Infrastrutture per l'Italia del futuro

Ferrovie, mobilità urbana e trasporto merci le tre aree da cui ripartire

di Ennio Cascetta , pubblicato il 1 ottobre 2010
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Quasi tutti i grandi Paesi del mondo stanno potenziando le proprie infrastrutture di trasporto come fattore determinante per lo sviluppo e la competitività della propria economia. Il presidente Obama, pochi giorni fa, ha annunciato un grande piano del valore di 50 miliardi di dollari in sei anni, per sviluppare l’alta velocità ferroviaria e nuove reti stradali, così come sono noti i grandi investimenti infrastrutturali realizzati e in corso in Cina, India, ma anche in Germania e in Spagna. La World Bank, ancora pochi mesi fa si è espressa chiaramente sull’importanza degli investimenti in infrastrutture di trasporto per fronteggiare la crisi.

L’Italia da decenni è in netta controtendenza rispetto a questi orientamenti, nonostante già oggi sconti un fortissimo deficit infrastrutturale. In base alla classifica del World Economic Forum 2008-2009, tra 134 Paesi del mondo, l’Italia si situa al 54° posto per quantità di infrastrutture e scende al 73° posto per la loro qualità. Molto lontano dalle posizioni che ancora oggi ricopre per l’economia nel suo complesso.

E’ stato valutato che il costo del non fare le infrastrutture di trasporto è di circa 100 miliardi di euro l’anno al nostro sistema economico. Insomma un caso classico di “irrazionalità collettiva“: non riusciamo ad investire in infrastrutture nonostante questi mancati investimenti ci costano molto di più. Il nostro Paese, dopo la stagione delle autostrade dal secondo dopoguerra alla fine degli anni settanta, ha realizzato pochissimi investimenti infrastrutturali significativi, sia a livello nazionale che locale. Tutti con tempi molto lunghi, nonostante gli annunci, i piani, le leggi, i progetti e la volontà espressa da tutti i governi che si sono succeduti negli ultimi trenta anni. Il settore delle infrastrutture, per la natura stessa delle opere e i tempi necessari, ha scontato e sconta più di altri la lunga crisi della nostra capacità di affrontare decisioni collettive.

Ad oggi, la programmazione infrastrutturale nazionale si sostanzia in un lungo elenco di opere prive di un disegno strategico, per le quali non c’e’ alcuna certezza di copertura finanziaria, né sono indicate priorità e fasi. Manca, in sostanza, una politica della mobilità, una idea di come ci immaginiamo la mobilità nel futuro e, rispetto a questa, una programmazione degli investimenti di medio–lungo termine ed un’analisi approfondita e condivisa delle reali priorità infrastrutturali. Ciò comporta, inoltre, incoerenza e instabilità delle scelte rispetto alle maggioranze di Governo che si alternano con conseguente stop & go di progetti pluriennali. Talvolta alcune opere sono direttamente collegabili a questo o quel politico, sostituito il quale si ferma tutto.

Per superare questo stato di cose così dannoso e consolidato non ci sono ricette rapide e indolori. Ma si può fare qualche riflessione sulla base di tanti anni di esperienza disciplinare e amministrativa. E’ certamente necessario individuare alcune priorità a partire dai tappi del nostro sistema, dai nodi, dai progetti maturi e condivisi, dagli interventi che hanno maggiore incidenza sulla competitività, sulla sostenibilità ambientale, sulla coesione nazionale. Infrastrutture e servizi di trasporto, tecnologie, veicoli e politica industriale, idea di territorio e di sviluppo. Insomma mettere finalmente in moto un processo di analisi e decisioni trasparenti attraverso una condivisione con le Regioni e le parti sociali attivando gli interventi per lotti funzionali con tempi e costi visibili. Non un Piano vecchia maniera, ma processi e luoghi di analisi e confronto, con strutture tecniche adeguate alla complessità e alla rilevanza assoluta del compito.

