Insieme per uscire dalla crisi di sistema
Coesione e dialogo come risposta al muro contro muro
di
Miguel Gotor ,
pubblicato il 6 luglio 2010
Nei suoi rapporti annuali il Censis mette periodicamente in risalto che la mancanza di coesione sociale è forse il più grave problema che affligge oggi l’Italia. Anche in Europa questo tema è avvertito come una delle principali questioni da affrontare a livello comunitario e il Consiglio d’Europa ha voluto fondare una Direzione generale appositamente impegnata alla promozione della coesione sociale (DGII) con l’obiettivo di migliorare la qualità della vita dei cittadini del continente e consentire loro l’effettivo godimento dei diritti fondamentali e il rispetto della dignità umana.
Non solo in Italia, dunque, le politiche di coesione sociale appaiono come la strada maestra per uscire dalla odierna crisi in ambiti diversi come l’educazione, l’occupazione, la salute, il reddito, il lavoro così da riaffermare le ragioni di un progetto comune di sviluppo economico e civile. In particolare, però, il nostro paese soffre di un deficit culturale proprio in questo campo a causa di uno spirito fazionario e un’incapacità cronica a fare squadra che troppo spesso impedisce agli italiani di rendere all’altezza delle loro capacità e aspettative. A complicare la sfida di una nuova coesione sociale concorrono anche una serie di fattori contingenti che sono sotto gli occhi di tutti: l’aumento della disoccupazione, l’accrescersi delle disuguaglianze economiche e sociali, le difficoltà dell’integrazione di popoli e religioni diverse, la curva demografica in passivo nei principali paesi industrializzati e soprattutto in Italia.
Un maggiore spirito di coesione servirebbe anzitutto sul piano del lavoro e delle politiche sociali per contenere il dramma della precarizzazione del lavoro e attenuare gli effetti della disoccupazione. Solo uniti, attraverso il recupero di una politica della concertazione e del dialogo, si possono creare le premesse per superare l’attuale crisi e riprendere la crescita economica sostenendo il lavoro e il reddito dei lavoratori attraverso ammortizzatori sociali per le piccole imprese, contratti di solidarietà, progetti formativi, aiuti fiscali nelle assunzioni, sostegno alle nuove imprese giovanili, agevolazioni per i lavoratori in difficoltà.
La coesione sociale è un valore importante non solo in ambito economico, ma anche culturale. Essa infatti rappresenta il prerequisito necessario per contrastare le tante spinte di disgregazione politica e civile presenti nel paese. A questo proposito il dibattito sull’unità di Italia e sul suo valore progressivo nella storia italiana potrebbe costituire un momento di snodo decisivo, un punto di riferimento indispensabile per valorizzare la storia unitaria del nostro Stato nell’ambito dell’integrazione europea e dentro i processi avviati dalla globalizzazione. Come ha recentemente scritto il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano «Unità nazionale e coesione sociale non significano centralismo e burocratismo, non significano mortificazione delle autonomie, delle diversità e delle ragioni di contrasto e confronto sociale e politico. Unità e coesione possono anzi crescere solo con riforme e loro conseguenti attuazioni, con indirizzi di governo a tutti i livelli, con comportamenti collettivi, civili e morali, che siano capaci di rinnovare la società e lo Stato, mirando in special modo ad avvicinare Nord e Sud, ad attenuare il divario che continua a separarli».
Mai come oggi l’Italia avrebbe urgenza di lasciarsi alle spalle una stagione politica fondata sul muro contro muro e su un’insopportabile retorica da «scontro di civiltà» che ha accompagnato l’alibi di una ventennale «transizione infinita» caratterizzata dalla non decisione di una politica debole e screditata e dalla non realizzazione di promesse e aspettative in cui tanti hanno creduto. Questo paese avrebbe bisogno di vera concorrenza, sia nell’ambito pubblico sia in quello privato, e di innovazione: solo così potrebbe recuperare i talenti e le risorse necessarie per aiutare chi è rimasto indietro fornendo un messaggio di unità e non di disgregazione, di serenità e non di rancore, di solidarietà e non di lacerazione.
È necessario partire dalla consapevolezza che siamo dentro una crisi politica di sistema da cui si potrà uscire solo contando sulle nostre forze e senso di responsabilità come fecero i nostri nonni negli anni della ricostruzione postbellica. Non servono né il disfattismo, né l’autolesionismo, ma rimboccarsi le maniche proprio come avvenne nel dopoguerra nonostante le divisioni ideologiche e sociali fossero molto più acute di quelle attuali. Eppure quella classe dirigente seppe trovare il minimo comune denominatore che corrispondeva agli interessi nazionali dell’Italia garantendo un lungo periodo di benessere e sviluppo.
Non a caso, un protagonista di quella lontana stagione, l’ex presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, nel suo ultimo libro intervista, ha ricordato di avere vissuto gli anni della ricostruzione con una frase ben fissa nella mente che era solito ripetersi prima di addormentarsi: «Ci svegliavamo alla mattina convinti che a sera avremmo fatto un passo avanti». Questa è la sfida che abbiamo davanti a noi.
Docente di storia moderna all’Università di Torino e collaboratore de La Repubblica. Il suo volume “Aldo Moro, Lettere dalla prigionia” del 2008 ha vinto il premio Viareggio-Repaci per la saggistica.