Più lavoro e meno rendite

Serve una politica fiscale per riequilibrare la distribuzione del reddito

di Innocenzo Cipolletta , pubblicato il 14 settembre 2010
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L’economia italiana è passata attraverso un forte riaggiustamento negli anni Zero di questo secolo. I fattori principali sono stati l’introduzione dell’euro e la globalizzazione dei mercati. Senza più sfoghi inflazionistici da svalutazione, l’economia italiana si è adattata progressivamente alle nuove condizioni in un momento di forte competizione da parte dei paesi di nuova industrializzazione. L’aggiustamento è avvenuto malgrado l’assenza di politiche di accompagnamento durante quegli anni. Alla fine di questo percorso, l’economia ha recuperato competitività, come mostrano i segnali di ripresa delle esportazioni a partire dal 2006. Ma questo recupero ha comportato anche una netta eliminazione dal mercato delle attività meno competitive e una compressione dei redditi interni. Da qui una crescita estremamente bassa dell’economia italiana negli anni Zero (la più bassa in Europa, quasi azzerata dalla recessione del 2009) ed un ridimensionamento delle già limitate grandi imprese esistenti nel nostro mercato.

Di fatto, l’aggiustamento dell’economia italiana è avvenuto essenzialmente sulle spalle dei fattori interni di produzione. Fra questi, il lavoro dipendente, le cui retribuzioni lorde sono cresciute in media dello 0,7% annuo in termini reali, secondo i dati di contabilità nazionale dal 2000 al 2009. Nè potevano crescere di più visto che, malgrado questa compressione, il costo del lavoro per unità di prodotto in Italia è aumentato (+3,2% annuo) più che in altri paesi europei, in ragione del più basso tasso di crescita nel nostro paese.

Basse retribuzioni implicano bassi consumi interni (+0,2% annuo) e basso sviluppo, che a sua volta comporta bassa produttività e perdita di competitività. È questa una spirale perversa che, se non spezzata, porta a un impoverimento del paese. Per spezzare questa spirale serve una politica fiscale che riequilibri la distribuzione del reddito. Ma così non è stato nel nostro paese, dove invece si è spostato il carico fiscale dalla rendita al lavoro, finendo per aggravare la distribuzione del reddito. Già le bolle finanziarie e immobiliari degli anni passati avevano generato uno spostamento di reddito dal lavoro al patrimonio, che la recente crisi ha corretto solo marginalmente. Ma la politica tributaria ha completato il quadro.

È stata abolita di fatto l’imposizione sulla casa con l’eliminazione dell’ICI sulla prima casa. Sono state favorite le rendite finanziarie per evitare fughe di capitali negli anni dell’euforia finanziaria. Recentemente è stata adottata una norma che riduce la tassazione sugli affitti (ossia la rendita immobiliare), nella speranza di far emergere gli affitti non dichiarati. Di fatto, la legislazione fiscale ha favorito le rendite, mentre ha mantenuto una forte pressione sui redditi (da lavoro dipendente ed autonomo), ciò che ha finito per aggravare la capacità di spesa delle famiglie italiane e quindi la possibilità di crescita economica del paese.

Serve una nuova politica fiscale che favorisca il reddito da lavoro e recuperi aree di tassazione sulle rendite, come avviene in tutti i paesi. Ed è urgente questo riequilibrio perché sta crescendo forte la lobby dei rentiers che negli anni Zero si sono accaparrati una fetta non trascurabile del reddito italiano e che oggi contano molti sostegni politici.

Economista, è presidente dell'Università degli Studi di Trento dal 2003. È componente di vari consigli di amministrazione. È economic advisor dell'Ubs Italia. È editorialista de "Il Sole 24 Ore" e autore di diversi saggi scientifici e collaboratore di riviste specializzate. È stato insignito dal presidente della Repubblica dell'onorificenza di Cavaliere di Gran Croce.


tag:  politica fiscale   reddito   lavoro   rendite  


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#3 da mauro, inviato il 15/9/2010
Carissimo prof. Cipolletta ho apprezzato moltissimo la tua riflessione con la quale ribadisci le tue forti riserve sull’andamento del mercato interno e condivido la tua strategia sul recupero della produttività, dando maggiore impulso alle piccole e medie imprese:il background del nostro sistema economico. L’incremento del nostro export non è sufficiente a coprire i mancati volumi della produzione, né consegue l’abbassamento del livello dei redditi e la netta flessione delle entrate fiscali. Le incertezze politiche generano insicurezza e la gente tende a non spendere e così anche le imprese perdono il coraggio d’investire. Non resta esente il settore a cui appartiene la mia impresa: il packaging, laddove la situazione globale dell’economia italiana ed internazionale ha continuato a condizionare negativamente l’intero settore la cui produzione ha segnato una riduzione di circa il 10%. Se si vuole dare un maggiore impulso alla produzione del paese occorre detassare il lavoro e semmai tassare i consumi; in questo modo paga chi ha più reddito. Non ci resta che attendere la fine dei teatrini per assistere ad una politica economica più attiva.


#2 da Bruno Pierozzi, inviato il 15/9/2010
Occorre certamente una nuova politica economica e fiscale che intervenga su tre fronti:
1)sostegno ai redditi da lavoro attraverso la diminuzione della pressione fiscale nazionale e locale utilizzando al meglio lo strumento Ise-Isee per difendere i redditi più esposti al costo della vita.
2) sostegno alle imprese con un piano per la grande impresa e per le medie e piccole imprese. Occorre pensare ad una nuova IRI che intervenga per sostegno qualificato alle imprese che investono in ricerca e innovazione
3) Occorre una politica fiscale che colpisca a fondo i fenomeni di elusione, evasione contributiva e fiscale e della speculazione finanziaria, coordinando gli strumenti oggi esistenti e mettendo in connessione le banche dati: Redditometro. studi di settore, Ise-Isee, catasto. i comuni devono divenire lo strumento operativo sul territorio nella gestione della nuova fiscalità, ricevendo gli adeguati introiti da poter reinvestire nei servizi locali, in questo senso va bene quanto avviato con l'articolo 18 della legge 122/10.

#1 da dario scarfì, inviato il 15/9/2010
e se ricominciassero a far ripartire l'economia incentivando le piccole e medie aziende che arricchiscono il panorama dell'economia italiana? e se si facessero davvero le riforme - strutturali e non di facciata - che snelliscono la burocrazia per avviare le attività imprenditoriali? e se si riformasse il sistema bancario di concessione dei mutui alle aziende commerciali ed artigianali? e se si facesse una seria politica di perequazione secondo il banale principio della partecipazione alle tasse in proporzione a quanto percepito (tradotto: chi ha di più deve pagare più tasse)? e se al pagamento delle tasse corrispondesse anche il soddisfacimento di bisogni primari (istruzione, sicurezza, salute)? beh, potrebbe sembrare la descrizione del paese dei balocchi, ma è il paese che l'italiano ignoto ogni giorno, con il suo lavoro silenzioso, si impegna a costruire.



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