Alla ricerca dell'Italiano Ignoto

Elogio del creativo ignoto

L’Italia è ricca di energie in movimento, da non lasciare sole

di Irene Tinagli , pubblicato il 16 settembre 2010
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Dobbiamo ricordarci ogni giorno dell'Italiano Ignoto. Di colui che fa la sua parte, nonostante tutto. Colui che paga le tasse secondo i propri redditi. Colui che si dedica al proprio lavoro, alla propria famiglia e alla propria casa. Perché gli Italiani Ignoti sono maggioranza in questo paese. E proprio loro fanno dell'onestà, della passione per il proprio mestiere e dell'amore per l'Italia la vera speranza per il nostro futuro comune

Luca di Montezemolo
Ci sono paesi che vanno a caccia di creativi in ogni angolo della terra, che li cercano, li formano, li valorizzano. Altri che semplicemente li snobbano, li ignorano. Come l’Italia. Eppure sono tanti i giovani (e meno giovani) italiani brillanti pieni di energia e di idee che scalpitano per mettersi alla prova, per imparare e realizzare qualcosa di bello, importante, utile. Ma che troppo spesso sbattono contro muri di gomma. Invischiati in progetti senza capo ne’ coda, che smorzano presto ogni loro entusiasmo, bloccati da burocrazie lunghe e asfissianti, da capi insonnoliti che non vogliono perdere tempo per ascoltare le loro idee o aiutarli a imparare.

E allora si lamentano, si riuniscono per sfogarsi, si arrabbiano, provocano, forse alimentando un po’ il mito dell’Italiano lamentone. Ma non si fermano. I creativi italiani, pur se ignoti e anonimi, continuano a cercare, a provare, a esplorare. Solo che lo fanno da soli, quasi clandestinamente, a latere dei loro lavoretti ufficiali. E, spesso, cercano altrove. Leggono giornali e stampa estera per respirare un’aria più stimolante e trovare idee, cercano opportunità in aziende ed istituti stranieri, anche temporanee, ma che almeno diano modo di continuare a crescere e conoscere. E così te li ritrovi lì, per le strade di Bruxelles, nelle brasserie di Parigi o nei pub di Londra, nelle gallerie d’arte di New York. Ma anche in tante organizzazioni o locali italiani, a raccontarsi le esperienze fatte all’estero, quello che hanno visto, imparato, e le loro idee per il futuro.

Ne ho incontrati decine e decine così, in Italia come in Europa, negli Stati Uniti come in Sud America. E ogni volta mi viene da pensare a tutto quello che si potrebbe fare in Italia semplicemente mettendo insieme tutte queste energie sempre in movimento, ma troppo spesso lasciate sole.


Irene Tinagli, fa parte del Comitato promotore di Italia Futura. Docente all'Universita' Carlos III di Madrid, è esperta di innovazione, creatività e sviluppo economico. È consulente del Dipartimento Affari Economici e Sociali dell’ONU, della Commissione Europea e di numerosi governi regionali, enti e aziende in Italia e all’estero.




tag:  creativo ignoto   stimolo   futuro   italia  


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#6 da mario, inviato il 15/3/2012
Le storie e le vicende degli Italiani Ignoti, (di umili origini) che hanno fatto grande la nostra nazione a prezzo di sacrifici ed abnegazioni inenarrabili, hanno riconoscimenti simbolici nelle rievocazioni che vanno dalla memoria di Pietro Micca al monumento al "Milite Ignoto". Proprio da una mirabile ricostruzione di uno spaccato della guerra 15 18 di Mario Silvestri in "ISONZO 1917" e di altre ricostruzioni dello stesso autore tipo "CAPORETTO" "IL COSTO DELLA MENZOGNA" (la ricerca nucleare in Italia - e la ricerca in genere), dalla ricostruzione storica del processo dell'unità d'Italia di Denis Mach Smit, si potrebbero rievocare comportamenti edificanti, anche a riconoscimento dei grandi meriti di quelle persone che hanno suscitato l'ammirazione più del mondo che dei nostri connazionali............una rivisitazione di tanti fatti ci renderebbe forse più consapevoli della grandezza (quasi sempre misconosciuta) di cui sono state protagoniste le nostre passate generazioni, e potrebbe essere un viatico per confortarci nell'affrontare le difficoltà per uscire dalla spaventosa crisi più morale ancora che economica in cui ci troviamo ad annaspare....

#5 da Michele Dantini, inviato il 6/3/2011
Mi auguro che a una parte significativa dell'opinione pubblica liberale del paese non sfugga il decisivo contributo che l'eccellenza umanistica può portare alla maturità civile di una nazione. Accanto alle condivisibili istanze di conservazione dei beni archeologici e storico-artistici, occorre preservare la capacità educativa e di rinnovamento del pensiero cui sono istituzionalmente dedicate le facoltà letterarie e filosofiche. E' infatti convinzione comune, nella comunità angloamericana, germanica o scandinava, che in primo luogo la cultura umanistica educhi una democrazia.

