Ripensando la parola patria

All’Italia di oggi manca il senso di appartenenza a una comunità

di Walter Barberis , pubblicato il 4 ottobre 2010
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I prossimi mesi saranno verosimilmente testimoni di una ricorrenza di parole orientate a ricordare l'anniversario dei 150 anni dell'unità d'Italia. Fra queste parole, patria, come sinonimo di comunità nazionale, magari con qualche scivolamento verso un nuovo concetto di cittadinanza, potrebbe riprendersi un certo spazio nel discorso pubblico.



Certo è che il 2011 non potrà ripetere intonazione e contenuti dei discorsi celebrativi diffusi nel 1911 o in occasione del centenario del 1961.
 Semplicemente, la nostra epoca non è in sintonia né con gli ardori dello spirito nazionalistico e dinastico che segnò gli anni che precedettero la Prima Guerra mondiale, né con l'ottimismo degli anni del boom economico e della trasformazione degli italiani in fiduciosi neofiti di una società dei consumi. Anzi, i nostri sono tempi in cui pare serpeggiare un accentuato disincanto nei riguardi di un discorso pubblico che faccia leva su sentimenti di appartenenza a una comunità nazionale.


Fin dagli anni cruciali che hanno inaugurato l'unità, lo Stato italiano ha dovuto fronteggiare qualcosa di più forte di una semplice controversia sulla forma di governo. Del disagio a sottostare a una nuova istituzione centrale sono state sintomatiche ed esemplari le insorgenze nel Mezzogiorno, parte aurorale di una «questione meridionale» che ha attraversato tutto il Novecento come una formula rituale.


Per altri versi, la grande industria, quella che aveva portato l'Italia fra le prime cinque potenze del mondo, si è gradualmente dissolta; e con essa è scomparsa la grande fabbrica fordista, il luogo imponente che aveva affiancato nel lavoro milioni di persone, convenute dai quattro angoli della Penisola in quel Nord che aveva fisicamente e culturalmente contribuito alla integrazione di italiani diversi. Ora, le mille piccole e medie imprese, che sono la base virtuosa e l'ossatura forte della nostra economia, sono anche la manifestazione di un capitalismo pulviscolare che non agisce più come decisivo fattore aggregante.
 Come nuovi pionieri, i produttori delineano traiettorie individuali, tratteggiano la mappa di interessi puntiformi, costituiscono i nodi di una rete estesa, dinamica, ma non inclusiva.

In questa rete, oggi, rimangono impigliati i più fortunati fra coloro che vengono in Italia a cercare strade nuove. E sono proprio questi nuovi soggetti a ricordarci che la storia italiana è stata anche storia di migranti: quei 29 milioni di uomini e donne, che hanno lasciato città e paesi del Nord e del Sud in poco meno di un secolo, spesso riscoprendo la loro italianità giusto al momento di integrarsi in una comunità d'origine in terra straniera. Sono loro, le loro memorie e le loro storie di vita a cui forse dovremmo guardare oggi, ripensando alle modalità di accoglienza dei nuovi immigrati e alle nuove frontiere di una adeguata, comune cittadinanza.

Gli italiani, divisi dalle opinioni e dalle scelte di campo, erano però uniti da analoghe pratiche di partecipazione e da un comune interesse per la cosa pubblica, dalla stessa voglia di un domani, per quanto orientato a soluzioni diverse. Quello spazio politico è stato un luogo di avvicinamento, dove le passioni si sono lambite favorendo l'incontro e il confronto fra le persone. 
In una Italia toccata in profondità dalla sua inclinazione a frammentarsi, a dividersi in fazioni fino a polverizzarsi, la dissoluzione di quello spazio ha lasciato dietro di sé l'indifferenza dei più, la privatezza delle prospettive, l'operatività apparente e virtuale della piazza televisiva.

È un dato di fatto che negli ultimi anni, i lampi di una coscienza nazionale, il senso di appartenenza a una comunità, siano apparsi raramente, in occasione di una importante manifestazione sportiva o nella contingenza di qualche avvenimento luttuoso. Lasciando la parola «patria», non senza vaghezza, a echeggiare distratte forme di solidarietà alle nostre forze armate, impegnate su fronti di guerra in inedite missioni umanitarie e di peacekeeping.

 Come figli di una famiglia senza armonia e senza memorie, gli italiani si sono spesso cresciuti da soli, superando la solitudine con cinismo, con opportunismo, con diffidenza, talvolta con esibizionismo.