Sul fronte delle priorità è possibile individuare, a mio avviso, tre grandi filoni di intervento.

Il primo riguarda il potenziamento della rete ferroviaria, attraverso il completamento di alcuni pezzi fondamentali della rete di alta velocità ma anche attraverso il potenziamento della rete storica. L’Alta Velocità non deve essere soltanto il sistema a sostegno di un nuovo modo di relazionarsi delle nostre città, la metropolitana d’Italia, ma può e deve essere una straordinaria occasione per il rilancio del trasporto ferroviario anche per le merci e per gli spostamenti metropolitani e regionali.

Un’altra priorità è un grande progetto per la mobilità urbana sostenibile. L'Italia è penultima in Europa per dotazione di metropolitane per abitante e prima per dotazione di auto. Le città italiane, nelle quali si produce il 70 % del PIL, funzionano male e sono poco vivibili. Il traffico urbano genera il 40% delle emissioni di CO2 e il 70% delle altre emissioni inquinanti da trasporti. Per fronteggiare questa situazione e garantire un futuro sostenibile alle nostre città, è fondamentale, quindi, mettere in campo un piano ambizioso di potenziamento dei sistemi di trasporto pubblico, tecnologie per il controllo e veicoli ecologici, parcheggi e nodi di interscambio nelle grandi aree metropolitane e urbane del Paese che coinvolga dirattamente con meccanismi premiali gli Enti Locali.

L'altra grande priorità riguarda il tema della logistica e del trasporto merci. Da anni ci ripetiamo che l’Italia deve diventare una piattaforma logistica nel Mediterraneo, ma ad oggi sono piuttosto scarse le idee, le iniziative e i progetti messi in campo per raggiungere questo obiettivo. Dragaggi dei porti, recupero di spazi per lo stoccaggio, miglioramenti dei raccordi terrestri e dei terminali delle autostrade del mare, promozione di sistemi logistici integrati terra-mare, promozione della intermodalità ferroviaria. Ovviamente aggregando porti che insistono sullo stesso arco marittimo e concentrandosi sui porti di vero interesse nazionale.

Per imprimere una svolta coerente con le nostre necessità infrastrutturali sono necessarie risorse importanti, dell’ordine dei 150-200 miliardi di euro in 10 anni, risorse pubbliche e private, moneta urbanistica. Ma questo, purtroppo, non basta. Queste risorse, pur se fossero disponibili, eccederebbero di molto la capacità di realizzare infrastrutture del nostro Paese. Da uno studio dell’ANCE risulta che i tempi medi necessari per realizzare opere pubbliche, comprensivi di tutte le fasi dalla progettazione alla realizzazione, sono pari a 8 anni e 4 mesi per opere di importo superiore ai 50 milioni di euro. Un grande progetto “infrastrutture per l’Italia” deve prevedere una serie di azioni sulle regole per migliorare la qualità dei progetti, snellire le procedure approvative e garantire la realizzazione delle opere in modo più rapido ed efficace. Insomma, una sfida difficile ma ineludibile nella quale l’Italia deve recuperare quella capacità di realizzazione che era nel nostro DNA e che ci ha caratterizzati per tanta parte della nostra storia.


Ennio Cascetta, docente di corsi di specializzazione presso il Massachussets Institute of Technology (MIT) di Boston, Cambridge (USA). Professore di Teoria dei Sistemi di Trasporto presso la facoltà di Ingegneria dell’Università “Federico II” di Napoli. Autore di libri di testo in italiano e inglese, oltre che di numerosi volumi pubblicati da case editrici italiane ed estere e di oltre 150 pubblicazioni su riviste nazionali e internazionali. I settori di interesse scientifico riguardano i metodi e le applicazioni della pianificazione e gestione dei sistemi di trasporto.



