Elogio dello studente ignoto

I posteggiati, i bravi figli di papà e gli ignoti

di Mauro Bussani , pubblicato il 24 settembre 2010
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Gran parte della classe dirigente italiana siede sui banchi universitari, quella attuale da un lato, quella futura dall’altro. Gli studenti sono a loro volta scomponibili in tre categorie: i posteggiati, i bravi figli di papà e gli ignoti. Questi ultimi sono la stragrande maggioranza.

Lo studente ignoto deve cercarsi un appartamento costoso – il cui prezzo rallenta dal basso la diminuzione degli atenei e delle sedi decentrate -; paga tasse tendenzialmente indipendenti dal merito – il che offre disincentivi alla produttività studentesca -; non riceve stimoli adeguati all’internazionalizzazione della sua formazione, né dal corpo docente, né dal trattamento economico delle borse per l’estero – raramente in grado di garantire la semplice sopravvivenza -; non capisce le differenze in punto di dimensione nazionale/internazionale del docente, e delle sue attività scientifiche, perché il sistema non gliele rende immediatamente visibili o rilevanti.

Quando poi alza gli occhi al cielo della politica, lo studente ignoto trova provvedimenti che non risolvono alcuno dei problemi cui si è fatto cenno. Trova però un governo che mantiene l’università nella sfera pubblica e tratta quindi la sua educazione come bene primario, ma poi, e fra l’altro: incentiva le università a tagliare le sedi prima di finanziare l’edilizia universitaria nelle sedi centrali; non incentiva economicamente gli atenei a reclutare i migliori docenti stranieri e ad offrire quindi allo studente ignoto il contatto personale con mondi altri e altre modalità di accumulo e trasmissione del sapere.

Dopo tre-sei anni, lo studente ignoto esce dalla facoltà e inizia a scoprire il mondo del lavoro (viste le premesse, solo quello) italiano. Un mondo dove sono premiati non gli elevati tassi di conoscenza, ma la predisposizione alla burocrazia e gli alti tassi di artigianalità, creativa o no (in nome di una tradizione socio-economica che non sa innovarsi). Un mondo che i posteggiati hanno conosciuto in anticipo su di lui; un mondo che i bravi figli di papà possono ignorare, perché trasborderanno i benefici della loro posizione e cultura a favore delle società e dei paesi dove costruire il futuro delle classi dirigenti è ancora una serissima priorità.



Mauro Bussani è parte del Comitato promotore di Italia Futura e Professore Ordinario di Diritto Privato Comparato presso la Facoltà di Giurisprudenza all'Università di Trieste.

Docente di diritto comparato all’Università di Trieste, ha insegnato negli USA, in Francia, Cina, Brasile, Perù, Portogallo, Serbia. È direttore scientifico dell’International Association of Legal Sciences dell’Unesco e membro del CdA dello “United World College of the Adriatic” e di “S.I.S.S.A. Medialab”.


tag:  studenti   università   conoscenza   lavoro  


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#10 da Diego, inviato il 1/10/2010
Qui sopra leggiamo quattro paragrafi che fotografano con triste precisione la situazione delle nostre università. Il problema è ancor più chiaro a chi, come me, studiava in una facoltà (giurisprudenza) dove il respiro internazionale era (ed è) in buona sostanza assente, dove quasi nessun docente suggeriva di alzare lo sguardo dal codice per osservare quello che accade oltre i confini nazionali. Dove dopo la laurea spesso non si diviene null’altro che un ‘praticante ignoto’, che non sa come utilizzare le nozioni apprese a lezione – magari pure già superate da riforme legislative –, che si trova smarrito e deluso nei confronti dell’Università che non gli ha permesso di costruire le fondamenta dove poggiare il proprio futuro professionale. Un futuro che, forse, potrebbe apparire molto diverso se a lezione venisse fornito un metodo (invece che sterile nozionismo) e si presentassero (anche) esperienze portate da docenti internazionali, permettendo così allo studente di conoscere e valutare realtà diverse rispetto a quella domestica ed avere gli strumenti per affrontarle.

