Italia Futura attacca Bossi: corresponsabile dei fallimenti

Corriere della Sera

pubblicato il 27 settembre 2010
di Roberto Bagnoli

Contro il Senatur che ha bollato il convegno confindustriale di genova buono solo a produrre chiacchiere, scende in campo Italia Futura, la fondazione di Luca di Montezemolo che da un anno a questa parte è impegnata a fare le pulci al governo e alla politica in genere. "Ha ragione Bossi - scrivono sarcasticamente Andrea Romano e Carlo Calenda - è più facile parlare che agire e infatti in questi 16 anni la Lega ha combinato ben poco, dubitiamo infatti che i suoi elettori lo abbiano mandato in Parlamento per difendere Cosentino o Brancher". L'editoriale dei due animatori della fondazione montezemoliana è breve ma al fulmicotone. "Ha ragione Bossi - continuano - in Italia e nella sua Padania immaginaria la chiacchiera va per la maggiore ma delle parole a vanvera di una classe politica screditata gli italiani ne hanno piene le tasche, in particolare quegli italiani che, al contrario di Bossi, tengono in piedi il Paese con i fatti e non con le parole".

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#1 da Gino Spadon, inviato il 27/9/2010
E se la smettessimo di ripetere, a pappagallo, che i capoccioni della Lega, nonostante la loro rozzezza e la scarsa dimestichezza con la cultura, sono dei politici “nuovi”, dei politici vicini al “popolo”, degli individui portatori di un nuovo tipo di democrazia, delle creature ignare di ogni “doppiezza”, degli uomini attenti solo a problemi “concreti”, degli esseri alieni da ogni interesse personale?. Non basta forse un po’ di riflessione per capire che questa altro non è che una litania di bubbole, di panzane, di fanfaluche accreditate per una sorta di pigrizia mentale che ci porta a volte ad accordare lo statuto di verità a semplici dicerie? Ma vediamo le cose da vicino. Politici nuovi, i capi leghisti? Ma a chi vogliamo raccontarla questa storia?. Questa è gente che occupa la scena da almeno due decenni; culi di pietra che perpetuano a meraviglia tutti i difetti dei vecchi marpioni della politica. Quante volte abbiamo visto e vediamo gli ineffabili Bossi, Maroni, Calderoli, Borghezio, Castelli, Salvini e compagnia bella interpretare, di fronte all’avversario, il ruolo dell’assertore o del denegatore robotizzato? Quante volte li abbiamo sentiti obiettare, per mancanza di argomenti, che “il punto era un altro”? Quante volte li abbiamo visti fare affidamento su reboanti effetti d’annuncio quali la minaccia di milioni di baionette pronte a battersi ora per la libertà e l’indipendenza dell’inesistente Padania ora per un federalismo ai loro occhi salvifico ma. in realtà, maledettamente fumoso? Vicini al popolo, allora? Ma abbiamo voglia di scherzare?!? Questi sono populisti della peggior specie, sempre pronti a parlare del popolo, al popolo, col popolo, ma rigorosamente mai per il popolo. E soprattutto attenti non solo a non infastidire il padrone alla cui greppia trovano ampio nutrimento, ma anche a difenderlo a spada tratta. Berlusconi non è più l’odioso piduista, il pericoloso tirannello fascista, il cinico e ignobile faccendiere tanto sbertucciato in tempi ormai lontani, ma la guida provvidenziale, l’imprescindibile “uomo del fare”, l’innocente perseguitato da giudici “politicizzati”e giornalisti prezzolati. E nell’esaltazione vengono associati, per fare buon peso si direbbe, personaggi come Verdini a Cosentino che un tempo sarebbero stato sputacchiati Innovatori in fatto di democrazia? Ma non diciamo fesserie. Questi sono dei furbastri che sanno perfettamente come lisciare il pelo per il verso giusto a un popolo che ama essere incanaglito e che porta le stigmate di un fascismo strisciante. Eccoli dunque contrabbandare la volgarità per spontaneità, l’incultura per amore della semplicità, la grossolanità per arguzia. Eccoli esaltare il “celodurismo”, il disprezzo per l'intellettuale, lo sbeffeggiamento