Alla ricerca dell'Italiano Ignoto
Il talento dell’artigiano ignoto
Elogio della cultura del fare
di
Stefano Micelli ,
pubblicato il 21 settembre 2010

Dobbiamo ricordarci ogni giorno dell'Italiano Ignoto. Di colui che fa la sua parte, nonostante tutto. Colui che paga le tasse secondo i propri redditi. Colui che si dedica al proprio lavoro, alla propria famiglia e alla propria casa. Perché gli Italiani Ignoti sono maggioranza in questo paese. E proprio loro fanno dell'onestà, della passione per il proprio mestiere e dell'amore per l'Italia la vera speranza per il nostro futuro comune
Luca di Montezemolo
Nel nostro paese, esiste una cultura materiale fatta di gesti, di tecniche, di sensibilità ai materiali, di gusto, che continua a rappresentare un tratto specifico della nostra economia e della nostra società civile. E' la cultura materiale dei nostri artigiani, il sistema operativo del made in Italy. Non ha mai avuto particolare visibilità mediatica. Preferiamo parlare di firme, di griffe, di designer o di inventori. In realtà,
dietro ai successi del prodotto italiano nel mondo, troviamo nella maggior parte dei casi il talento di artigiani capaci di trasformare le idee in manufatti, l'ispirazione dei creativi in realtà concreta. E' vero nella moda, dove la modellista continua a tradurre il disegno dello stilista in campionari da proporre a chi, gli abiti griffati, li dovrà vendere. E' vero nel design, dove i prototipisti sono i protagonisti della fase di passaggio dal progetto alla fase di industrializzazione del prodotto. E' vero nel settore delle macchine utensili dove il montaggio e la manutenzione di impianti e macchine complesse è ancora affidato alla competenza di artigiani capaci di trovare e, soprattutto, di mettere in pratica, una soluzione ai problemi più complicati.
In questi anni di crisi, si dirà, il lavoro artigiano è tornato in auge. Per anni abbiamo sentito parlare di lavoratori della conoscenza, di
knowledge workers, di analisti simbolici, di creativi e di talenti.
La crisi ha avuto il merito di ridare legittimità al lavoro fatto con le mani. E’ vero. Ma è paradossale che il riconoscimento del lavoro artigiano sia passato prima di tutto per qualche libro americano. Dalle nostre parti, l’artigiano rimane una figura pressoché ignota. I molti lo immaginano come uno dei personaggi delle tante rievocazioni storiche che riempiono i centri cittadini nelle domeniche di autunno: un simpatico residuo del Rinascimento che fu, con la sua bottega, a un passo dalla vivandiera che offre vino e porchetta.
Nessuno pare rendersi conto che moltissimi artigiani tentano, in alcuni casi con successo, di ripensare il loro ruolo nella nuova economia globale.
Nessuno fa uno sforzo per mettere a fuoco le storie di tanti laureati che preferiscono la cultura del fare, magari rischiando anche del proprio, a quella del lavoro di impiegati, per innovare e proporre qualcosa di nuovo. Alcuni agganciandosi al mondo dell’arte e dell’architettura. Altri proponendosi come inventori nel campo della meccanica e dell’edilizia; altri ancora scommettendo in modo nuovo sulla nuova economia della sostenibilità.
Questo patrimonio di saper fare e di imprenditorialità non è conosciuto e, per questo, non è nemmeno oggetto di politiche. Si badi bene:
non si tratta solo di difendere l’artigiano. Si tratta di valorizzarlo, di sostenerlo nella ricerca di un nuovo modo di stare sul mercato, di farlo diventare uno dei punti di forza di un paese che vuole cambiare. E’ un’energia tutta italiana, sistematicamente dimenticata da chi, il nostro paese, ha sempre creduto di doverlo correggere o addirittura redimere.
Chi pensa di poter rilanciare il paese senza valorizzare la straordinaria cultura materiale di cui disponiamo, non coglie il valore economico e di innovazione di questo immenso patrimonio di pratiche e di sapere. Tanta dimenticanza, oggi, non è solo ingiusta; è soprattutto pericolosa.
Stefano Micelli è professore associato di economia e gestione delle imprese presso l’Università Ca' Foscari di Venezia.