#9 da Daniele Conti, inviato il 1/10/2010
Io sono uno studente ignoto, non ex, non fuori corso, ma che vive appieno la situazione precaria dell'università. Molti miei amici spesso parlano con disprezzo e amarezza della nostra università, ma io non mi sento di bloccare i loro sfoghi andando a cercare aghi positivi (che conosco e ci sono) in questo grande pagliaio; quando un sistema ha dei difetti è giusto criticarlo. Però dobbiamo capire che oltre alla critica ci deve essere la parte propositiva! Non dobbiamo e non possiamo vivere passivamente la nostra università, ma bisogna farlo con passione e impegno, anche nei particolari, perché ai difetti organizzativi sopperiscono le qualità di chi studia e insegna. Se non siamo noi studenti i primi a crederci e semplicemente alziamo le spalle dicendo "che schifo" allora anche noi diventiamo un difetto di quel sistema.

#8 da stella, inviato il 28/9/2010
Ricordo nella mia esperienza di studentessa una professoressa che mi disse che per chi ci crede è difficile questa situazione. Tuttavia io voglio essere ottimista per il mio futuro e per quello delle generazioni che verranno; vedo ogni giorno nell'università tante persone che ci credono ancora, si impegnano per far funzionare le cose e fino a che anche una sola persona ci crederà io credo che c'è ancora speranza. Penso sia importante crederci ancora anche se svilente, frustrante, lo dobbiamo ai nostri sacrifici, alla nostra storia a chi prima di noi si è impegnato.
Già belle parole, perfette come sempre1

#7 da stella, inviato il 28/9/2010
Citando una mia insegnante della mia carriera scolastica passata "è difficile per chi ci crede davvero..", però per fortuna nella mia esperienza quotidiana vedo ancora persone che ci credono e ce la mettono tutta per far funzionare l'università. Finchè ci saranno persone che oltre a far sentire la loro voce di dissenso per come vanno le cose, lavoreranno ogni giorno credendo in quello che fanno io penso che una speranza c'è di poter migliorare le cose. E' difficile, svilente, poco gratificante certo però voglio essere positiva, per il mio futuro e di quelli che verrano dopo di me. Concordo sull'articolo perfetto, belle parole!

#6 da Marco Montermini, inviato il 28/9/2010
L'articolo è perfetto. Come ex-studente "ignoto", solo a posteriori mi sono reso conto di tante cose che rendono la vita lavorativa inizialmente piuttosto difficile da digerire: questo articolo le sintetizza efficacemente. Complimenti ancora, spero che questo genere di appello trovi un seguito in chi avrebbe il dovere di migliorare le cose: certo, è una speranza assai flebile...

#5 da Francesco Canobbio, inviato il 27/9/2010
Siamo una società bloccata sembra di essere in un sistema feudale, chi nasce in un determinato contesto rimane in quello.
Non ci sono possibilità e il governo andando a tagliare indiscriminatemente i fondi alla scuola ha compromesso il futuro di questo paese

#4 da Francesco Pillosu, inviato il 26/9/2010
E' si, l'Università è in mano a dei pseudodocenti-dittattori, che se ne sono impossessati come cosa loro; sono infinite le testimonianze di concorsi ad ok per i loro preotetti, di 30 dati a parenti di colleghi o persone conosciute, mentre la grande massa subisce purtroppo impassibile queste ingiustizie. Spesso le persone valide che vogliono emergere ma non sono gradite o non c'è posto per loro, vengono mobbizzate e costrette a desistere. Purtroppo non c'è meritocrazia e chi ne paga le conseguenze è tutto il Paese. I Signorotti invece se ne fregano, si prendono immeritatamente lo stipendio e continuano gattopardescamente a occupare i loro regni.

#3 da Luca Amor., inviato il 24/9/2010
L'università italiana: la grande immobile.

Un sistema perfettamente strutturato da non esser in alcun modo competitivo. Si vuole preservare la gerontocrazia politica ed economica del Paese, assumendo l'università come simbolo di questa lotta per la conservazione dello status quo.
Può uno studente di legge dell'università italiana avere una qualche possibilità di emergere come giurista europeo (se non globale) quando le materie di "diritto territoriale" coprono da statuto il novanta per cento degli insegnamenti obbligatori?
Ha senso ricercare l'eccellenza nelle Facoltà, se poi l'ambizione e l'interesse personale vengono drasticamente interrotte da un metodo di studio obbligato, esegetico, mnemonico?
Ha senso avere talento per un Paese rachitico ed improduttivo?