Ignorando le ragioni e l'utilità di una salvaguardia dell'interesse generale. È così che l'idea di patria si è di volta in volta caricata di significati che invece di tendere all'unità hanno accentuato visioni faziose, volte all'esclusione. Oppure è stata un'idea semplicemente rifiutata, rimpiazzata da snobistici atteggiamenti di eccentricità, di distanza dai comportamenti di altri popoli e di altri Paesi. Come se la mancanza di un'idea di comune appartenenza fosse un sicuro vantaggio, di per sé un requisito di modernità. Come se non contassero antiche comunanze di lingua, di religione, di arti, di letterature, di industrie; oppure, come se evadere il fisco, sottrarsi ai doveri civici, vivere di raggiri della norma e dei codici fossero altrettante prove di avanzamento civile.


Tratto dall'introduzione del saggio "Il bisogno di patria" (ripubblicato da Einaudi in questi giorni), scritto da Walter Barberis, che insegna Storia moderna e Metodologia della ricerca storica presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Torino.




tag:  patria   unità   italiani   comunità  


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#7 da angelo canale, inviato il 9/10/2010
Fatta l'Italia occorreva fare gli italiani... e qui il compito si è rivelato più difficile del previsto.... è un compito ancora non condotto a termine. E' un compito che solo una classe politica motivata, colta, eticamente forte, efficiente può ragionevolmente pensare di portare avanti. E siccome l'attuale classe politica , senza distinzione di partiti, non vale nulla......

#6 da Michele - Giovine ITALIA, inviato il 8/10/2010
Già... Patria!!!
Una parola dal sapore antico e valoroso, troppo calpestato oggi giorno dagli interessi personali, dalla furbizia di ogni parte..
La Giovine Italia di Mazzini, un ricordo ormai lontano che leggendo questo articolo ho voluto rispolverare. E ho letto anche lo scritto "Della Giovine Italia" di Mazzini... vi invito a leggerlo!
Concordo con "mar c": non ci sono pensatori lungimiranti!!
E la decisione di andar via sembra l'unica, anche per me, laureato e lavoratore da 10 anni nel profondo Sud, attualmente occupato, ma mai contento perchè l'Italia attuale mi fa venire i brividi!
La classe politica, il popolo italiano... non ci sono parole! Ho lottato in questi 10 anni per cambiare nel mio piccolo il mio Sud:
1. ingegnere dipendente,
2. ingegnere libero professionista,
3. piccolo imprenditore,
4. operaio libero professionista
spaziando in tutti i settori che mi capitano, con l'obiettivo di dimostrare, senza scendere a compromessi, senza raccomandazioni (anche se più volte ne ho avuto la possibilità!), che se si è bravi e volenterosi si può ottenere tutto senza cercare altrove da emigrante.
Ma mi rendo conto che sto pareggiando la partita, e che il pareggio non mi sta bene.
E che sto per perdere la partita, perchè l'ingegnere dipendente, causa crisi, sta per essere trasferito "temporaneamente" al nord, mentre i nostri politici litigano per i c...i propri!!!
Ebbene, ho perso.. nonostante tutto, ho perso! Ma sto perdendo la partita, non il campionato.... E mi riprenderò la mia rivincita!!!

Non lasciamoci andare, dobbiamo continuare a lottare, uniti, nel nome della PATRIA Italia!!!
E il pensatore lungimirante dev'essere il popolo italiano stesso!! Come il buon Mazzini affermava!!!

#5 da mar c, inviato il 7/10/2010
io penso che oggi la parola "patria" si sia svuotata del suo significato e venga solamente usata negli spot publicitari e nella vuota retorica politica (avete provato a contare quante volte ricorre il termine sotto elezioni?).

Non penso che basti solo ripassare la lezione di storia per capire cosa sia una patria. Anche perchè tra le varie possibili definizioni penso che oggi l'Italia starebbe stretta in qualunque di esse, siamo in una fase di transizione casuale e disordinata... e molti non hanno deciso ancora che cosa dobbiamo diventare- Società multiraziale? o risfoderiamo l'orgolglio nazionale? magari no, andiamo sul campanilismo medievale...

Come si fa a parlare di patria se non abbiamo più grandi pensatori lungimiranti??
che abbia la lucida capacità di vedere l'Italia futura che magari noi ancora nemmeno pensiamo? e trascinare nel progetto veramente anche noi, tutti, uno per uno?

L'800,Mazzini, bei tempi...

Per quanto mi riguarda mi domando come fare a stare dentro la parola "patria", concretamente. Che posto posso avere? che posso fare?

Eh: laureata da poco e disocuppata, quindi nel dibattito pubblico sono un numero delle statistiche sulla disoccupazione dell'istat.
Fondamentalmente disgustata da quello che è per molte oggi il mio paese...e purtroppo assai spesso dalla gente che ci sta dentro...
Io comunque vado a vedere un pò il mondo, tra poco andrò esattamente dall'altra parte del globo, e magari con la distanza voglio vedere che effetto fa essere una italiana all'estero e come s vede il nostro paese da laggiù..magari mi aiuterà a pensare.

