Voglia di meritocrazia nelle università italiane

Tolleranza zero contro i ricercatori fannulloni. E contro i baroni?

di Antonella Viola , pubblicato il 8 luglio 2010
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Che succede nelle università italiane? Si parla di cacciare i "ricercatori fannulloni", di dare spazio ai meritevoli, si disegnano riforme che possano premiare solo i migliori e punire l'improduttività. C'è un aria nuova, si respira voglia di meritocrazia! Ma allora perché le proteste? Perché i ricercatori italiani hanno deciso di astenersi dalla didattica per protestare contro questa nuova e tanto attesa riforma meritocratica? Sono tutti fannulloni, come recentemente definiti dal rettore della Sapienza?

Due spunti di riflessione:

• Nel mondo accademico italiano, nessuno diventa ricercatore se non scelto da un professore ordinario. Se quindi oggi le università italiane sono affollate da tanti "ricercatori fannulloni" le colpe devono ricadere su una generazione di accademici che ha preferito circondarsi di persone mediocri purché non autonome, piuttosto che brillanti e poco controllabili.

• L'aria di riforma meritocratica è ahimè solo aria, immagine, apparenza. Nella realtà non ci può essere riconoscimento del merito senza possibilità di progressione di carriera, e quest'ultima è impossibile quando mancano le risorse economiche.

I problemi sono quindi sempre gli stessi: mancanza di trasparenza durante il reclutamento dei ricercatori e mancanza di finanziamenti adeguati. E a pagarne le conseguenze saranno (anche qui) sempre gli stessi: gli studenti - attraverso il blocco delle lezioni e degli esami - e i ricercatori, che saranno immobilizzati per anni in una posizione che spesso non riflette la loro qualità e con salari offensivi.




Antonella Viola è direttore del laboratorio di Immunità Adattativa presso l'Istituto Clinico Humanitas di Milano e docente di Patologia Generale presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell'Università degli Studi di Milano.



tag:  università   ricerca   fannulloni   baroni   merito   protesta  


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#9 da loretta, inviato il 23/7/2010
Si continua a parlare di meritrocazia e di premiare i ricercatori migliori e punire i "fannulloni". Eppure nei concorsi per la progressione di carriera (Professore) i titoli, le pubblicazioni e la loro collocazione scientifica a livello internazionale, gli anni di attività didattica svolta, l'organizzazione direzione e coordinamento della ricerca misurata dai finanziamenti ottenuti, vengono spesso ignorati e l'unico peso viene dato ai 45 minuti di prova didattica, discrezionalmente giudicata. Quanti dei nostri migliori ricercatori sono stati giudicati "non idonei" a favore di altri sicuramente meno meritevoli

#8 da Mario Placidi, inviato il 14/7/2010
Cara Antonella,
mio figlio da un anno studia alla Università di Southampton.
Abbiamo scelto SOTON perchè è fra le prime al mondo nel corso che, ha scelto mio figlio e in Italia non esiste un corso simile.
Le spese che sostengo sono:
A - 3.500£ iscrizione annuale
B - circa 350£ al mese per l'alloggio (questo dal secondo anno, perchè il primo aveva l'alloggio gratis)
Inoltre gli è stata riconosciuta una borsa di studio di 1.000£ senza che abbia fatto alcuna richiesta, solo per il punteggio con cui è uscito dal liceo.
In Italia questi costi li sosteniamo per una qualsiasi università che, non ha alcun riconoscimento nel mondo lavorativo o accademico.
In Italia Università che funzionano ci sono, ma non esistono le regole che costringono le altre università (quelle che non funzionano) ad allinearsi a quelle che funzionano.
Forse bisogna iniziare da zero a costruire nuove università d'eccellenza con gente totalmente nuova.
Una idea dirompente potrebbe essere quella di una nuova università fatta solo di professori italiani che, non hanno mai insegnato in Italia.
Chissà cosa succederebbe?

#7 da Massimo Peruzzo, inviato il 13/7/2010
Che manchino i fondi pubblici è ormai noto. Vorrei, però, sottolineare alcune peculiarità del nostro sistema universitario. Secondo me l'accesso universitario in Italia è alla portata di tutti (giustamente). Questo fa si che gli introiti derivanti dalle tasse universitarie siano assai modesti. Di conseguenza, l'Ateneo deve basare il suo budget sui fondi pubblici. Diversamente le blasonate università anglosassoni hanno rette altissime, tanto che per accedervi bisogna spesso ricorrere ai prestiti d'onore. Oggettivamente questo può creare difficoltà alle persone meno agiate, difficoltà risolvibili con borse di studio, però comporta un finanziamento adeguato all'Ateneo. Penso che i risultati siano sotto gli occhi di tutti. Se dipendesse da me adotterei lo slogan "meno iscritti ma più qualità" invece in Italia sembra che conti solo il numero di persone che arriva alla laurea, poi non importa cosa sanno, basta avere il pezzo di carta. Da qui il problema della moltiplicazione degli Atenei con tutti i problemi che ciò comporta. E qui mi fermo.

