A voi la parola
Lavoro, lavoro, lavoro!
Favorire l'ingresso dei giovani nel mercato del lavoro
di
Flavio Pellis ,
pubblicato il 28 luglio 2010

Come confermato dall’Istat, nel rapporto annuale sul 2009, gli effetti della crisi economica, si sono scaricati sul mercato del lavoro e sul potere d’acquisto pro-capite, precipitato sotto il livello di dieci anni fa, mentre l’Italia continua ad essere il paese europeo con la minor crescita economica: nel periodo 2001-2009 appena un misero 1,4 %, a fronte del 10% dell’area euro ed il 12,1% dell’Unione europea. Le conseguenze più pesanti hanno investito il lavoro atipico, concentrato tra i giovani. Crescono gli inattivi, cioè gli scoraggiati che rinunciano a cercare lavoro. Ma il dato più preoccupante (e sottovalutato) è la permanenza di un forte differenziale negativo del tasso di occupazione rispetto agli altri paesi: l’Italia è al 57,5% (sceso al 56,9% ad aprile 2010), a fronte del 64,6% dell’Unione europea (con punte del 70% in Germania e Regno Unito), con i giovani sotto i trent’anni occupati solo per il 44%. Oltre due milioni di giovani (il 21,2% nella fascia 18-29 anni, tra le più alte d’Europa) risultano fuori dal circuito formazione-lavoro, cioè non lavorano e non frequentano alcun corso di studi (i cosiddetti NEET).
Questi dati evidenziano che le politiche praticate nell’ultimo decennio sul mercato del lavoro e finalizzate a favorirne l’ingresso dei giovani, si sono rivelate fallimentari. Non esiste solo la “generazione perduta”, cioè i giovani ed ex-giovani con rapporti di lavoro “atipico” di lunga durata, ma quella che si affaccia o si prepara ad affacciarsi al mondo del lavoro (che resta incerto e precario) è una “generazione senza futuro”, perché sempre meno potrà contare sui sistemi di protezione familiare, indeboliti dalla crisi e sempre più in difficoltà a fronteggiare anche le necessità più elementari, tantomeno fornire loro un sostegno ed aiuto (vedi l’indebitamento delle famiglie quasi raddoppiato e le retribuzioni italiane che restano tra le più basse, al 23° posto sui 30 paesi Ocse).
Si pone una domanda angosciosa: cosa accadrà quando, per effetto del trascorrere naturale del tempo, i genitori attuali non ci saranno più? La precarietà permanente rappresenta un vero e proprio flagello sociale, perché condanna intere generazioni ad un non-futuro! Esiste una soglia, al di là della quale la flessibilità diventa dannosa, assumendo i tratti della precarietà permanente, quindi il punto decisivo è come ridimensionare la precarietà, riportandola ad una dimensione contenuta di flessibilità temporanea e non permanente.
Ritengo che sarebbe sufficiente cambiare la legge 30/2003 (che ha consentito utilizzi abnormi dei contratti flessibili, traducendoli in precariato), sostituendola con norme organiche sulle flessibilità, le quali dovrebbero essere: ridotte, transitorie, limitate temporalmente, finalizzate alla stabilità, comunque non meno onerose delle occupazioni stabili. In sintesi, si tratterebbe di adottare proposte e soluzioni che diano una prospettiva ed un futuro ai nostri figli, oltre che per un maggior equilibrio generazionale ed una migliore giustizia sociale. La rarefazione di opportunità di lavoro stabile per i giovani e le crescenti difficoltà di chi vive di reddito fisso (amplificate dal perdurare della crisi), devono essere assunte e considerate come fattori decisivi della coesione sociale ed indicatori del declino del paese, non relegate a questioni marginali riguardanti singolarmente le persone e le loro famiglie. Pertanto ritengo decisivo, fondamentale, che le forze che vogliano essere autenticamente progressiste, nell’odierno mondo globalizzato, dopo la caduta delle ideologie, affrontino questi temi come il problema principale delle proprie analisi e della conseguente iniziativa. Se questo non c’è, le forze progressiste non sono solo “disattente”, più semplicemente, non esistono.