Le inutili scorciatoie per il Nord che soffre

Corriere della Sera

pubblicato il 29 settembre 2010
di Dario Di Vico

Il Nord, dunque, ha pagato a caro prezzo la Grande Crisi lasciando sul campo una buona fetta della ricchezza prodotta. La certificazione arriva dall'Istat e dà corpo a una sensazione largamente diffusa nei territori. Il Settentrione paga di più del Sud perché è più esposto al mercato e di conseguenza al drastico calo del commercio mondiale.

Decodificati i numeri, resta però la necessità di fare un passo in avanti nell'analisi e nelle proposte. Molti osservatori si chiedono, a ragione, se la crisi non abbia solo colpito il Pil ma anche, in qualche modo, esaurito la spinta propulsiva di quello che potremmo chiamare il primo nordismo (a cui vanno comunque riconosciuti grandi meriti). Le scelte da fare nel dopo crisi sembrano infatti, richiedere discontinuità. Laddove la forza dei tradizionali distretti industriali ha consentito di contenere le perdite, oggi c'è necessità di costruire nuove reti di impresa e aggregazioni. Laddove la coesione delle comunità locali è stata una formidabile piattaforma di consenso, oggi occorre spingere uomini e merci verso l'estero e persino studiare le culture dei paesi Bric. Laddove la manifattura ha costituito la a e la zeta della cultura economica, oggi c'è bisogno di irrobustire il terziario, magari copiando proprio i tedeschi che ormai fatturano più nella logistica che nell'industria dell'auto. E, infine, laddove la politica è stata anche sindacalismo di territorio, oggi c'è l'esigenza di rilanciare una moderna e autonoma rappresentanza degli interessi.

La discontinuità di strategie, e per le imprese di modelli di business, deve dare risposta anche alle nuove domande che vengono dalla società, ai cambiamenti che sono intervenuti negli ultimi anni nelle regioni settentrionali. Milano continua a perdere abitanti, aumenta il numero dei pendolari giornalieri pressoché in tutte le regioni, l'effetto Alta velocità ha avvicinato Emilia e Toscana alla Lombardia e sta modificando vecchie abitudini e stili di vita.

C'è bisogno, quindi, di un secondo nordismo perché, in fondo, più che i dati di ieri dell'Istat a preoccupare è l'indice Ue della competitività delle regioni europee. La prima delle italiane, la Lombardia è al 95° posto! Avanti, dunque, con l'implementazione del federalismo ma guai a considerarla la lampada di Aladino, notoriamente capace di soddisfare tutti i desideri. Ci vuole anche - e sottolineo anche - una buona dose di modernizzaizone.



tag:  nordismo   istat   lombardia   pil  


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