Le grida nel deserto delle Authority

Più poteri e indipendenza perché le relazioni non rimangano inascoltate

di Alberto Stancanelli , pubblicato il 7 luglio 2010
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Ogni anno prima della pausa estiva le nostre Autorità indipendenti presentano le loro relazioni sull’attività svolta. Ogni anno ci ricordano i limiti e i vincoli esistenti nel nostro Paese per un concreto e coerente sviluppo economico e sociale: mancanza di concorrenza dovuta ad un processo di liberalizzazione oscillante e contraddittorio, che ha prodotto risultati significativi in taluni settori e registrato consistenti ostacoli in altri; necessità di superare i limiti allo sviluppo del mercato azionario, quale strumento di indubbia efficacia per consolidare la base patrimoniale delle imprese; pericolo per la libertà d’informazione a seguito di proposte legislative non proprio corrette; presenza di pericoli per la nostra privacy determinati dall’assenza di regole condivise e generalmente riconosciute, alle quali fa da contraltare una pervicace invasione riconducibile alla globalizzazione telematica; persistenza dei fenomeni di corruzione nelle pubbliche amministrazioni, complessità delle procedure amministrative e iperegolamentazione del sistema amministrativo.

Ogni anno arrivano puntuali dalle nostre Autorità indipendenti analisi e proposte che si esauriscono in una pomposa presentazione, in commenti più o meno positivi da parte della politica, degli operatori e della stampa, ma chiuso l’autorevole sipario tutto rientra nella nostra tipica ordinarietà in attesa della prossima relazione.

Sorge spontaneo chiedersi: se l’ordinamento giuridico del nostro Paese e quello europeo hanno plasmato, accanto alle potestà tradizionali, dei poteri di garanzia perché spinti dalla necessità di configurare, per taluni diritti fondamentali della persona (alcuni inviolabili ed altri -come l’iniziativa economica-passibili di limitazioni nel fine), una forma di tutela rafforzata, di salvaguardia e di vigilanza, affidata ad organismi autonomi sottratti al circuito politico, perché limitarne il ruolo ad una funzione tutoria posta a presidio degli interessi collettivi, seppur esercitata attraverso facoltà e poteri di indirizzo più o meno penetranti? Tali poteri, infatti, pur avendo, talvolta, anche efficacia normativa esterna, non sempre sono legislativamente predeterminati come atti regolamentari; a volte sono previsioni di meri poteri di intervento in presenza di un concreto pericolo di pregiudizio, di segnalazione al Governo ed al Parlamento di fenomeni distorsivi, di proposte in ordine a modifiche legislative di settore o di revisione del regolamento, con generiche previsioni di attribuzioni di compiti non adeguati al ruolo delle Autorità indipendenti come organismi posti a presidio del rispetto delle regole esistenti e quali volano dello sviluppo degli ambiti di pertinenza.

Se come il presidente dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni ha affermato nella sua ultima relazione “La libertà d’informazione è forse una libertà superiore ad altre costituzionalmente protette, e come tale va difesa da ogni tentativo di compressione“, perché non conferire all’Autorità un potere concreto nella partecipazione alla difesa di tale valore?

Andrebbero allora ripensati i poteri delle Autorità indipendenti e la disciplina del loro funzionamento per renderle veramente e sostanzialmente indipendenti dalla politica e dalle imprese, come indicato peraltro dall’Unione Europea, nonché un ruolo più incisivo nel quadro istituzionale.