#4 da Michele - Giovine ITALIA!!, inviato il 7/10/2010
Premessa: non sono un idiota di parte, non sono un suddita, ma un amante dell’Italia, l’Italia valorosa e lavoratrice, la BellItalia!!!!
Vari eventi sono sintomo di una malattia inarrestabile, che sta invadendo ed opprimendo le nostre vite, i nostri valori, il cuore dell’Italia, della patria Italia, per la quale molti hanno sacrificato valorosamente la propria vita.
Corruzione, illegalità, mafia, anti-politica, anti-meritocrazia, federalismo anacronistico, bieco e cieco, indifferenza “economica”, etc etc … sono tutti aspetti ormai evidenti di un incancrenirsi senza fine della società italiana.
Siamo in un tunnel, ma non in un vicolo cieco!!!
Possiamo uscirne, ma c’è solo una via di uscita: UNIRSI in nome dell’Italia vera, onesta, lavoratrice. MANIFESTIAMO in nome dell’onestà, della vera onestà!!!
UNIAMOCI E RICOSTITUIAMO LA “PATRIA” ITALIA, la “Giovine ITALIA” di Giuseppe MAZZINI!

#3 da Fulvio Aversa, inviato il 5/10/2010
Nelle scuole l'educazione civica figura fra le materie ma rimane lettera morta; il servizio militare di leva è stato abolito; la lingua nazionale si impoverisce continuamente appiattendosi su stilemi assimilati dalla televisione e dalla pubblicità; l'inno nazionale che dovrebbe essere patrimonio comune e invece viene sempre definito "di Mameli" rimane l'inno provvisorio della Repubblica mai codificato ufficialmente. Occorre rimediare a decenni di inibizioni, equivoci , malintesi, opportunismo e cascami ideologici mal digeriti. In coerenza con le proposte di ItaliaFutura converrebbe partire dalla scuola per far rifiorire un sentimento patriottico sincero e non viziato di tensioni estremiste.

#2 da Bruno Pierozzi, inviato il 4/10/2010
E' vero che il Risorgimento per molti versi è stato un movimento di avanguardie intellettuali, come del resto i molti movimenti che hanno attraversato la storia dei paesi occidentali. Ma è inaccettabile un revisionismo storico che tende a chiudere il Risorgimento Italiano soltanto in una disputa tra sparuti gruppi di borghesi ed intellettuali. C'è stato un moto popolare vero e reale che ha attraversato tutta l'Italia, passando dalle insurrezioni popolari lombarde e venete sino a quelle del Mezzogiorno. La ricerca di una identità nazionale ha viste protagoniste non solo le avanguardie intellettuali ma anche tanti braccianti, artigiani, lavoratori che ad esempio hanno seguito Garibaldi per tutta la Penisola. Dobbiamo riscoprire ed essere orgogliosi del nostro Risorgimento che ha visto il sacrificio di tantissimi cittadini delle regioni del nostro nord, il cui ricordo non va dimenticato né piegato ai ragionamenti attuali della Lega Nord che riscrive a suo modo la storia dell'Italia moderna, facendo credere che tutti gli abitanti del Piemonte e del Lombardo -Veneto fossero felici e diligenti servitori dell'occupante austriaco. No, il Risorgimento italiano ha visto il martirio di tantissimi italiani del Nord, morti per costruire un Paese unito intorno ad una bandiera nazionale e questo fino all'ultima tragica appendice del Risorgimento, conclusasi con la Prima guerra mondiale, che vide morire 680 mila italiani e tra questi gli irredentisti Cesare Battisti,Guglielmo Oberdan e Nazario Sauro. Se questo Paese avesse una classe dirigente adeguata onorerebbe questa storia e queste figure ogni anno. Purtroppo l'Italia politica e istituzionale è oggi in ostaggio di un gruppo di manigoldi e di analfabeti che stanno portando il Paese alla completa rovina.

#1 da Giulio Portolan, inviato il 4/10/2010
Oggi il concetto di patria è in crisi per la stessa ragione per cui sono in crisi la politica e il diritto. Perché in una economia di mercato la condizione di benessere dell’uomo non dipende dall’appartenenza ad una aggregazione sociale, di lingua, di razza, di nazionalità o di patria, ma dipende dalla concorrenza, che si è fatta globale. Per cui non ha senso coltivare l’amor patrio se si è senza lavoro, senza reddito e senza un minimo di patrimonio. Il cittadino chiede quindi di essere protetto dalla politica. La risposta, se non viene dalla politica, può venire dalla società civile. Io non sono a favore della democrazia elettronica, ma comprendo che per incidere a livello politico essa potrebbe essere un valido strumento. Il senso della patria è valido anche oggi, perchè in suo nome ci si senta chiamati a difendere la comunità civile dall’aggressione di una globalizzazione che sfrutta la delocalizzazione (toglie lavoro in Italia e sfrutta la manodopera a basso costo all'estero).



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