Una sfida da ritorno al futuro
Il Sole 24 Ore
pubblicato il 7 settembre 2010
di Andrea Romano
Al di là della contingenza politica più stretta, il discorso svolto a Mirabello da Gianfranco Fini può essere legittimamente collegato a quanto detto pochi giorni prima dal presidente della Repubblica. Dove Giorgio Napolitano ha parlato della necessità di "una nuova generazione di leader che abbia visione e coraggio" e che nasca "grazie a una vasta mobilitazione della società civile e politica".
Sia chiaro, non si vuole qui riconoscere pregiudizialmente una patente di "visione e coraggio" al leader di Futuro e libertà. Gianfranco Fini dovrà misurare sul campo la capacità di affermare nei fatti la forza e il radicamento di quella destra nuova che ha descritto a Mirabello. E non sarà né facile né scontato. Tuttavia in quel suo discorso - e in generale nel tentativo di smarcarsi dal lascito politico berlusconiano restando sul terreno di una destra di governo e di ispirazione europea - si legge anche una scommessa sulla possibilità che la politica italiana possa voltare pagina coinvolgendo una nuova generazione di leader fino ad oggi schiacciati dalla cattiva personalizzazione nella quale si è impantanata la nostra transizione.
Se guardiamo a cosa è accaduto nel centro-destra nell'ultimo quindicennio, è necessario prendere atto che tra i meriti storici di Silvio Berlusconi vi è l'avere dato un volto italiano a quel processo di personalizzazione della politica che ha conosciuto tutto l'Occidente. Dobbiamo principalmente al berlusconismo se abbiamo potuto scegliere tra aspiranti capi di governo e non solo tra capi di partito, così come gli dobbiamo l'avere introdotto in Italia una forma di bipolarismo che pur con tutte le sue debolezze e contraddizioni (e soprattutto con la debolezza dei soggetti di partito che quel bipolarismo avrebbero dovuto incarnare) ha europeizzato la nostra politica.
E tuttavia oggi dovrebbe essere chiaro anche ai più tenaci sostenitori del berlusconismo che la personalizzazione della politica italiana così chiaramente rappresentata dal Cavaliere si è avvitata su se stessa, essendosi trasformata da tempo soltanto in un referendum pro o contro l'infallibilità del fondatore di Forza Italia. Un plebiscito che ha avuto un unico protagonista, in positivo e in negativo, e che ha rimosso sia dal confronto interno al centro-destra che dalla più ampia discussione pubblica ogni spazio per le scelte politiche e culturali che dovrebbero riempire di contenuti una grande forza popolare come il Pdl si era candidato ad essere.
Ma se il Pdl oggi fallisce non è solo perché l'amalgama tra Forza Italia e Alleanza nazionale non è riuscito come immaginavano i suoi fondatori, ma soprattutto perché dalla sua pancia è stata rimossa quasi subito qualsiasi discussione propriamente politica che non fosse incardinata sulla personalità di Silvio Berlusconi e sulla riaffermazione fideistica della sua infallibilità. Se è impossibile che un partito possa dotarsi di una vera classe dirigente se non attraverso un percorso che sia politico e non solo cesaristico, il Cavaliere ha perso la grande occasione di dotare il Pdl di un orizzonte che fosse più ampio della pur inevitabile testimonianza di fede nelle sue personali capacità taumaturgiche.
In questo senso la fine del Pdl era da tempo inevitabile. E non per ragioni solo personalistiche, né per la rivendicazione di Fini di uno spazio che garantisse il suo dissenso. Era inevitabile perché i partiti vivono di politica e non solo di affermazioni di fede. E perché le classi dirigenti di quei partiti si tengono insieme se condividono un orizzonte fatto di scelte strategiche, orientamenti culturali e opzioni politiche. Un orizzonte che finora è mancato al Pdl e che la scommessa di Fini immagina come la base di una destra post-berlusconiana. È una scommessa che già di per sé, rompendo l'unità personalistica del Pdl, apre uno spazio per nuove classi dirigenti anche al di là della generazione dei Fini e dei Berlusconi. Un nuovo personale politico che non si riconosca più nella storia di un'identità del passato né nell'abbraccio a un leader tanto innovatore quanto onnivoro, ma nella condivisione di un bagaglio di scelte e strategie che si definisca così come avviene in tutti i normali partiti europei.