Mondo Futuro

L'America deve valorizzare i lavori che ora sono i peggiori

di Richard Florida

pubblicato il 16 luglio 2010
immagine documento E’ in crescita il coro di commentatori che vedono per l’America un futuro in cui la disoccupazione non può che crescere. Sostengono che l’economia statunitense non è più in grado di creare un numero significativo di nuovi posti di lavoro decentemente retribuiti, specialmente per i lavoratori meno diplomati, che non sono stati al college o non hanno formazioni post-laurea.

Non c’è dubbio che milioni posti di lavoro ben retribuiti sono stati eliminati e che il settore privato, in asfissia, non sta praticamente creando nuove opportunità lavorative. I dati rilasciati lo scorso venerdi ci dicono che il tasso di disoccupazione è sceso negli Stati Uniti per attestarsi al 9,5%, ma questo calo è principalmente dovuto al fatto che mezzo milione di persone hanno semplicemente smesso di cercare lavoro.

I periodi di crisi e di distruzione creativa, come quello che stiamo attraversando, sono quelli in cui appaiono nuove categorie professionali e spariscono quelle precedenti. La chiave per un vero ricovero economico è di trasformare questi nuovi lavori - insieme a lavori già esistenti ma pagati male - in lavori migliori, che permettano di mantenere una famiglia.

Basti pensare che l’economia statunitense dovrebbe comunque, secondo le ultime proiezioni del Bureau of Labor Statistics, generare 15 milioni di nuovi posti di lavoro nel prossimo decennio, più del doppio dei 7 milioni e 400mila che sono stati persi durante l’attuale crisi economica.

Circa la metà di questi nuovi lavori - 6 milioni e 800mila - saranno tendenzialmente ben retribuiti: figure professionali qualificate nel settore della conoscenza, delle libere professioni e operatori tecnici. Interessante notare che non tutti questi lavori richiedono o implicano una formazione universitaria. Anche se quasi tre quarti dei diplomati di college andranno a svolgere lavori che hanno a che fare con la conoscenza - in senso ampio - 4 lavoratori dello stesso settore su 10 non sono laureati, secondo i miei colleghi del Martin Prosperity Institute dell’Università di Toronto. Non che abbia un valore scientifico, ma Steve Jobs, Michael Dell e Bill Gates fanno parte di questa seconda categoria.

L’altra metà di questi 15 milioni di nuovi posti di lavoro - 7 milioni e 100mila - saranno pagati molto di meno. Si tratta di lavori poco qualificati, del settore terziario, servizi di “routine”: tra loro si contano 835mila assistenti personali a domicilio, badanti, 400 mila dipendenti nei vari servizi clienti delle aziende, 400 mila lavoratori della filiera dei servizi alimentari e di ristorazione e 375 mila commessi di negozi al dettaglio. Circa 60 milioni di lavoratori americani - 45 per cento degli attivi - svolgono già queste professioni. Anche se alcuni di questi lavori sono a rischio di delocalizzazione, molti altri non lo sono: è impossibile tagliare i capelli, servire ai tavoli o occuparsi di persone anziane da Bangalore o Città del Messico. Il problema è che, di media, lo stipendio di questi lavoratori del terziario è circa la metà di quello dei loro colleghi che vanno a lavorare in fabbrica - e un terzo dei liberi professionisti, tecnici e lavoratori del settore della conoscenza. La mossa giusta è quella di valorizzare queste professioni, aumentandone lo stipendio, per renderle alternative praticabili e adeguate ai lavori - ancora meglio remunerati - delle tute blu, che stanno subendo in pieno la crisi.

E’ già successo in passato. I mestieri del settore secondario - la produzione industriale - a cui in molti ambiscono oggi non sono sempre stati lavori invidiabili: sono stati resi “buoni” posti di lavoro. Quando mio padre è tornato dalla seconda guerra mondiale, il suo lavoro alla catena di montaggio - sottopagato - si era trasformato. E’ stato in grado di comprarsi una casa, iscrivere i suoi due figli al college e partecipare a pieno al sogno americano. Questa trasformazione era dovuta in parte al potere dei sindacati. Ma soprattutto alla crescita impressionante della produttività, risultato dell’innovazione tecnologica e delle nuove nozioni manageriali.

