l’anzianità, solo gli amici e i figli delle élite hanno un'opportunità di saltare la fila.Per gli altri questo significa pochi posti di lavoro, sottopagati e senza alcuna forma di responsabilità. Quando Filippo Scognamiglio, 29 anni, segretario di NOVA - associazione che vuole promuovere l’ingresso degli studenti italiani agli MBA più prestigiosi - ha paragonato gli stipendi netti per la stessa posizione, nella stessa multinazionale ma in Italia o negli Stati Uniti, ha scoperto che un italiano munito di MBA che sceglie di rimanere in patria gudagna in media il 58% di quello che verrebbe pagato negli USA. “E’ più facile avere successo negli Stati Uniti che nel mio paese se si ha talento e ci s’impegna”, dice Scognamiglio. Come conseguenza, dopo essersi diplomato quest’anno alla Columbia Business School, ha deciso di rimborsare l’azienda italiana che aveva finanziato il suo master per accettare un lavoro negli Stati Uniti. “E’ un voto di 70.000 euro che do alle opportunità di carriera all’estero”.
Copyright Time Magazine. Ottobre 2010.Leggi l'articolo integrale in lingua originale