Professore ordinario di Pianificazione dei sistemi di trasporto presso l'Università Federico II di Napoli e docente presso il Massachussets Institute of Technology (MIT) di Cambridge (USA). Autore di testi accademici in italiano e in inglese, di numerosi volumi e di oltre 150 lavori pubblicati a livello internazionale. Dal 2000 al 2010 è stato assessore ai Trasporti della Regione Campania e, dal 2005 al 2010, è stato Coordinatore della Commissione Infrastrutture, Mobilità e Governo del Territorio della Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome.


tag:  infrastrutture   italia   investimenti   trasporti  


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#13 da BRUNELLO ZANITTI Giuliano, inviato il 28/9/2011
Regione F.V.G.
riflessioni sulla possibile realizzazione di un superporto.

Penso che in tema "d'infrastrutture e logistica" non si possa tralasciare il ruolo dell'Alto Adriatico, quindi credo che sia ragionevolmente e razionalmente auspicabile che il progetto Unicredit/Maersk possa un giorno realmente concretizzarsi sui litorali della nostra Regione, ma il percorso non sarà certamente facile poiché bisognerà superare le deleterie contrapposizioni ed i pregiudiziali fumosi sospetti che purtroppo in passato non ci hanno consentito di poter guardare oltre le ombre dei nostri campanili, per lasciar spazio alla razionalità, poiché penso sarà proprio il mare in tutte le sue variegate attività uno dei fulcri su cui poter fondare il rilancio economico della Venezia Giulia.

Razionalità che porti all’aggregazione delle varie anime sostanzialmente omogenee per storia, tradizioni, lingua, e comuni interessi, presenti nella Venezia Giulia, anime che se riunite ed opportunamente conglobate istituzionalmente raggiungerebbero una significativa massa critica per far fronte comune ed aumentare quindi il loro peso/visibilità, per contare di più sia a livello Regionale e Nazionale che Internazionale e creare quindi le condizioni ideali per generare nuovi stimoli e interessi nei nostri confronti da parte degl’Investitori e dell’Armamento, per far si che in futuro progetti di questo tipo possano realmente concretizzarsi anche sui nostri litorali.

Un primo passo di questo non facile percorso potrebbe essere la creazione in Regione di un’unica Autorità Portuale per far si che al più presto si possa anche individuare sui nostri litorali un sito ideale in cui si possa consentire la realizzazione di un moderno Terminal Contenitori, che per potenzialità e consistenza delle aree retroportuali e le caratteristiche dei collegamenti gomma/rotaia a sua disposizione, sia realmente in grado di movimentare e smaltire annualmente diversi milioni di contenitori.

La nuova infrastruttura dovrebbe finalmente consentire la concretizzazione di quella che è sempre stata una nostra comprensibile e giustificata ambizione “spostare in futuro un po’ più a Sud verso l’Alto Adriatico il baricentro del sistema trasportistico Comunitario” ma per raggiungere questo risultato dovremo inevitabilmente metter mano anche ad alcune farraginose normative che attualmente sono fonte d’interminabili contenziosi e che di fatto stanno notevolmente condizionando in termini di costi e tempi la pianificazione e la realizzazione delle grandi opere di cui il nostro Paese avrebbe assoluto bisogno, normative che attualmente regolano:

• La discarica di materiali inerti.
• Le bonifiche ed il recupero dei Siti inquinati.
• L'esecuzione dei dragaggi e la gestione dei relativi fanghi.
• L'impatto ambientale delle grandi opere.

Chiaramente questa situazione non sta generando significativi stimoli nei nostri confronti da parte dei potenziali Investitori e dell’Armamento, e quindi se non interveniamo in tempo per modificarle e renderle razionali, stabili nel tempo, e soprattutto chiare per non essere facilmente opinabili, difficilmente anche dalle nostre parti come peraltro succede in Europa ed in giro per il mondo si potranno realizzare nuove e moderne Infrastrutture sia Viarie che Portuali.

