L’idea del sindaco di Adro di “marcare” (non trovo altro termine) ogni angolo della scuola del suo piccolo comune con il sole delle Alpi, simbolo scelto da un partito politico territoriale,
non deve essere in alcun modo liquidato richiamando la solita giustificazione di ricondurre il tutto al tipico
folclore leghista.
Dopo l’intervento del ministro Gelmini, che ha rischiato l’ira di
un alleato politico al quale tutto è concesso, e le manifestazioni spontanee e organizzate dalle opposizioni, possiamo immaginare che presto dalla scuola “Gianfranco Miglio” di Adro il sole delle Alpi “tramonterà”.
Il sindaco di Adro ha provato a difendere la sua scelta obiettando che il sole delle Alpi, prima di essere il simbolo della
Lega Nord, è il simbolo di un territorio e parte dell’identità di un popolo che vive in quel territorio. Il problema è che tale ragionamento non giustifica affatto la presenza di simboli sui banchi di una scuola che ha, come obiettivo educativo, anche
la cultura dell’identità nazionale, per far comprendere ai ragazzi di Adro o di un comune della Calabria di essere una comunità che è parte integrante e costitutiva di una Nazione e che ognuno di loro deve sentire
l’orgoglio di essere italiano.
Non ho sentito obiettare al sindaco che
la scuola deve essere un luogo di integrazione, dove la conoscenza e l’elaborazione del pensiero deve contribuire a far superare le differenze sociali, culturali tra i ragazzi, e certamente non educare, con lo strumento subliminale di simboli, quali essi siano, all’individualismo, al particolarismo localistico o al settarismo.
Il sole delle Alpi sarà anche il simbolo di una cultura storica legata al territorio, ma nessuno può riportarci all’Italia dei Comuni del basso medioevo o all’Italia senza identità pre-risorgimentale. L’Italia è una ed indivisibile perché così hanno voluto gli eroi del Risorgimento e gli italiani.
Centocinquant’anni di storia non possono essere cancellati da un sindaco di un piccolo paese del Nord.
Diceva un grande storico del Risorgimento, nonché leader di un piccolo partito della prima repubblica, Giovanni Spadolini, che il servizio militare obbligatorio è un valido strumento d’integrazione tra le diverse anime che compongono questo grande Paese. Era un modo per far vivere insieme per un anno il ragazzo del Nord con il ragazzo del Sud, per conoscere e vivere le diverse culture locali sotto un’unica bandiera: quella italiana.
Se anche la scuola diventa luogo di battaglia politica secessionista, e
il pericolo è proprio nei piccoli passi, oggi il simbolo, domani i programmi, e dopodomani i dialetti, senza che la politica e la classe dirigente di questo Paese sappia contrastare, sul piano degli ideali e dell’identità nazionale, la cultura leghista,
il Paese rischia una lenta dissoluzione.
La storia ci insegna che spesso i pericoli per la convivenza sociale vengono dalla sottovalutazione di fenomeni politico-sociali. Tensioni economiche sociali, disaffezione alla politica e alle istituzioni, cultura secessionista, intolleranza, assenza di valori condivisi possono essere la chiave per aprire la porta della caverna nella quale è stata rinchiusa dalla storia
quella ideologia violenta e antidemocratica che ha insanguinato gli Anni Settanta.
P.S: mentre scrivo questo post leggo la dichiarazione del sindaco di Adro:
“Cancellerò il simbolo dalla scuola solo se me lo chiede Bossi”. La prossima volta che un ministro, un prefetto, un giudice o chi altro chiederà ad un sindaco, a un presidente di Provincia o ad un presidente di Regione della Lega il rispetto della legge, saprà a chi scrivere!
Consigliere della Presidenza del Consiglio dei ministri, Alberto Stancanelli è membro del comitato promotore di Italia Futura.