#6 da Tartarelli, inviato il 12/7/2010
Il problema si riconduce sempre allo stesso punto, mancanza di finanziamenti e trasparenza come spiegato nell'articolo. Alla ricerca Italiana mancano i finanziamenti eppure giorno dopo giorno i nostri sviluppi che arrivano dall'università sono sempre nel top, allora siamo sicuri che siamo tutti fannulloni? Anche con "inutili" finanziamenti siamo sempre all' avanguardia della ricerca, questo perché siamo ITALIANI e siamo lavoratori, è nel nostro DNA, dopo che ci sia baronia e non meritocrazia è risaputo, e questo problema va risolto. Ma non diamo finte colpo per togliere finanziamenti alla ricerca universitaria. Io sono studente in informatica a Perugia e vedo con quanta difficoltà stiamo cercando di andare avanti dato che ogni anno arrivano sempre meno finanziamenti, e bisogna chiedere a privati aiuti per la ricerca. Così non va bene è ora di svegliarci, trasparenza meritocrazia e finanziamenti. Finisco accogliendo con un applauso quanto detto da Viola, non ci può essere riconoscimento del merito senza possibilità di progressione di carriera, e quest'ultima è impossibile quando mancano le risorse economiche.

#5 da Flavio, inviato il 12/7/2010
Cara Antonella non sai quanto sono e quanto sarebbro daccordo con te migliaia e migliaia di professionisti delle università. Io aggiungerei, alla parte finale del tuo articolo, che a pagarne le conseguenze è anche l'intera collettività che finanzia indirettamente stipendi di persone che ritornano risultai mediocri o insignificanti al valore aggiunto per la società

#4 da Enrico, inviato il 9/7/2010
Mi sento straniero nel paese che mi ha visto nascere. Genitori dalle mani grandi e stanche ma dalla schiena dritta mi hanno insegnato il dovere ed il diritto alla conoscenza; affronto gli anni del mio dottorato con la fierezza di quelle mani, studio, lavoro e lotto nella speranza di poter, un giorno, vivere in un paese con quella stessa schiena dritta. Un paese in cui la meritocrazia regoli il crescere della società e non sia un etichetta; un specchio per le allodole agitato da governati mediocri con il solo fine di mantenere lo status quo: baroni a basare il proprio potere sul ricatto, servi a trovare nell’espediente un facile ascensore sociale. Dott.ssa Viola, Grazie!!!

#3 da lucio Cattalini, inviato il 8/7/2010
Naturalmente c'è l'assenza di fondi. Un sistema funzionante dovrebbe garantire una base di soldi pubblici per la ricerca libera di base senza dover ricorrere obbligatoriamente ai privati (che spesso preferiscono acquistare brevetti e know-out all'estero). Purtroppo è solo un aspetto del problema, quello dei concorsi è un altro. Personalmente non vedo come questo sistema possa migliorare da solo nè vedo la volontà di cambiarlo (e parlo per esperienza diretta). Un organismo poi che non preveda un metodo per eliminare gli scarti (a tutti i livelli) è condannato al soffocamento da rifiuti. I gruppi di potere che esistono all'interno del mondo accademico possono manovrare i concorsi (organizzando l'elezione dei commissari) da un lato, la distribuzione dei pochi soldini dall'altro. Forse bisognerebbe avere l'umiltà di rivolgersi a quei stranieri che sanno che la meritocrazia è cosa seria ed utile. Ma poi viene il dubbio che tutto il mondo sia paese. Comunque speriamo nei giovani di buona volontà e buona fortuna, La mia generazione sta (ormai in pensione) alla finestra. Auguri.

#2 da Filippo, inviato il 8/7/2010
Personalmente, penso che i concorsi siano trai maggiori responsabili di questo sistema. L'unica strada e' aprire a forze private l'Università e cambiando l'attuale sistema di finanziamenti pubblici. Lo stato deve smetterla di fare trasferimenti alle famiglie, ma invece lasci libere le università di gestire didattica e ricerca come meglio preferiscono.Piuttosto lo stato, usi le risorse attualmente trasferite indiscriminatamente agli atenei per (1) creare un sistema di borse di studio e prestiti d'onore che permettano i bisognosi e i meritevoli l'accesso all'istruzione superiore;(2) finanziare pochi e selezionati progetti di interesse nazionale

#1 da Gian Luca Scoarughi, inviato il 8/7/2010
Le riflessioni di Antonella Viola colgono il punto. In assenza di fondi non esiste meritocrazia. Il problema dei ricercatori scelti da professori è che questi ultimi si "crescono" studenti ai quali debbono per coscienza o per merito poter garantire un futuro. Il problema nasce prima dei ricercatori, nasce già dai dottorati di ricerca che tutti sanno essere nella maggior parte dei casi un modo per pagare i neolaureati. Ovvero i dottorati di ricerca con borsa vengono di fatto spartiti a rotazione tra i vari docenti appartenenti ad un dato dipartimento. In sostanza, quello universitario è un sistema che in passato funzionava per "cooptazione" e che solo in teoria è stato sostituito da un sistema che funziona per "concorso".



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