La parte sana del paese può far ripartire il cambiamento

Se lavoratori e imprese condividono un orizzonte nuovo

di Italia Futura , pubblicato il 27 settembre 2010
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La situazione di stallo dell'azione di Governo impone alla parte sana del paese, ai lavoratori e alle imprese (grandi, medie, piccole e piccolissime), di mettere da parte particolarismi e veti ideologici per far partire una decisa azione di rinnovamento sul fronte dei contratti, dei redditi e della produttività.

Il convegno di Genova della Confindustria potrebbe rappresentare un passo avanti importante verso la costruzione di un fronte tra lavoratori e imprese di cui il paese ha un disperato bisogno. La generosa apertura alla CGIL da parte di Bombassei e Marcegaglia e la risposta di Epifani lasciano forse intravedere la possibilità che una stagione di larghe e costruttive relazioni industriali possa finalmente aprirsi.

E' importante che questo processo coinvolga anche le associazioni degli artigiani e dei commercianti che rappresentano una componente fondamentale del nostro tessuto produttivo. Mai come in questo momento gli interessi di datori di lavoro e lavoratori sono stati tanto allineati. L'esigenza di aumentare i redditi (dando impulso alla domanda interna) che, dall'euro in poi, hanno visto erodere il proprio reale potere di acquisto oltre i limiti di sostenibilità rimettendo allo stesso tempo in moto la produttività rappresenta un percorso su cui è difficile ipotizzare differenze sostanziali. Così come vi è un’ampia condivisione sul fatto che i problemi dell'occupazione giovanile e del superamento dell'attuale sistema di “precariato permanente” non possono essere ulteriormente ignorati.

Ma soprattutto esiste un interesse di tutto il paese affinché le associazioni che rappresentano chi lavora (operai e impiegati) e produce (industriali, artigiani, commercianti) diano un segnale concreto sulla capacità di abbracciare il cambiamento senza aspettare i tempi lunghi della politica.

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#17 da Vincenzo Califano, inviato il 2/10/2010
Istruzione e Cultura, Professionalità e Lavoro, Salute e Sanità: sono i tre temi fondamentali da cui ripartire per proporre agli Italiani una rinascita sociale ed economica oltre che politica. Sono le tre condizioni che garantiscono la partecipazione alla vita democratica e quindi crescita ed emancipazione rispetto all'azione di un ceto politico che invece impoverisce per emarginare la comunità. Proviamo a sviluppare un serio progetto per l'Italia costruendolo sulle tre condizioni che ci permettono di essere donne e uomini, giovani e adulti protagonisti e attori del presente e del futuro.

#16 da simone, inviato il 30/9/2010
Secono il Ministro Bondi 'unico "galantuomo" del Parlamento Italiano è Bossi.
Il Presidente del Consiglio si addormenta mentre chiede la fiducia in Senato.
Ma quando verrà fuori un papa straniero che ricordi agli italiani cosa vuol dire essere "galantuomo"?
Quando le poltrone del Parlamento saranno occupate da persone degne del ruolo per cui sono chiamati a svolgere?
Spero presto perchè l'Italia è ormai uno straccio.