Dovremo essere ben coscienti che il nuovo Hub per le merci containerizzate realizzabile sui nostri litorali, potrebbe diventare considerate le sue potenzialità uno dei fulcri della Portualità Comunitaria e nel contempo essere anche in grado di fare da volano per lo sviluppo nell’Alto Adriatico sia degl’altri Comparti Merceologici che delle variegate ed innumerevoli attività legate al mare incrementando economia e lavoro nei nostri territori, quindi mi sembra abbastanza condivisibile l'affermazione che la Portualità della nostra Regione e dell’Alto Adriatico potrà recuperare un significativo ruolo sulle scene dei Traffici Internazionali ed anche affrontare serenamente le sfide del terzo millennio, soltanto se avremo il coraggio e la lungimiranza di pianificare opere fortemente caratterizzate per dimensioni e potenzialità “che ci consentano finalmente di ritornare a correre” se invece saremo in grado di realizzare “come sembra” soltanto infrastrutture sottodimensionate che non ci permettano di sfruttare tutte le nostre peculiarità, non usciremo mai dalla mediocrità e saremo purtroppo vocati ad una lenta ma inesorabile agonia “poiché con le scarpe strette si può soltanto zoppicare”.

Brunello Zanitti Giuliano.


#12 da Brunello Zanitti Giuliano, inviato il 21/4/2011
Trieste 19 – 04 - 2011

Superporto quale futuro per la Portualità dell’Alto Adriatico???


Il tema Superporto sta animando il chiassoso pollaio della Portualità Italiana, pollaio disturbato dall’anomala iniziativa “di un Finanziatore e di un Armatore” che vorrebbero realizzare in questo nostro mare una moderna infrastruttura portuale, che sia in grado di materializzare quella che è anche una nostra più o meno velata ambizione “riuscire a spostare un po’ più a Sud verso il Tirreno e l’Alto Adriatico il baricentro del Sistema Trasportistico Comunitario”.

Al pollaio “animato com’è da provinciali e deleteri campanilismi” forse sfugge il fatto che la scelta del Sito ideale in cui eventualmente realizzare il nuovo moderno Terminal Contenitori, sarà determinata essenzialmente dalle particolari caratteristiche del Territorio “posizione strategica ampie aree retroportuali qualità/potenzialità dei collegamenti Gomma/rotaia disponibili”, unitamente a quanto Politici ed Amministratoti sapranno supportare e facilitare il percorso che dovrebbe portare alla realizzazione dell’infrastruttura.

La citata irrazionale animazione del pollaio mi sembra un po’ fuori luogo, poiché rischia soltanto di scoraggiare la cordata Unicredit Logistica/Maersk e far si che questo progetto possa approdare in altri Lidi ( Slovenia o Croazia ) e si dissolva quindi per noi come una bolla di sapone, con il reale pericolo che anche il Corridoi Baltico vada verso Est e prediliga come capolinea il Porto di Capodistria.

Per cantierizzare/realizzare delle moderne infrastruttura nel nostro Paese bisognerebbe essere in grado di rivedere alcune nostre farraginose normative che di fatto hanno impedito e attualmente impediscono che anche dalle nostra parti si possano realizzare in tempi certi che non siano bibblici e a costi contenuti e quantificabili quelle opere di cui il nostro frammentato e fragile sistema Portuale ha assoluto bisogno, normative che siano essenzialmente in linea con gli attuali Standard Comunitari che stanno di fatto consentendo a Scali come, – Rotterdam – Amburgo – Brema – Wilhelmshaven - Portsmouth - Anversa – Le Havre – Algeciras - Fos – ecc., di crescere e potenziare ulteriormente le loro infrastrutture.

Sarebbe da irresponsabili se per personalismi gelosie e miopi campanilismi o scarso impegno di Politici ed Amministratori, si possa rischiare che su quell’opulento treno targato Unicredit Logistica/Maersk attualmente in transito dalle nostre parti non ci sia in futuro un posto a sedere anche per noi.

