Nulla rende così chiara la debolezza della politica italiana quanto
la qualità delle reazioni che puntualmente seguono ogni intervento nel dibattito pubblico di chi non è dentro il cinepanettone della politica. Così è accaduto nei giorni scorsi per
l'editoriale di Italia Futura. Reazioni sbagliate perché non rispondono mai nel merito alle osservazioni, ma cercano di legare la facoltà di parola alla qualifica di politico di professione (privandone per conseguenza il 99,9% dei cittadini), e di iscrivere d'ufficio chi le esprime alle varie categorie di tifosi in cui quotidianamente i partiti provano a dividere gli italiani.
La tendenza della casta politica a considerare il dibattito pubblico una cosa privata a proprio esclusivo uso e consumo risulta ancora più eclatante se consideriamo il silenzio che ha accolto altri interventi compiuti nei giorni scorsi da autorevoli istituzioni e personaggi della vita pubblica italiana. La
Conferenza Episcopale,
la Presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, uno dei più importanti banchieri italiani,
Corrado Passera, i sindacati. Con toni diversi hanno manifestato tutti la stessa preoccupazione: il livello del dibattito politico mette in evidenza
l'assoluta mancanza di una visione e di un progetto per l'Italia.All'assenza di risposte si è contrapposto il quotidiano stillicidio di dichiarazioni autoreferenziali, comprensibili unicamente ai politici di professione. Elezioni a novembre, no a dicembre, forse meglio a marzo. La piazza, le truppe padane, i ribaltoni. I governi tecnici, di unità nazionale, di larghe intese. I poli del primo, del secondo e del terzo tipo. Né poteva mancare il consueto corollario di interpretazioni usa e getta della Costituzione, che fingono di ignorare come, grazie a Dio,
ci sia oggi in Italia un custode della Carta che ha sempre mostrato equilibrio, misura e autorevolezza. La nostra classe dirigente politica non ci ha fatto mancare davvero nulla quest'estate. Tranne forse la risposta ad una semplice domanda.
Perché dovremmo andare alle elezioni, in un momento ancora molto precario per l'economia internazionale, quando i tre leader della maggioranza continuano a giurare fedeltà al programma elettorale?In questi giorni abbiamo sentito parlare molto dei diritti che spettano a chi ha vinto le elezioni e molto poco dei
doveri che dalla vittoria discendono. Il dovere di fare le riforme promesse agli elettori, giustizia e federalismo tra le altre, nell'interesse esclusivo del paese. Il dovere di governare, se non vi è un dissenso politico insanabile sul programma con cui si sono vinte le elezioni. Il dovere di rispettare le istituzioni che, perfettibili finché si vuole, rappresentano il collante della nostra comunità.
Venir meno a questi doveri rappresenta un "ribaltone" e un tradimento degli elettori peggiore di qualunque governo tecnico. Ben lo hanno compreso gli elettori. In un recente sondaggio
l'85 per cento degli intervistati ha dichiarato che andare a votare sarebbe un gravissimo errore.E finalmente sembrano averlo capito anche i politici che più spingevano per la soluzione elettorale. Nell'incontro di ieri
Berlusconi è riuscito a ricondurre
Bossi e
Tremonti a più miti consigli, almeno per il momento, anche ricordando i rischi che l'Italia correrebbe nell'aprire una crisi in un contesto economico ancora precario. E' chiaro però che siamo di fronte ad una fragile tregua che di per se non rafforza il Governo e non facilita il cammino delle riforme. I dati dell'Ocse dicono che l'Italia e' tornata ad essere agli ultimi posti in termini di crescita economica. Ci piacerebbe poter sperare che tra i punti della verifica delle prossime settimane ci sia soprattutto questo:
come riportare l'Italia alla crescita. E magari, prima o poi, qualcuno si ricorderà che stiamo affrontando la crisi economica e finanziaria senza il Ministro dello Sviluppo Economico e senza il Presidente dell'Autorità di vigilanza sui mercati finanziari, e ciò accade in un paese dove la risorsa più importante è proprio l'industria!
Esiste una via d'uscita a questa situazione politica che rischia di prolungare la fase di stallo del nostro paese? A nostro avviso si.
E' necessario dar vita ad un nuovo accordo programmatico che contenga esclusivamente i provvedimenti che servono alle famiglie e alle imprese italiane. Invece di cercare nelle prossime settimane il casus belli che dia il via allo scontro tra alleati il Governo provi a ripartire da
iniziative che possono rinsaldare la maggioranza e ricevere anche appoggio da un'area politica più ampia. Da ciò potremmo misurare se l'accordo raggiunto ieri rappresenta una nuova ripartenza o se è invece solo una pausa tattica per riorganizzare le forze in vista dell'ennesima ordalia elettorale.