#15 da pietro napoleoni, inviato il 29/9/2010
Non vi è ormai dubbio alcuno che il Nostro Paese sia ancora sommerso dalle macerie prodotte dalla collettiva ubriacatura di tangentopoli. Una buriana che ha spazzato via una classe politica che, comunque, aveva condotto il nostro Paese dalle devastazioni della guerra mondiale al 5° posto nella graduatoria delle grandi potenze economiche nel mondo.
I risultati di quella operazione "giudiziaria" sono un paio di seggi nel Parlamento per quei "prodi magistrati" e la consegna del Paese ad una improvvisata classe politica che imperversa da 15 anni e che si connota per incultura, arroganza, inconcludenza e presunzione di rappresentanza.
E' la povertà culturale di questa oligarchia autoreferente, nominata dai nuovi partiti, che ha determinato lo stallo del Paese e che investe l'economia, la politica, la ricerca, le infrastrutture, la capacità di iniziativa. Nella sostanza il Paese da 15 anni è in ordinaria amministrazione, preda di veline che frequentano i "palazzi", di compagne enigmatiche, di dossier usati come clave in una continua lotta per bande.
In questa situazione di sfacelo, che per qualche verso è ragguagliabile a quella del dopoguerra, gli imprenditori e i sindacati rappresentativi, quali componenti responsabili dell'economia, portatori di interessi collettivi concreti, ora come allora, hanno la responsabilità di riassumere ogni iniziativa in difesa della produzione e del lavoro riallacciando il confronto, anche duro e serrato, ma fatto di contenuti, che sia in grado di ridisegnare autonomamente le ragioni della produzione e della rivalutazione della distribuzione dei risultati economici, facendo così giustizia delle devastanti incursioni da parte di improbabili mediatori politici che avventurandosi per sentieri che richiedono ben altra caratura culturale hanno finora prodotto divisioni e stagnazione.
Sarebbe una risposta di alto valore morale in grado anche di risvegliare coscienze ormai sopite dallo stucchevole gossip che promana dai "palazzi".

#14 da giovanni sgambato, inviato il 29/9/2010
L'azione della politica negli ultimi 20 anni ha prodotto una società profondamente frazionata e conflittuale. Impegnati negli scontri quotidiani si sono persi di vista i reali interessi del Paese. Nella momentanea impossibilità di poter modificare, attraverso il ricorso alle urne il quadro politico responsabile di tale disastro, le forze sociali responsabili devono assumersi l'onere di convogliare tutte le proprie energia in un progetto paese non solo finalizzato a rimettere in moto l’economia ma che prospetti agli Italiani, specialmente ai giovani, un idea di società nella quale ci si senta pienamente partecipi. L’entusiasmo, la voglia di fare, una nuova progettualità, piena partecipazione, obiettivi comuni sono gli elementi intorno ai quali riunire questo Paese abbandonando gli egoismi di parte e la paure che fanno solo gli interessi, di consenso politico, di una parte becera della società.

#13 da Ivano Urban, inviato il 28/9/2010
"Un politico guarda alle prossime elezioni. Uno statista guarda alla prossima generazione." (Alcide De Gaspari)

Questa citzione dovrebbe essere affissa nel Parlamento, alla Camera e in tutte le sale consigliari di Regioni, Provincie e Comuni d'Italia.

#12 da Bruno Pierozzi, inviato il 28/9/2010
Ritengo che oggi esistano le condizioni per il superamento di una cultura della contrapposizione tra capitale e lavoro e questo anche grazie anche alle conquiste operate dal riformismo nel secolo scorso. Si tratta oggi di ripartire tutti assieme per costruire un nuovo "patto sociale" che veda interagire le forze imprenditoriali con le rappresentanze del lavoro accantonando i reciproci veti e le incrostazioni ideologiche. Oggi non possiamo guardare all'Italia come fosse l'ombelico del mondo, occorre la consapevolezza di essere parte di un sistema produttivo e di consumo globale che va profondamente riformato, affinché non si ripetano le condizioni che hanno portato alla grave crisi economica e finanziaria della fine del 2008. Si esce dalla crisi soltanto "pensando in grande", accantonando per sempre l'idea che possa vincere soltanto il capitale o soltanto il lavoro. E’ da una alleanza sinergica tra capitale e lavoro che potrà svilupparsi positivamente un nuovo modello produttivo e di consumo. Come sindacalista della Cgil auspico quindi che il mio sindacato possa contribuire positivamente alla definizione di un nuovo modello di relazioni tra le parti e alla costruzione di un "patto sociale" che sappia coniugare il lavoro con un nuovo modello di sviluppo in cui impresa e lavoro siano in dialogo costante e in cui i lavoratori non siano solo compartecipi degli utili d’impresa, ma soprattutto siano compartecipi alla strategia aziendale con le loro idee e la voglia di fare. L’Italia può uscire dal tunnel in cui è attualmente piombata e per uscire da questo tunnel occorre dare spazio a tutte le forze sane e ricche di idee che ancora esistono. Lavoro, imprese, società civile, tutti insieme, possono dare a questo paese una nuova stagione di crescita e di benessere economico e sociale. Lavoriamo tutti insieme per il bene comune, mettiamo da parte i particolarismi, gli egoismi di organizzazioni e i personalismi. Ognuno lavori con l’obiettivo di fare bene il proprio mestiere e dare il massimo, questa è l’unica ricetta per una Italia nuova e positiva.