dell'avversario politico minacciato a volte con tanto di corda per gli impiccati. Eccoli alimentare l'odio per il diverso che ieri era il figlio della “perfida Albione” e oggi la massa di disperati in fuga dalla miseria. Eccoli, infine, magnificare i simboli che ieri erano la camicia nera e il fascio e oggi la camicia verde, l’ampolla celtica, il sole delle Alpi. Ignari di ogni doppiezza? Ma a chi vogliamo dare a bere una simile baggianata? Non sono forse questi stessi personaggi a dichiarare di pulirsi il culo con l’italico vessillo a Venezia o in Val Brembana per poi giurare fedeltà alla Repubblica su questo stesso vessillo quando si tratti di lucrare le ghiotte prebende di cui è prodiga Roma non più “ladrona”? E non hanno forse imparato a meraviglia il gioco del “dire” e del “disdire”? Quante volte il Bossi, dopo aver minacciato sfracelli non è tornato a farsi agnello? Quante volte si assiste a uno stantio gioco delle parti in cui Bossi, il sulfureo spaccatutto, riveste i panni dell’improbabile moderatore nei confronti di quegli scapestrati che vanno da Calderoli a Borghezio, da Salvini a Gentilini”? Attenti solo ai problemi concreti? E quali sarebbero di grazia questi problemi concreti che i leghisti hanno contribuito ad avviare a soluzione?. Dei decreti attuativi del federalismo c’è solo qualche barlume. Dei nuovi statuti regionali si fa un gran parlare ma poi si constata che perfino nel Veneto, roccaforte leghista, essi sono ancora lettera morta.. Quanto ai problemi riguardanti l’occupazione, la giustizia, la sanità, il rilancio dell’economia e della ricerca , la riforma dell’Università e della scuola essi hanno imparato l’arte dell’annuncio, cioè l’arte di spacciare l’aria fritta per fatti concreti. A meno che per riforma della scuola essi non si intendano il tappezzamento degli edifici scolastici con centinaia di simboli leghisti. Alieni da ogni interesse personale? Ma c’è forse ancora qualcuno che non rida di fronte a questa palese controverità? Vorrei ricordare che questi individui, pronti a stracciarsi le vesti quando Fassino salutò Consorte al grido di “ “Abbiamo una banca”, oggi, per voce del loro duce supremo, proclamano “A noi gli istituti di credito, il popolo ce lo chiede”, anche se in verità più che il popolo è il denso parentame a gongolare per questa conquista. Esauriti ormai quei bacini occupazionali che sono la Commissione europea, la Camera dei Deputati, la Commissione attività produttive della Camera, il Sistema fieristico Lombardo, il Ministero dell’Economia, la Regione Piemonte e Lombardia, le Province di Brescia e Vercelli, le Tramvie bergamasche, i numerosi comuni fra i quali eccellono quelli di Varallo Sesia, Azzano Decimo, Borgosesia, ecco farsi avanti, a rimpolpare il più spudorato nepotismo, l’eldorado degli sportelli bancari... Ce n’è abbastanza, credo, per capire che anche la Lega ha ceduto, ormai da tempo, alle seduzione del potere. Basti velocemente ricordare, oltre a quanto detto qui sopra, la ben nota condanna di Bossi per finanziamento illecito del partito, la parentopoli in puro stile prima repubblica denunciata da Gian Antonio Stella, il fallimento della banca CrediNord, le sballate speculazioni immobiliari in Croazia rivelate dal giornale “Il Piccolo di Trieste”, la vicenda del leghista Angelo Ciocca fotografato mentre incontra il boss della ‘ndrangheta Pino Neri, la storiaccia dei concorsi pubblici truccati per far vincere militanti del partito leghista, il caso scandaloso, raccontato anch’esso da Gian Antonio Stella, delle auto blu usate con tanta “disinvoltura” da Edouard Ballaman, presidente del consiglio regionale del Friuli. Tutti questi rilievi, sia chiari, non per giungere a qualunquistiche assimilazioni col risultato “tutti colpevoli = nessun colpevole”, ma per denunciare il carattere “leggendario” di una “verginità” leghista persa ormai da quel dì. Gino Spadon



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