Deleteri comportamenti che in passato hanno impedito quei radicali ammodernamenti che avrebbero consentito ai nostri Sistemi Portuali di poter assecondare quelle che erano le crescenti e mutate esigenze del mercato, ed eliminare quindi anche quella patina museale che molto spesso purtroppo aleggia sui nostri Comprensori Portuali.

Brunello Zanitti Giuliano


#11 da luca mastrantonio, inviato il 11/1/2011
L'argomento e' assolutamente condivisibile se il tema e' circoscritto al settore trasporti. Si stilano le tre priorita' per fare ripartire il paese da un punto di vista infrastrutturale/trasporti e questo e' giusto, verissimo...acclarato; ma se il tema dovesse essere "quali infrastrutture per far ripartire il paese", tra le prime tre, ma forse prima tra tutte come si puo' non menzionare quelle energetiche? Se l'argomento che si intende trattare riguardasse le prime e piu' importanti infrastrutture per il paese in senso piu' esteso, se vogliamo parlare di infrastrutture strategiche per il rilancio del sistema paese io reindirizzerei le prime tre priorita' come segue in ordine di importanza:
1) Energia (indipendenza energetica, energia a buon mercato, emissioni "0")
2)Trasporti Urbani (focus su metropolitane e tramvie per rendere le nostre citta'vivibili e fruibili ancorche' spesso a struttura "mediovale" per forza di cose). Per questo basta viaggiare e fare un benchmark con le altre citta' d'arte europee.
3)Alta velocita' su tutto il territorio per persone e merci.
Questi i tre ingredienti per aumentare la comeptitivita' del paese e la capacita' di attrarre persone ed imprese.

#10 da Andrea Barbieri, inviato il 7/10/2010
A mio giudizio l’articolo del Prof. Cascetta spicca per la completezza tecnica dell’analisi, tuttavia occorre un esame di tutte le condizioni al contorno esistenti nel nostro Paese.

È vero che in Italia occorrerebbe realizzare infrastrutture importanti, ma con questo stato di cose un aumento degli investimenti di denaro pubblico è davvero poco auspicabile.

Parliamoci chiaro, anche nell’ipotesi che si avessero da investire 200 miliardi di euro, quanti di questi soldi finirebbero in qualcosa di tangibile e utile per tutti gli Italiani?

Appalti pilotati, costi truccati, tempi infinti, malavita: tutti sappiamo che le regole del gioco sono stabilite da un sistema che decide cosa fare solo in base al mero interesse personale.

Non è solo un problema di qualità dei progetti e o di snellimento delle approvazioni, il problema di base sono le cattive intenzioni di chi gestisce il portafoglio dello stato.

Allora, prima di far muovere altri soldi pubblici, occorre a mio avviso cambiare la testa politica del nostro paese per evitare inutili sperperi di preziose e quasi esaurite risorse.

La parola “regola” a certi Italiani finisce sempre per far storcere il naso, ma senza regole semplici, chiare e rispettate da tutti il nostro paese non potrà mai rinascere veramente.

Alla fine il termine “libertà” di cui si fregiano molti partiti ha un significato confuso: di quale libertà stiamo parlando? Forse della libertà di continuare a perpetrare il loro sporchi affari!

#9 da dario scarfì, inviato il 6/10/2010
condivido l'articolo del prof. cascetta: in buona sostanza anche non fare costa, e costa caro. credo che dovremmo un po' imparare la lezione della storia:l'italia geograficamente è una penisola stretta e lunga, con due ampi mari protetti (adriatico e tirreno) e un altro per le grandi comunicazioni con tutti i paesi che da oriente a occidente si affacciano sul bacino del mediterraneo; parlo del mar ionio. bene, gli antichi usavano le autostrade del mare; di porto in porto trasportavano enormi quantità di merci, e i collegamenti via terra ne assicuravano la distribuzione all’interno. Forse questa non sarà la panacea della distribuzione ma se non altro si decongestionerebbe il traffico su ruote che percorre le nostre autostrade (quando non anche i piccoli centri, visto che, spesso, in mancanza di circonvallazioni i mezzi pesanti transitano al loro interno).