Deve succedere la stessa cosa al settore dei servizi. E’ già iniziata la trasformazione. Aziende come Wegmans (supermercati), Whole Foods (ristoranti e rivenditori di prodotti biologici), The Container Store (negozi di arredo), Best Buy (negozi di elettronica) e Zappos (rivendita online di calzature) rappresentano già un quinto delle 100 migliori aziende in cui lavorare in America. Un dipendente “normale” - pagato a ore - di The Container Store guadagna circa 30mila dollari l’anno, non certo quanto un operaio della General Motors, ma comunque circa il 50 per cento in più rispetto alla media dei commessi pagati a ore. La catena di supermercati Trader’s Joe impone che la paga dei suoi dipendenti a tempo pieno sia almeno equivalente a quella media della comunità in cui vivono, mentre i responsabili dei suoi negozi arrivano a stipendi annui di sei cifre. Queste aziende riconoscono che c’è una relazione diretta tra migliori condizioni di lavoro per i loro dipendenti e clienti più soddisfatti - che si traducono in migliori risultati per l’azienda.

Un secolo fa il governo statunitense creò l’Agriculture Extension Service per fornire assistenza tecnica ai coltivatori. Attualmente iniziative come il Malcolm Bridge Award for Quality e le certificazioni ISO aiutano allo sviluppo del settore produttivo. Il terziario è l’ultima frontiera dell’inefficienza, senza dubbi il settore che ha più margini di facile miglioramento in quanto a innovazione e produttività, che possono a loro volta generare stipendi più elevati. Eppure non esistono simili incentivi per i servizi.

Migliaia di negozi di beni alimentari, tintorie, asili-nido, ristoranti, saloni di bellezza aprono e chiudono ogni anno. Mentre il governo si fa in quattro per sostenere le start-up dell’alta tecnologia e le aziende fondate dai ricercatori universitari, non fa nulla per le nuove imprese di servizi. E’ in parte il motivo per cui hanno un tasso così alto di fallimento.

Lo scorso autunno, il Comune di Toronto e il Martin Prosperity Institute hanno organizzato un incontro a cui hanno partecipato rappresentanti del settore pubblico, privato e no-profit per pensare nuove strategie di sviluppo per il lavori del terziario. Il Presidente Barack Obama dovrebbe ora fare lo stesso a scala nazionale. Aiuterebbe le imprese di servizi a capire cosa serve per avere successo - consulenze sul business planning, capacità di prevedere budget e vendite, techniche gestionali e marketing di qualità, sforzi per assumere personale e qualificarlo. L’economia ha seriamente bisogno di un simile impulso. Se non dovesse succedere, quelli che ora descrivono un futuro senza lavoro negli Stati Uniti hanno molte più probabilità di aver ragione.


Copyright The Financial Times. Luglio 2010.

tag:  economia   disoccupazione   servizi   settore terziario   stipendio  


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#1 da Mario Placidi, inviato il 23/7/2010
Il problema dei lavori sottopagati in Italia sta diventano drammatico.
Ora le aziende pubbliche non assumo più personale e appaltano a cooperative il lavoro. A loro volta, queste cooperative assumono personale con contratti da fame.
Il risultato è che, queste cooperative sono diventate serbatoi elettorali.
Nella migliore delle ipotesi per il politico locale, nella peggiore per le organizzazioni malavitose.
Il risultato è la creazione di nuove povertà e di persone non libere.
E torniamo al voto di scambio; c'è una direttiva Europea che l'Italia non ha ancora recepito, che lo rende illegale.
Purtroppo senza questi presupposti la situazione non può certo migliorare.



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