#4 da alessandro ceresoli - RITORNO AL FUTURO, inviato il 17/1/2011
Il progetto che Alessandro Ceresoli presenterà in galleria per la sua seconda mostra da Francesca Minini nasce da un lungo soggiorno ad Asmara in Eritrea che gli ha permesso di vivere a fondo questa esperienza e di entrare in contatto con la storia di questo Paese. La realizzazione della mostra ha richiesto due anni di lavoro, il primo anno dedicato all'ideazione, permanenza e realizzazione dei pezzi esposti, il secondo anno, dedicato alla difficile esportazione dei pezzi prodotti con gli artigiani di Asmara. Infatti, a causa di una politica autarchica e totalitaria del governo eritreo, le esportazioni e le importazioni sono molto limitate ed estremamente controllate. L’artista con questo processo di ideazione, realizzazione ed esportazione di un prodotto, ha realizzato in qualche modo un’apertura, una breccia nel sistema. In mostra disegni e sculture prodotte nei sei mesi trascorsi in questa realtà geograficamente lontana, ma culturalmente legata a quella italiana, in un processo di riscoperta di una parte di storia dimenticata. L’Eritrea è stata una colonia italiana dal 1880 al 1947, anno del Trattato di Pace in seguito al quale l’Italia dovette rinunciare ai suoi possedimenti territoriali. Le tracce del periodo coloniale italiano sul territorio eritreo sono ancora molto evidenti. I soggetti dei nuovi disegni sono immagini inventate che nascono da un’esperienza e mantengono una dimensione di incompiutezza. Alessandro Ceresoli aggiunge un livello totalmente inedito rispetto ai suoi primi lavori, quello testuale. Le opere non rappresentano solo l’immaginario dell’artista, ma raccontano la storia di una parte di quelli che sono stati i territori d’oltremare dell’Italia. In questi disegni la storia diventa valore aggiunto, i suoi lavori ci accompagnano in un viaggio di riscoperta del nostro patrimonio storico, ripercorrendo l’intreccio degli eventi del periodo coloniale. L’artista mette in luce come la protagonista principale di questi avvenimenti sia la popolazione locale. La lotta italiana per avere l'Africa Orientale tra le sue colonie è stata un’impresa spropositata che ha portato sul territorio dello stato africano conseguenze tangibili attorno alle quali si è sviluppata la loro società. Dopo l'illusorio entusiasmo del periodo coloniale italiano, i cittadini eritrei hanno iniziato un percorso autonomo che attraverso trenta anni di guerre, ha portato all’indipendenza dall’Etiopia, ottenuta circa diciannove anni fa. Gli oggetti in vetro sono il frutto di una collaborazione concreta tra l'artista e una vetreria di Asmara. Grazie a questa esperienza Alessandro Ceresoli si è avvicinato ulteriormente alla comunità e ai ritmi della città, assaporandone a fondo l’atmosfera. L’ispirazione per questi lavori in vetro e specchio nasce dall’osservazione e lo studio dell’architettura modernista italiana del periodo coloniale presente nella capitale, in particolare la stazione di servizio “Fiat Tagliero” del 1938, progettata dall’architetto futurista Giuseppe Pettazzi.

#3 da ennio baratella, inviato il 20/9/2010
Insieme ad alcuni amici - non più giovanissimi come anagrafe - ma fusi di testa per il troppo creare - stavamo pensando di pubblicare in rete una specie di libro - del tipo 500 Idee gratis per voi.
La logica del tenersi le idee e sperare di trovare lo sponsor non paga, almeno le diamo a tout le monde.

Confermo che l'Italia rimane al top della creatività ed emerge sempre di più nel momento del bisogno.
Il punto è che abbiamo troppa gente ( manager in testa) che preferiscono tenere la polvere sul balcone, è più comodo..

By By.

#2 da dario scarfì, inviato il 17/9/2010
confesso che certe volte mi scoccia un po' pensare alla tabula lamentationis, ma va fatto non fosse altro per non rifare gli stessi errori. in questi anni abbiamo visto due derive contrapposte: la politica e il sindacato. l'una non ha saputo porre le basi per un autentico sviluppo basato sulla ricerca,la promozione e l'innovazione; l'altro, il sindacato, per mantenere i propri privilegi si è trincerato dietro il vecchio paradigma, oggi quantomai fittizio, della miope difesa a oltranza del lavoratore piuttosto che del lavoro. il caso fiom è l'esempio lampante di un sindacato che ha perso la propria sfida con il futuro: in un mondo del lavoro che cambia il sindacato non ha saputo adeguare la propria tutela del lavoro. va da se che, garantito il lavoro e le condizioni del lavoro, si tutela anche il lavoratore. quello che occorre adesso è un grande programma unitario di pacificazione che faccia sentire tutti gli italiani parte indispensabile del tutto: non vi sono energie, speranze, bisogni di cui si possa fare a meno: l'importante è condividerli fissando obiettivi chiari, semplici, possibili.

#1 da Giulio Portolan, inviato il 17/9/2010
Ci sono alcune cose che si potrebbero fare, come creare numerose e specifiche associazioni e organizzazioni finalizzate alla difesa e promozione di specifici interessi, per i giovani. Delle specie di “corporazioni”, non agenti in base a contributi statali, ma con i contributi di privati e degli stessi giovani, che lavorano. Queste associazioni, come anche forme di sindacati per i “giovani”, possono organizzare e promuovere iniziative economiche di vario tipo, e di alto profilo culturale. Non serve quindi nell’attuale società un posto fisso, anzi non sarebbe neanche auspicabile: infatti, l’importante è poter lavorare sempre, andare dove si vuole e avere alti stipendi. Si dice che i sindacati oggi non difendono i giovani. Si creino quindi i sindacati dei giovani, meglio molti sindacati, di categoria, e poi unificati e coordinati a livello nazionale e anche europeo. Ma i sindacati non devono essere solo strumenti di difesa di privilegi. Essi devono rendere “plastico” il lavoro, a tutto vantaggio del lavoratore. I sindacati devono non solo difendere, ma anche promuovere. Per questo è preferibile il concetto di corporazione lavorativa, all’interno di cui porre un sindacato. Sono queste iniziative che non possono che partire dal basso, dalla società, dal popolo. Meglio se con un appoggio nella politica.



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