#8 da pietro napoleoni, inviato il 6/10/2010
Un Paese fermo da ormai 15 anni, che comunque interagisce con un contesto internazionale che progredisce e che adegua le infrastrutture alle sempre nuove ragioni dei mercati, è destinato a diventare fanalino di coda. E' quello che è accaduto al nostro Paese.
Un Paese dove il trasporto delle persone e delle merci è ancora prevalentemente sostenuto dalla rete ferroviaria storica, peraltro nè ammodernata nè potenziata, e che nasconde l'assena di una politica infrastrutturale con qualche bagliore fatto di un tratto di alta velocità o di annunci di inutili ponti, è destinato al non sviluppo e al regresso.
Ma l'evidente gap che rigurda le infrastrutture riguarda anche la ricerca, la istruzione media e universitaria, l'organizzazione della giustizia, la stessa coesione sociale che mai è stata così compromessa al limite del concreto pericolo della disgregazione dell'unità nazionale.
La questione delle questioni è rimettere in moto il Paese, liberandolo da una oligarchia politico-parlamentare autoreferenziale ossessionata dai problemi personali del proprio leader.

#7 da Daniele Conti, inviato il 4/10/2010
Concordo pienamente con l'autore di questo articolo. Io vivo tra Milano e Torino e ho a disposizione un'autostrada pronta per raggiungere qualsiasi località, anche piccola, di Piemonte e Lombardia, un corridoio ferroviario ad alta velocità e un'ottimo sistema stradale complessivo. Però poi non esiste un'autostrada che colleghi Tirreno e Adriatico all'altezza delle Marche, un'autostrada ionica, la Salerno-Reggio è in condizioni incredibili, la tav si ferma inspiegabilmente in Campania e se si abita nel sud della Sicilia raggiungere Palermo o Messima potrebbe essere un'impresa epica. Questi sono i sintomi di un Paese Bloccato e per niente lungimirante. Tuttavia vorrei aggiungere un appunto; le infrastrutture di cui si parla non dovrebbero essere solamente quelle tradizionali, ma anche quelle informatiche-telematiche. Perfino qui, in alcune zone del "ricco nord", navigare in internet a banda larga è difficile e, anche se non conosco la situazione del resto d'Italia, immagino che questa non sia impeccabile. Inoltre, in questo periodo è molto insistente la pubblicizzazione della "Nuvola Italiana", un sistema informatico centralizzato che offre servizi telematici, connessioni e trasferimento dati veloce su territorio nazionale. Andando a vedere poi com'è l'infrastruttura di cui dispone la "Nuvola" si scopre che i suo Centri Dati nel Sud Italia scarseggiano e in Calabria addirittura non sono presenti, il che per i cittadini calabresi rappresenta per lo meno un rallentamento significativo del servizio. Al giorni d'oggi le merci viaggiano sì su gomma e rotaia, ma anche e soprattutto su fibra ottica. Più ignoriamo questo fatto e più sarà doloroso il risveglio nel futuro.

#6 da stefano, inviato il 4/10/2010
Beh, abbiamo lasciato il paese in mano a una classe dirigente inetta, quando non si è trattato di veri e propri delinquenti pluriprocessati. Il risultato non poteva essere che questo. Chi sa fare, chi è in gamba, chi è migliore, in Italia non si occupa di politica o di cosa pubblica, per non sporcarsi le mani. Molto bene, ammiriamo adesso lo spettacolo. Anche il prof. Cascetta ci scrive dal MIT, non certo da una università italiana. I migliori via dall'Italia, e chi resta se ne frega e lascia fare. E all'orizzonte non si vede nessun cambiamento, anzi esattamente l'opposto.

