Torniamo a parlare di patria

Serve una classe dirigente veramente nazionale che guardi all'interesse generale

di Roberto Della Seta , pubblicato il 15 luglio 2010
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L'Italia non si sente una patria: per questo, pur essendo un paese con una discreta coesione sociale, abbiamo un bassissimo livello di coesione nazionale. Cosa ci manca per sentirci una patria? Certo la nostra identità nazionale non ha basi etniche, di sangue, è il frutto di una scelta più che di una condizione originaria. Ma la storia italiana, quella recente e anche quella pre-unitaria, è ricca di fili comuni che hanno fatto degli italiani un popolo: sono squisitamente italiane – nel senso che si sono manifestate in gran parte d’Italia e prevalentemente in Italia - grandi avventure storico-culturali come la nascita dei Comuni e il Rinascimento. Sono tipicamente italiane dimensioni come l’intreccio di natura e cultura che rende unico il nostro paesaggio.

Invece ci è mancata e ci manca una classe dirigente nazionale, che nella politica come nell’economia, nella pubblica amministrazione come tra le forze sociali, nelle élite intellettuali come nei media, abbia come superiore riferimento l’interesse generale. Le ragioni sono tante, non ultima l’egemonia culturale a lungo esercitata da tradizioni – quella comunista e quella del cattolicesimo politico – che avevano un rapporto controverso con l’idea nazionale. Per anni in Italia "patria" è stata una parola quasi impronunciabile, soprattutto a sinistra.

Oggi questo limite storico, limite specialmente dell'Italia repubblicana, presenta il conto: alimentando spinte centrifughe, ingigantendo ogni genere di frammentazione e parcellizzazione sociali, rendendo sempre più gravi e vistosi i nostri deficit cronici di legalità. Forse è tardi, forse no, per cambiare radicalmente la rotta: certo bisogna che tutti quelli che non si rassegnano a questo andazzo, usino molto più spesso la parola "patria". Che in particolare i "riformisti", i "progressisti", tornino a considerarla ciò che è stata fino all'Ottocento: una parola decisamente di sinistra. Diceva George Orwell: "Sono proprio le persone il cui cuore non ha mai palpitato alla vista della bandiera nazionale, che diserteranno la rivoluzione, quando sia giunto il momento buono".






Roberto Della Seta è senatore del Partito Democratico e fondatore dell'associazione Ecologisti Democratici



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#2 da Alessandro Garibbo, inviato il 19/7/2010
Certa nostra classe dirigente si ammanta di regionalismo, sino a inventare improbabili mitologie pagane, per mascherare il proprio provincialismo culturale e la propria impreparazione generale.
Cosmopolitismo e patriottismo non sono affatto atteggiamenti inconciliabili, anzi, sono complementari, se si appoggiano su solide basi culturali e sul vissuto del singolo cittadino.
Queste stesse basi difettano a molta parte della classe politica che ci governa, che dimostra mediamente una preparazione politica, culturale, morale e professionale di livello scadente, tipica dei demagoghi fascio-populisti di certa America Latina d'antan.
Quanti e quali dei nostri governanti possono proporsi come interlocutori credibili e rispettabili nelle sedi internazionali?
Quanti di essi, per personali meriti politici, morali, culturali o professionali, sono riconosciuti fuori d'Italia come soggetti autorevoli e degni di stima indipendentemente dalla carica che ricoprono?
Quanti di essi conoscono una lingua straniera ad un livello sufficiente da poter fare a meno dell'interprete durante una negoziazione?
Quanti di loro parlano e scrivono l'italiano senza fare errori di grammatica e sintassi?
Come si puo' parlare di Patria quando gli interessi della classe dirigente sono focalizzati sul "quartierino"?
Potrei proseguire...

#1 da Giulio Portolan, inviato il 15/7/2010
Il concetto di “Padania”, che pure ha una sua ragione geopolitica e di costume (apprezzabile, ma non senza sfumature razziste), perché il Settentrione assomiglia economicamente a una “Svizzera italiana”, è equivalente ad altri concetti, che sono mostruosità concettuali (mostruosità in senso biologico), come i concetti di “Framania” (unione di Francia e di Germania) e di Germancia (unione di Germania e di Francia). Per questa ragione appare difficile che possa affermarsi un reale sostrato culturale secessionsita (mancherebbe l'"imprinting genetico"), perché sarebbe di tipo post-moderno (ovvero incompatibile con un qualsivoglia concetto di cultura educativa, ad esempio presente nelle scuole). Esso può eugualmente guadagnare consensi, non senza pericolosi esiti, per via di quello stesso egoismo del Nord, che ne fonda il progresso economico. Fattori di unità culturale ci sono e sono forti. L’insegnamento scolastico, quello della lingua, la televisione nazionale (grande fattore di aggregazione e uniformazione popolare), la storia di Italia. Anche gli Stati Uniti d’America, nel loro imperialismo, si rifanno al mito di Roma, non solo il fascismo. Il mito di Roma è tale mito, la cui legittimità, con forte “effetto simbolico, Milano non è riuscita a intaccare e scalfire. Se Roma dominò il mondo, appare naturale che essa guidi l’Italia. Preoccupante è solo un duplice fattore: la crescita della povertà e, insieme, dell’ignoranza, ignoranza delle radici, della storia, di una sensata visione del futuro. La parola “Patria” deve riscoprire il suo senso, in una prosepttiva europea. La Lega fa leva anche sul localismo come risposta alla globalizzazione e anche all’integrazione europea, che suscitano reazioni “tecnofobe”. Ciò che dà una forte impressione è il blocco del processo di costruzione europea, del quale forti burocrazie non sono riuscite a stendere un progetto chiaro e preciso, perché forse essa guardano troppo avanti, a un superamento delle “patrie”, delle nazioni europee, quando esse sono ancora vive nei loro popoli, i quali, se in difficoltà, guardano alle loro Capitali, e non all’Europa. Un’Europa, che potrebbe essere l’“Europa delle Nazioni”, forse guarda ad esse in un’ottica di superamento (per il momento utopistica). La “nazione” è concetto che non può essere superato, anche perché trova un riscontro nell’etnia e nella razza (nel “tipo” biologico nazionale), anche differenziato di regione in regione. Un’ulteriore fattore che non può essere trascurato nell’analisi del futuro dell’Italia è la tecnologia. Con milioni di giovani, che saranno questo futuro, i quali vivono nel “continente” digitale, per i quali quindi “la realtà non esiste”, è ridotta a un insieme di istanze, spesso disturbanti e preoccupanti, a cui dover far fronte. Il futuro dell’Italia appartiene a questi giovani. Sono giovani ricchi di speranza, di dubbi, di generosità, in cerca di ideali. L’Italia forse è in crisi, ma è una crisi “da parto”, è cioè una crisi da rifondazione, e quindi è positiva.



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