Gran parte della classe dirigente italiana siede sui banchi universitari, quella attuale da un lato, quella futura dall’altro.
Gli studenti sono a loro volta
scomponibili in tre categorie: i posteggiati, i bravi figli di papà e gli ignoti. Questi ultimi sono la stragrande maggioranza.
Lo studente ignoto deve cercarsi un appartamento costoso – il cui prezzo rallenta dal basso la diminuzione degli atenei e delle sedi decentrate -; paga tasse tendenzialmente indipendenti dal merito – il che offre disincentivi alla produttività studentesca -; non riceve stimoli adeguati all’internazionalizzazione della sua formazione, né dal corpo docente, né dal trattamento economico delle borse per l’estero – raramente in grado di garantire la semplice sopravvivenza -; non capisce le differenze in punto di dimensione nazionale/internazionale del docente, e delle sue attività scientifiche, perché il sistema non gliele rende immediatamente visibili o rilevanti.
Quando poi alza gli occhi al cielo della politica, lo studente ignoto trova provvedimenti che non risolvono alcuno dei problemi cui si è fatto cenno. Trova però un governo che mantiene l’università nella sfera pubblica e tratta quindi la sua educazione come bene primario, ma poi, e fra l’altro: incentiva le università a tagliare le sedi prima di finanziare l’edilizia universitaria nelle sedi centrali; non incentiva economicamente gli atenei a reclutare i migliori docenti stranieri e ad offrire quindi allo studente ignoto il contatto personale con mondi altri e altre modalità di accumulo e trasmissione del sapere.
Dopo tre-sei anni, lo studente ignoto esce dalla facoltà e inizia a scoprire il mondo del lavoro (viste le premesse, solo quello) italiano. Un mondo dove sono premiati non gli elevati tassi di conoscenza, ma la predisposizione alla burocrazia e gli alti tassi di artigianalità, creativa o no (in nome di una tradizione socio-economica che non sa innovarsi). Un mondo che i posteggiati hanno conosciuto in anticipo su di lui; un mondo che i bravi figli di papà possono ignorare, perché trasborderanno i benefici della loro posizione e cultura a favore delle società e dei paesi dove costruire il futuro delle classi dirigenti è ancora una serissima priorità.
Mauro Bussani è parte del Comitato promotore di Italia Futura e Professore Ordinario di Diritto Privato Comparato presso la Facoltà di Giurisprudenza all'Università di Trieste.