Gli impegni che l'Italia non mantiene

Negli aiuti allo sviluppo siamo gli ultimi della classe in Europa

di Mario Cittonelli , pubblicato il 1 luglio 2010
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Per decenni il G8 ha fatto promesse ad ogni vertice, senza però che nessuno, di anno in anno, potesse sapere esattamente che cosa poi realmente manteneva. Ma lo scorso anno l'Italia ha avuto un'idea brillante: per ridare credibilità ad un foro internazionale sotto costante attacco, non solo da parte di attivisti ma anche di altri paesi esclusi dal club, ha proposto ai partner di fare una bella autovalutazione. È stato così che a L'Aquila, nel luglio 2009, il G8 ha lanciato un processo di accountability, che ha prodotto un primo risultato importante lo scorso 26 giugno a Muskoka, dove sotto presidenza canadese si è tenuto il Vertice – in buona parte offuscato nei media dal pressoché concomitante G20. A l'Aquila i paesi del G8 avevano deciso di partire con una valutazione degli impegni presi (e mantenuti) sul fronte dello sviluppo. I risultati sono adesso disponibili. Il rapporto è pubblico, si trova qui: http://g8.gc.ca/g8-summit/accountability/

L'Italia ne esce male, per usare un eufemismo. Qualche dato, tanto per farsi un'idea. Il volume totale del nostro aiuto pubblico allo sviluppo (APS) per il 2009 è inferiore a quello di paesi comparabili – perché europei e simili per taglia – come Germania, Francia e Regno Unito. E non inferiore di poco. Lo è dalle tre alle quattro volte! In termini percentuali (sul RNL) siamo allo 0,16%, contro lo 0,35% della Germania, lo 0,46% della Francia, lo 0,52% del Regno Unito. L'impegno? Avevamo detto che nel 2010 saremmo arrivati allo 0,51%! Se va bene, quest'anno arriveremo allo 0,20%. Nel rapporto si legge anche che sono in corso degli sforzi per migliorare il reporting delle varie voci del nostro APS, che per il rapporto G8 è stato presentato dall'Italia "in maniera parziale per ragioni tecniche ed organizzative". Tradotto: non riusciamo nemmeno a fare bene i calcoli di quello che spendiamo, figuriamoci il resto!

Altro dato significativo: al G8 di Genova l'Italia ha lanciato il Fondo Globale per combattere contro l'AIDS, la Tubercolosi e la Malaria. Per il 2009, Francia, Germania e Regno Unito hanno versato somme comprese tra 179 e 326 milioni di dollari. In corrispondenza dell'Italia, nella tabella con gli esborsi, non è che ci sia una somma inferiore. Non c' è niente, solo un trattino. Vuol dire che il nostro contributo annuale è stato pari a zero. Siamo in mora. Per il periodo 2002-2010 ci siamo impegnati a contribuire con 1,3 miliardi di dollari. Al 2008, avevamo versato poco più di un miliardo, poi abbiamo chiuso il rubinetto.

Vogliamo parlare del settore "acqua e salute"? Nel 2008 abbiamo messo quasi meno della metà di Francia e Regno Unito, e appena un quarto di quello che ha messo la Germania. Ma chissà, magari abbiamo fatto meglio su altri fronti? Prendiamo ad esempio l'iniziativa sulla sicurezza alimentare lanciata proprio al G8 dell'Aquila e che dalla città abruzzese ha preso il nome. In termini di impegni l'Italia ha messo sul tavolo più di 600 milioni di dollari. E gli altri? La Francia 2 miliardi e mezzo, la Germania 4 miliardi, il Regno Unito 2 miliardi. Tanto vale, poi, lasciare stare altri fronti degli aiuti allo sviluppo. Su quello "educazione", l'Italia nel 2008 ha sborsato 85 milioni di dollari. La Francia e la Germania venti volte tanto!

Ora, se è vero che da un lato tutto questo non è responsabilità di un solo governo, e se è vero che la crisi ha colpito anche l'Italia, è pure vero che Tremonti (perché è lui, non Frattini, che decide sul fronte della spesa) ha costantemente sottovalutato negli ultimi due anni e mezzo l'impatto negativo prodotto, a livello internazionale, dal mancato rispetto degli impegni. Il problema è che la crisi non ha colpito solo noi (anzi, Berlusconi ha ripetuto per mesi che noi ce l'eravamo cavata meglio), e questo lo sanno pure gli altri. La crisi ci è servita al massimo come attenuante generica, niente di più. Quello che è grave è ciò che si nasconde dietro il mancato rispetto dei nostri impegni internazionali. Ed è che nel 2010 non abbiamo ancora capito cosa farcene di una politica di cooperazione allo sviluppo, e che la nostra classe politica continua a viverla come un retaggio o fardello inutile degli anni '60 e '70, piuttosto che come strumento di una moderna politica estera, che non può esistere – almeno per una potenza di medio rango come l'Italia – a prescindere dall'esercizio del soft power (che non sono le pacche sulle spalle, ma relazioni costruite a partire da fattori terzi rispetto alla capacità militare, come appunto la cooperazione internazionale) e in generale dalla credibilità, che vuol dire mantenere fede agli impegni presi, e soprattutto essere all'altezza del rango che uno ha, o pretende di avere.