#11 da Stefano, inviato il 28/9/2010
La parte sana del paese fino ad oggi si è limitata a protestare, a guardare lo scempio senza fare sostanzialmente nulla. E' invece ora di agire e di cacciare sui due piedi tutta questa classe politica inetta e parassitaria. Fuori tutti subito.

#10 da Vittorio , inviato il 28/9/2010
In un momento di grave crisi economica, dalla quale sarà difficile uscire, senza una considerazione politica e sociale chiara e condivisa, non è più possibile rimanere nella palude, in cui i personalismi, gli opportunismi, gli interessi particolari, dell' attuale governo ha portato il paese a navigare. Per uscire dalla palude, per poter navigare in acque ancora agitate, ma libere, è necessario che ci sia piena cognizione dello stato della nostra economia, delle sue potenziali, per affrontare il necessario cambiamento, per favorire la crescita, e, in primis, governare ed affrontare seriamente la decrescita e la recessione, che non si arresteranno nei prossimi anni. Vi sono enormi potenzialità, capitali che potrebbero essere il volano di una nuova crescita economica, senza un artificioso ed illusorio stimolo ai consumi. E' quindi necessario che si possa ricostituire la condivisione di tutti quanti hanno un comune sentire, con la creazione di un nuovo polo politico, nuovo anche nei suoi protagonisti, per superare il bipolarismo acuito da una legge elettorale ben poco democratica.

#9 da renato costanzo gatti, inviato il 28/9/2010
Sono un convinto assertore di un nuovo patto sociale per l'occupazione e la produttività, in attesa che il governo si convinca a governare. Penso tuttavia che non giova un approccio "funzionalista" (lo chiamo il veltronismo alla Menenio Agrippa) che mette insieme in un cosmico "siamo tutti sulla stessa barca" oggettivi differenti interessi. Mi sembra più serio partire dalla consapevolezza che le classi esistono, e che esistono differenze di interessi (basta vedere chi nella crisi ha causato i guasti e chi, innocente, ne paga le conseguenze. Solo partendo da questa consapevolezza il compromesso può essere credibile. Punto, poi, su una responsabilizzazione del lavoro che, al contrario di quel che pensa Bombassei, partecipi alla co-determinazione (come avviene in Germania ed in Svezia) che partecipi cioè a determinare le modalità ed abbia a disposizione i mezzi per costruire insieme alla produttività, un maggiore salario da questa dipendente.
Invito a leggere sul sito www.socialismoesinistra.it la sezione economia per approfondire un pensiero socialista in proposito.

#8 da Michele, inviato il 27/9/2010
Epifani asserisce che per far ripartire l’economia occorre far aumentare il potere di acquisto dei lavoratori aumentando i salari. I lavoratori italiani, notizie recenti diffuse dai Telegiornali, hanno gli stipendi con il più basso potere di acquisto. L’assindustria, per contro, sostiene che occorre rendere competive le imprese mediante il contenimento dei costi di produzione.
Una dicotomia difficile da colmare.
La politica, sinistra, centro, destra e lega compresa, si sta dimostrando incapace di creare un giusto equlibrio tra le organizzazioni dei lavoratori ed degli mprenditori.
Melchiorne, amministratore del colosso automobilistico italo/americano, per contro ha aperto un varco in questa fitta rete costituita dalla politica e dalle organizzazioni dei lavoratori e degli imprenditori.
Parla di una politica industriale forte, che sembra virare verso un sistema diretto di relazioni tra imprenditori e lavoratori, accomunati da una unica esigenza. La competitvità.
Questo modello richiama il vecchio sistema produttivo “la famiglia”, capace di relazioni allo stesso tempo di dominio e di tutela per un interesse comune. La “crescita”.
Va bene, allora, che la parte sana del paese, i lavoratori e le imprese (grandi, medie, piccole e piccolissime), metta da parte particolarismi e veti ideologici per far partire una decisa azione di rinnovamento sul fronte dei contratti, dei redditi e della produttività.
Tutto questo presuppone una fitta rete di relazioni capace di superare le barriere che i poteri “forti”, l’economia, la politica e il sindacato infrappongono, anche mediante l’integrazione.

