Alla ricerca dei cervelli perduti nel post-doc

Perché l'Italia non attrae ricercatori stranieri

di Antonella Viola , pubblicato il 24 giugno 2010
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Quando si parla di ricerca scientifica nel nostro paese, uno dei temi trasversalmente più evocati è quello del rientro dei cervelli, cioè il recupero di scienziati italiani che abbiano già ottenuto brillanti risultati all'estero. Il tema merita certamente attenzione ma la vera risorsa per la ricerca scientifica di un paese moderno è un'altra. La fase più creativa e produttiva della vita di un ricercatore è infatti quella che segue il dottorato di ricerca, al termine del quale il ricercatore post-doc (post-doctoral) è pronto per iniziare una attività di ricerca propria sotto la supervisione di uno scienziato senior.

Negli Stati Uniti, circa il 70% dei post-doc è costituito da ricercatori stranieri. Gli USA attraggono ogni anno decine di migliaia di giovani scienziati che rappresentano una risorsa a costo zero per il paese, in quanto la loro formazione è avvenuta a carico dei paesi di origine. Da noi invece accade il contrario. L'Italia investe molto nella formazione dei ricercatori (il costo per la formazione di un dottore di ricerca è di circa 500.000 euro, senza tener conto della spesa pubblica per portarlo alla laurea). I migliori dottori di ricerca però lasciano l'Italia per un post-doc all'estero che completi la loro formazione, portando così competenze e creatività altrove. Questo sarebbe normale se controbilanciato da un forte afflusso di post-doc stranieri, formati all'estero e pronti a vivere la fase più produttiva della loro carriera nel nostro paese. Tuttavia, l'Italia non riesce ad attrarre ricercatori dall'estero, a causa di retribuzioni non competitive con il resto del mondo (30-50% in meno rispetto al resto dell'Europa) e per l'assenza del privato nel settore biotecnologico.

Il nostro paese sbaglia dunque del tutto l'investimento: da un lato spende molto in termini di formazione - della quale spesso beneficiano altre nazioni - dall'altro non attrae il capitale umano già formato e produttivo. Il bilancio è quindi in netta perdita.

Privato e pubblico dovrebbero quindi lavorare per ricreare un paese moderno e competitivo, in termini di salari e dinamismo occupazionale, capace di attrarre non solo cervelli italiani in fuga, ma soprattutto giovanissimi cervelli stranieri.






Antonella Viola è direttore del laboratorio di Immunità Adattativa presso l'Istituto Clinico Humanitas di Milano e docente di Patologia Generale presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell'Università degli Studi di Milano.



tag:  ricerca   fuga dei cervelli   dottorato   competitività   università  


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#2 da ennio, inviato il 25/6/2010
come sempre, in italia si continua a sprecare le risorse!va detto però che nel sistema universitario italiano, un danno enorme lo vanno a creare i cosidetti baroni, i quali hanno un potere enorme!pensate che per contratto, un docente universitario non ha l'obbligo di essere presente e a disposizione degli studenti, può liberamente scegliere cosa insegnare, sceglie liberamente quali alunni portare avanti e quali no!!inoltre, impongono ai giovani ricercatori di pagarsi i viaggi per seguire i vari convegni, gli chiedono una disponibilità tale da dover rinnciare alla vita privata, li sfruttano enormemente!a questo va aggiunto che sono incompetenti.. nel senso che devono preparare professioni pur non avendo mai svolto quel lavoro. un esempio: un docente di agraria che deve spiegare come progettare una stalla, di fatto non ne ha mai progettata una e molto probabilmente non è mai entrato in catasto a fare una voltura!!rendetevi un pò come siamo messi..

#1 da Loretta Tuosto, inviato il 25/6/2010
Condivido pienamente quanto espresso dalla Prof.ssa Viola e credo sia importante cercare di divulgare il più possibile informazioni del genere per sensibilizzare la comunità e cercare di trovare una soluzione per rendere l'Italia un paese competitivo sotto questo aspetto.



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