C'è un rischio a tagliare dove è più facile invece che dove è più giusto e opportuno. Ed è che qualcuno prima o poi ci inviti ad accomodarci fuori dalla stanza, non trovando più ragioni noi per restare dentro. Se l'Italia vuole crescere a livello internazionale, non basta che lanci idee brillanti. Serve che si assuma anche la responsabilità delle conseguenze di queste idee, e che eviti così che le si ritorcano contro!



tag:  g8   cooperazione internazionale   aiuti allo sviluppo   promesse   accountability  


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#3 da Sandy, inviato il 3/9/2010
Messaggio per il Signor Antonio Facchin: Visto che l'argomento mi interessa, mi chiedevo se tiene conferenze su queste questioni. Può contattarmi al seguente indirizzo di posta elettronica: bustina89@hotmail.com

#2 da Antonio Facchin, inviato il 5/7/2010
Altro che cooperazione allo sviluppo (di cui si occupano per lo più organizzazioni non governative finanziate da privati) e impegni disattesi! Questo governo ha fatto ben altro. E la crisi economica internazionale è solo un pretesto. Basti ricordare che cavalcando e alimentando l'onda di xenofobia, il governo, nella persona del primo ministro, ha stabilito relazioni scellerate (e mi riferisco a quella con Gheddafi), anche al fine di dimostrare che si fosse in grado di controllare gli sbarchi di immigrati sulle nostre coste, invalidando il lavoro di organizzazione umanitarie internazionali quali l'UNHCR, ovvero l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, e distruggendo le uniche speranze di intervento di chi, come me, le segue e sostiene. E lascio alle colonne de l'Unità descrivere la situazione che si è venuta a determinare: «Signore, signori, questo messaggio di disperazione proviene da 200 eritrei che stanno morendo nel deserto del Sahara, in Libia. Siamo colpiti da malattie contagiose, la tortura è una pratica comune e, quel che è peggio, siamo rinchiusi in celle sotterranee dove la temperatura supera i 40°. Stiamo soffrendo e morendo. Questi profughi innocenti stanno perdendo la speranza e rischiano la morte. Perché dovremmo morire nel deserto dopo essere fuggiti dal nostro Paese dove venivamo torturati e uccisi? Vi preghiamo di far sapere al mondo che non vogliamo morire qui e che siamo allo stremo. Vogliamo un luogo di accoglienza più sicuro. Vi preghiamo di inoltrare questo messaggio alle organizzazioni umanitarie interessate». [...] Il messaggio è riuscito ad uscire dalle celle del centro di detenzione di Brak, 80 chilometri da Sebah, nel Sud della Libia, dove dal 30 giugno scorso si trovano oltre 200 eritrei deportati dal centro di detenzione per migranti di Misurata, nel quale sono rimasti una cinquantina di loro compagni di sventura, tra cui 13 donne e 7 bambini. Il gruppo era stato deportato su tre camion container come «punizione» a seguito di una rivolta scoppiata il giorno prima fra i detenuti che non hanno voluto dare le proprie generalità a diplomatici del loro Paese per paura di essere soggetti a un rimpatrio forzato. E per molti di loro rimpatrio equivale a una condanna a morte o, se va bene, ai lavori forzati. [...] Quel sms interroga le nostre coscienze. Chiama alla mobilitazione. Pretende una risposta dai ministri Maroni e Frattini. Una risposta che tarda a venire. Come tarda la riapertura l’ufficio dell’Unhcr (l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati) in Libia. Tra quei 245 segregati in un lager, ci sono anche una parte degli eritrei respinti dalla Marina militare italiana nell'estate 2009. Intercettati sulla rotta di Lampedusa. E rispediti indietro. All’inferno. «I rifugiati sono sottoposti a forti maltrattamenti e sono tenuti in estrema scarsità di acqua e di cibo. Alle persone che presentano ferite e gravi condizioni di salute non sono fornite cure mediche», ricorda in un comunicato il Consiglio italiano per i rifugiati (Cir). (U.de Giovannangeli, www.unita.it, 5/07/2010)

#1 da Giulio Portolan, inviato il 1/7/2010
Storicamente la politica è stata sostituita dall'economia nel governo del popolo. Questo è avvenuto a causa del popolo. L'economia è stata infatti strumento per il suo controllo. La politica, priva di scopo, si è ripiegata su se stessa, è divenuta (da sempre) esercizio di potere fine a se stesso, per essere poi colpita da negligenza e corruzione. Nè poteva essere diversamente, perchè il popolo non è docile e bisognoso di aiuto, ma vuole primeggiare, cerca il successo e sviluppa comportamenti non sempre corretti. Questa “energia” doveva essere incanalata e controllata dai meccanismi economici, e quindi la politica, che per sua essenza è aiuto al popolo (il quale non desidera essere aiutato) si è vista privare di senso, e si è bloccata. Ciò è anche una conseguenza della secolarizzazione, ed è una delle cause del blocco del processo di costruzione dell'Europa, caratterizzatosi finora esclusivamente in senso economico. La politica deve divenire una professione, per essere esercitata con competenza scientifica e tecnica, non per realizzare la tecnocrazia, ma per riportare l’economia sotto la sovranità del diritto. Questo processo di presa di consapevolezza dell’essenza dello Stato, espressa dall’Europa, presuppone un cambiamento nella coscienza del popolo, da realizzarsi attraverso l’educazione alla filosofia e alla teologia, e quindi una nuova consapevolezza del ruolo sociale e istituzionale della Chiesa.



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