Più Edipo o Pandora?
Massoni, compagni e altri complessi identitari del Pd
di
Marco Gervasoni ,
pubblicato il 30 giugno 2010
Le piccole storie sono sempre spie di altro, come ben sanno i medici. Le due vicende che di recente hanno portato i media ad interessarsi maggiormente del Pd sono, apparentemente, futili, risibili e grottesche. Si tratta delle divisioni interne al partito sulla liceità dell’appartenenza alla massoneria e poi delle polemiche sull’uso del termine “compagno”, dopo l’intervento dell’attore Fabrizio Gifuni in una convention pubblica del partito. Eppure entrambe le “polemiche” ci dicono molto su quella che è la principale identità del Pd e sulle sue difficoltà strutturali.
Che un partito nel 2010 veda divisi i suoi dirigenti maggiori sulla massoneria fa piacere allo storico, perché gli fa rivivere un clima d’Italietta tardogiolittiana, quando sullo stesso tema i socialisti si combattevano tra loro, più o meno cento anni fa. Allora contro i socialisti iscritti alla massoneria c’era la sinistra del Psi guidata da Benito Mussolini mentre più tolleranti erano i riformisti di Turati e di Bissolati, i quali alla fine persero la partita perché alcuni di loro furono espulsi e poi nel ’14 il Psi vietò ai propri iscritti di appartenere alle Logge, in quanto organizzazioni borghesi. Questo effetto macchina del tempo fa però impressione e ancor di più che, nel pieno della più grave crisi economica e finanziaria del dopoguerra, ci si divida su questo.
Tutto nella polemica sa non di novecentesco, ma addirittura di ottocentesco; la polemica dei “cattolici” contro la massoneria (e pensare che la P2 era popolata soprattutto da DC), l’immagine delle Logge, l’evocazione del “laicismo”. Con in più un pizzico di demonizzazione del triangolo e del grembiule che viene dalle vicende più recenti, ma comunque trentennali, della P2. Ma qui, al solito, Di Pietro e Grillo sono più lesti: è da sempre che per loro “piduista” è una delle tante armi da brandire contro gli avversari.
La vicenda ci dice però molto di essenziale sul Pd. Da un lato, sul suo collocamento geografico-elettorale. Il Pd, come ritiene Marc Lazar, è da questo punto di vista una “Lega centro”, diffusa quasi esclusivamente in Emilia-Romagna, Toscana, Marche e Umbria. Cioè le culle della massoneria. Stupirsi perciò della sovrapposizione tra mondo politico e mondo dell'associazionismo massonico in città toscane e umbre fa decisamente sorridere. Ma poi la polemica dice molto anche sull’identità del Pd.
Nato come progetto che doveva raccogliere i mille riformismi del paese, alla fine la sua cultura politica è rimasta un innesto mai veramente riuscito tra il tardo berlinguerismo postcomunista e il “cattolicesimo democratico” della sinistra Dc. Il guaio non è che, come spesso di sente dire, che il Pd sia nato da un'operazione di vertice. Tutti i partiti nascono così. Il problema sta nel fatto che i vecchi dirigenti, che avrebbero dovuto traghettare verso il progetto Pd mettendosi poi in secondo piano, non hanno potuto né voluto lasciar la parte ai nuovi, che forse non esistono o forse hanno la medesima cultura politica dei vecchi.
Provenienti pressoché tutti dal Pci-Pds e dalla Dc, i “vecchi” hanno poi fatto il possibile, riuscendovi, per lasciare ai margini portatori di altre culture politiche, per altro anch’esse in pessimo stato in quanto a capacità innovativa. L’innesto impossibile di due culture politiche da tempo defunte, quella tardoberlingueriana post comunista e quella cattolico-democratica, porta così a non accordarsi neppure più sui fondamenti del linguaggio. Da qui la polemica sul termine “compagno”. Mossa, a dimostrazione che essere giovani non è sempre una virtù, da militanti “ventenni”, che dimenticano come il termine “compagni” faccia parte non solo del lessico comunista ma prima di tutto di quello socialista e che, ancora oggi, è usato dai principali partiti del socialismo democratico europeo.
Senza vedere che la cosa più preoccupante per il Pd nell'intervento di Gifuni non stava nell’uso di quel termine: ma piuttosto nel fatto di farsi dettare la linea dagli attori e dallo show-biz, catastrofica tendenza che ha portato sempre la sinistra al disastro, e nel contenuto dell’’intervento dell’attore (classe 1966) che, tra citazioni di Pasolini e altre lugubri immagini, era lo stesso che avrebbe potuto recitare un “ragazzo” della FGCI negli anni Settanta.