#5 da Fulvio Aversa, inviato il 2/10/2010
La mobilità sociale passa anche attraverso la mobilità di persone e merci. La possibilità di spostarsi velocemente ed agevolmente all'interno dei centri urbani e fra un centro e l'altro, la movimentazione delle merci in rapidità e sicurezza nel rispetto dell'ambiente si possono paragonare al flusso del sangue nelle vene dell'economia nazionale; se esso è scorrevole allora può garantire la salute e l'efficienza dell'intero organismo che può così crescere e migliorarsi. Le proposte di ItaliaFutura contemplano soluzioni già realizzate in molti Paesi industrializzati con punte di assoluta eccellenza e competitività in Oriente (Giappone, Hong Kong, Singapore). Se l'Italia non vuole restare in Occidente cioè là dove tramonta il sole deve compiere, e presto, le tre scelte coraggiose delineate nell'articolo.

#4 da Francesco Valle, inviato il 2/10/2010
Dimenticavo, oltre all'intensificazione e potenziamento delle vie ferroviarie nonché delle linee urbane, sarebbe bene anche iniziare a predisporre dei servizi di rifornimento energetico elementare lungo le vie già transitabili. Sarebbe un progetto futuribile non immediatamente attuabile, ma all'Italia del Futuro servono anche distributori di energia elettrica affiancati a quello di idrocarburi (che è meglio destinare alla centralizzazione di produzione energetica piuttosto che sciupare per moto personale). E poi c'è chi dice che in internet girano pazzi, ma facciano il piacere alla loro persa dignità, si dimettano che non sarebbero capaci di governare neanche un oratorio.

#3 da Francesco Valle, inviato il 2/10/2010
D'altronde fin quando il governo in carica si preoccupa solo: - di intimidire chi denuncia il nulla da loro combinato col caro credito di chi ha ricevuto una fiducia senza precedenti; - di alzare i toni esacerbando aizzando i suoi emisssari; - di soffocare la libertà di espressione, invocando ora la limitazione di internet, ora additandoli a malati di mente ora a sobillatori, come li chiamano loro, quando invece la libertà di espressione è sana valvola di sfogo; Ebbene forse i pazzi mitomani stanno altrove, forse e stanno tra gli esasperati che davanti alla TV in stile TG1, vedono una realtà buffonesca che non esiste e che li ha resi succubi. Queste non sono persone adatte al governo di un paese liberale d'Occidente, sono solo trogloditi armati di clava capaci di strillare ed insultare come è nella loro concezione di politicanti da quattro soldi. Sarò pure un pazzo agli occhi di questi dominatori trogloditi armati di clava, MA vanno sostituiti il prima possibile con un governo tecnico guidato da persona saggia ed illuminata, appunto per affrontare i temi citati nell'articolo.

#2 da alessio bartolomei, inviato il 2/10/2010
il fattore più importante tra quelli che bloccano la possibilità di fare investimenti importanti, anche nel settore delle infrastrutture per il trasporto, c'è senz'altro la burocrazia. per fare un nuovo pezzo di autostrada o un nuovo porto o una nuova linea ferroviaria, occorrono decine di pareri di decine di enti che spesso sono in contrasto l'uno con l'altro. I tempi si allungano a dismisura e i costi lievitano oltre ogni ragionevolezza. per risolvere questi problemi non è bastato neppure una disciplina speciale per le grandi opere, dimostrando in questo modo che che il problema non è risolvibile se prima non si risolve il problema della burocrazia e dell'organizzazione dello stato. Italia futura deve porre questi problemi al primo punto dell'agenda se davvero vuole incidere sulla possibilità di creare un futuro migliore per il nostro paese..

#1 da Marco Montermini, inviato il 2/10/2010
Quello delle infrastrutture per la mobilità è un caso esemplare dei costi, che spesso noi italiani non consideriamo adeguatamente, che ci derivano dall'assoluta mancanza di una classe politica che sia davvero incentrata sul paese e che abbia un minimo di visione strategica e prospettica.



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