#7 da ugo bernasconi, inviato il 27/9/2010
Condivido il testo e faccio presente che da un anno e mezzo una associazione apolitica,della quale faccio parte, Impresecheresistono si batte per sensibilizzare imprenditori,collaboratori e politici sul tema. www.impresecheresistono.org

#6 da alessio bartolomei, inviato il 27/9/2010
Ho la sensazione che la politica, in Italia, sia morta. Quella che comanda oggi è una squallida oligarchia di nominati che pensa a tutto tranne che all'interesse del paese. Sarebbe ora che un'aristocrazia illuminata scendesse in campo e chiedesse il consenso del paese su un progetto del tutto nuovo basato sul merito, sulla mobilità tra le classi sociali, sulla lotta alla rendita per favorire il reddito: una sorta di nuovo rinascimento che ci restituisca l'orgoglio di essere italiani

#5 da jacopo Geronutti, inviato il 27/9/2010
bisogna trovare accordi comuni, incentrati sullo sviluppo del paese sulla famiglia sulla nostra comunita.Sacrifici inivitabili prima che si alzi troppo la tensione sociale.

#4 da Andrea Morgante, inviato il 27/9/2010
E' auspicabile l'avvio di una stagione nuova in cui il rapporto tra azienda e sindacato smetta di essere conflittuale e diventi costruttivo, volto a trovare il miglior compromesso nell'interesse di tutte le parti coinvolte. E' un fatto che la ragione di esistere di un'azienda sia il profitto. Un fatto conosciuto in tutto il mondo ma che in Italia spesso viene dimenticato o scambiato per un reato. Allo stesso modo sarebbe tempo per le aziende di capire che le necessità dei dipendenti più giovani sono cambiate: più degli aumenti contrattuali ci sarebbe bisogno di maggiore flessibilità, telelavoro e sostegno alla famiglia. Spero in relazioni più mature e moderne tra azienda e sindacato, come si è recentemente visto in America, atte a creare valore per l'azienda e opportunità per i dipendenti

#3 da giuseppe, inviato il 27/9/2010
Basta sapere qual'è la parte sana del paese.

#2 da Giulio Portolan, inviato il 27/9/2010
Aggiungo: i siti www.quirinale.it, www.governo.it, www.senato.it e www.camera.it andrebbero trasformati in social network.

#1 da Giulio Portolan, inviato il 27/9/2010
Oggi gli attori sociali che determinano la vita economica del Paese sono tre: lavoratori, imprenditori e politici. Io penso che la società civile, sfruttando Internet, dovrebbe organizzarsi per creare luoghi di comunicazione e interazione sociale (piattaforme come specie di social network a carattere politico, giuridico e economico, trasversali ai diversi partiti), che, mettendosi d’accordo su diverse iniziative, anche legislative, possano comunicarle direttamente al mondo politico. Il secondo comma dell’art.71 cost. va cambiato, o per lo meno superato attraverso questi network istiutuzionali: ogni cittadino deve avere il diritto di poter presentare una sua proposta di legge. Ciò di cui ha necessità oggi la comunità sociale è un più efficace collegamento con il potere politico-istituzionale centrale, e per favorire questo incontro si può utulizzare internet. Ad esempio, si potrebbero ampliare i siti delle due Camere, resi interattivi come un canale di comunicazione diretto tra cittadini e loro rappresentati.



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