Uno studente italiano, interviene nel mondo del lavoro (quando ha fortuna e capacità)a 23 o 24 anni. Alla sua età il giovane inglese o americano o brasiliano ha già sulle spalle una consolidata esperienza pratica ed un retroterra internazionalistico che fa arrossire il povero studentello italiano, sepolto per cinque anni da mattoni ripetuti ma difficilmente compresi, con scarsa attitudine alle lingue straniere ed un'apertura mentale che termina nella circoscrizione territoriale cui si trova la propria università.
Che dire poi degli eterni assistenti, degli infiniti stagisti, degli imperituri praticanti?
Forse per questo si pensa pure di allungare gli anni dei corsi universitari da cinque a sei: rimpinguare le casse dello Stato con un altro anno di tasse universitarie e togliere una buona porzione di giovani alle statistiche sulla disoccupazione.
Intanto le università italiane si allontanano sempre più dalle classifiche intaernazionali.
Allora quale altra soluzione hanno i "bamboccioni" da 110/110 se non fuggire all'estero?

#2 da Gianluigi Nenna, inviato il 24/9/2010
Gran parte dei problemi italiani è determinato dalla scarsa propensione alla premialità nei confronti di chi merita veramente. Molto spesso la classe dirigente anche in sede politica è caratterizzata dalla mediocrità diffusa, ovviamente,con qualche sacrosanta eccezione, che rappresenta aimè la minoranza.
Questo stato di cose trasportato nella vita reale comporta la creazione di falsi problemi e la frapposizione di inutili ostacoli alla risoluzione dei problemi reali della gente,pur di rafforzare la propria posizione di superiorità, solo supposta. Il che accompagnato da un sempre più diffuso ego-personalismo comporta la confusione dei veri fini cui la classe dirigente per sua vocazione e funzione deve perseguire: il miglioramento delle condizioni oggettive e complesssive della societa. Da ciò consegue che si tende sempre più alla risoluzione di problematiche personali, invece di prodigarsi alla risoluzione di problemi sociali, anche da parte di chi....di ciò dovrebbe occuparsi, e per il rango della posizione sociale aquisita e per la funzione che la società affida alla classe dirigente investita di questa funzione, troppo spesso fuorviata ed intrappolata dai propri limiti che in quelle vesti dal carattere personale assumono una rilevanza universale e sociale.

#1 da Dario B., inviato il 24/9/2010
Tutto assolutamente vero. È desolante quello che noi studenti "ignoti" dobbiamo affrontare quotidianamente nei nostri atenei. Il merito, che dovrebbe essere paradigma di ogni iniziativa didattica, è messo da parte per lasciare spazio alla raccomandazione o alla semplice indifferenza. Ritengo che il problema all'origine sia la mancanza di un organismo forte ed autoritario al di sopra e al di fuori delle università. Chi valuta l'operato dei professori? Chi si occupa di assicurare agli studenti i giusti spazi ed eguali possibilità? Ho ricercato a lungo una risposta a queste domande ma ahimè è sempre la stessa: Nessuno. Mi chiedo perché non si possa permettere agli studenti di esprimere una valutazione, poi presa realmente in considerazione dai consigli di facoltà, sull'operato di professori e assistenti. Mi chiedo perché gli studenti non possano usufruire di agevolazioni fiscali nei contratti di affitti. Questo non aiuterebbe solo i giovani ma permetterebbe di prevenire l’enorme evasione fiscale che è onnipresente in questo ambiente. Mi chiedo perché non si voglia dare un reale sostegno agli studenti meritevoli piuttosto che far cadere a pioggia i contributi regionali in conformità di bassi requisiti di merito. Gli importi di queste borse non sono assolutamente sufficienti a garantire una minima indipendenza economica. Basterebbe alzare i requisiti e quindi poter ridistribuire i soldi risparmiati agli studenti che davvero eccellono nei loro settori. Purtroppo però appena qualcuno si propone di modificare le norme di distribuzione dei contributi, i collettivi scendono in piazza accusando di voler penalizzare il diritto allo studio. Lo studente ignoto prima si indigna, poi resosi conto dell’impossibilità di cambiare qualcosa tenta di sopravvivere dentro questo sistema sperando in un futuro lavorativo differente e ricco di possibilità. Una mera illusione a quanto pare.



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