Ad esempio, per quanto riguarda la nomina dei presidenti, si dovrebbe pensare ad un coinvolgimento dell’opposizione parlamentare. La nomina dei presidenti potrebbe essere effettuata dai Presidenti della Camera e del Senato tra una rosa di candidati proposta dalle competenti Commissioni parlamentari e approvata da una maggioranza dei due terzi. Dalla nomina a presidente o a componente, però, dovrebbero essere esclusi quei soggetti che abbiano svolto negli ultimi sette anni un ruolo politico (non solo elettivo). Un Comitato di Saggi (scelti per esempio tra gli ex presidenti della Corte Costituzionale o dalle Magistrature superiori) istituito presso le Camere ben potrebbe esprimersi in via preventiva sulle incompatibilità. Alle Autorità andrebbe assicurata, tramite il Parlamento, una reale autonomia finanziaria e di bilancio per garantirne una concreta autonomia dall’esecutivo.

Infine, nell’ambito di un auspicato riconoscimento costituzionale delle Autorità indipendenti, si dovrebbero prevedere incisivi poteri di verifica, di controllo, e anche sostitutivi verso le pubbliche amministrazioni inadempienti (si pensi per esempio, alla competenza dell’Autorità di vigilanza sui contratti pubblici) o ancora la possibilità di sollevare questioni di legittimità costituzionale, di proporre al Parlamento disegni di legge e di essere concretamente coinvolte nel dibattito parlamentare nelle materie di competenza.

Se un giorno la classe politica del nostro Paese sarà in grado di realizzare (e non solo di enunciare) una reale riforma istituzionale, questa dovrà necessariamente comprendere anche le Autorità indipendenti.

E' membro del comitato direttivo di Italia Futura


tag:  authority   comunicazioni   concorrenza   relazioni   riforma istituzionale  


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#1 da Giulio Portolan, inviato il 7/7/2010
Stefano Piazza ha messo in luce una questione fondamentale che riguarda il rapporto tra autorità indipendenti e politica. Esse manifesterebbero un aspetto della crisi della politica e dello stato. Questo per due ragioni. Da un lato, l’esigenza di sottrarre alla politica una funzione tecnica importante, significa una svalutazione della funzione politica. Dall’altro lato, ciò significa che la politica non è in grado di svolgere questa funzione. Qui si sottolinea un altro aspetto del problema, in una prospettiva più allargata. Le autorità indipendente, che significa “indipendenti dalla politica” (significato, questo, che è sostanzialmente inaccettabile, in una prospettiva democratica), significano forse orientamento della funzione pubblica verso la tecnocrazia, come modo apolitico di governare la polis ? La risposta io credo è negativa: superamento della politica non significa dominio della tecnica, ma può significare evoluzione della funzione politica, in cui la mediazione non è più il frutto (stocastico) della mediazione “esterna” del conflitto, tra le diverse parti (partitiche e sociali), ma viene incorporata all’interno della politica e quindi risolta “internamente” alla sua funzione. E’ cioè il politico che offre al popolo la soluzione migliore dei suoi problemi e dei suoi bisogni, perché frutto di soluzione tecnica unita alla mediazione politica, dove queste soluzione e mediazione non devono più essere causate dall’esito di uno scontro tra livelli politici avversari (scontro che spesso blocca la decisione). La tecnica non è necessariamente opposta alla politica, ma può porsi al suo servizio. La tecnocrazia (di cui massimi teorici sono Heidegger, Severino e Galimberti, tra i quali solo il primo offre una prospettiva di superamento e di speranza) non è il futuro della politica, come destino del genere umano, anche perché la tecnocrazia è già stata realizzata (ad esempio nello sfruttamento del lavoro, dove la tecnica è la catena di montaggio), ma è quella potenza che la politica deve controllare per indirizzarla verso scopi buoni. In questo senso, le autorità indipendenti (che potranno costituire in futuro la trasformazione di tutti i ministeri, ciascuno dotato di piena autonomia impositiva e finanziaria, con i tributi di scopo; solo “orientati” dalla politica) sono manifestazioni di una funzione “politica” della tecnica, e non costituiscono segni di crisi dello stato, ma dimostrazioni di come deve evolversi in futuro positivamente l’ingegneria costituzionale che definisice in modo scientifico ciò che unicamente può essere lo Stato di diritto.



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