Una scommessa vinta in partenza
Trasparenza, equità e rigore: ecco la manovra finanziaria inglese
di
Marco Simoni ,
pubblicato il 23 giugno 2010
Oggi è scomparso il ministro dell’energia del governo Thatcher, in carica durante il famoso sciopero dei minatori che, lungo un anno tra il 1984 e il 1985, sancì la vittoria politica ed economica della lady di ferro, l’abbandono di gran parte dell’industria inglese e la costruzione coerente della loro economia a capitalismo liberale. Il neo ministro dell’economia Osborne ha una cosa in comune e una grande differenza con i suoi predecessori conservatori. In comune ha la forza di assumere su di sé la responsabilità di politiche dalla dimensione inaudita senza tacere la loro durezza. Tuttavia, a differenza dei conservatori degli anni ottanta, pagando un tributo evidente alla sua coalizione e a quasi quindici anni di New Labour, ha ripetutamente rivendicato il fatto che questa manovra è equa e progressiva, che i più ricchi pagheranno l’aggiustamento economico in maniera più che proporzionale, che i più deboli – bambini poveri e pensionati – saranno protetti, che il servizio sanitario nazionale sarà immune dai tagli.
I dettagli dei tagli ai ministeri saranno noti in autunno. Per dare un esempio, tuttavia, del grado di trasparenza già raggiunto dal governo, basti dire che i quotidiani come il Guardian o il Financial Times, hanno delle pagine web dove ognuno può calcolarsi quanto gli costerà la manovra. Stime conservative suggeriscono un costo di circa duemila euro all’anno per le famiglie di reddito mediano, un colpo non indifferente. Per dare il senso della dimensione totale, basti pensare che la manovra di Tremonti caratterizzata da tagli sostanzialmente privi di criteri politici, dovrebbe ridurre il nostro deficit di 24 miliardi di euro. La manovra di Osborne raggiunge la cifra di 155 miliardi di euro nell’arco della legislatura, per abbattere deficit e debito quasi completamente prima delle prossime elezioni. Una cifra così elevata sarà risparmiata attraverso drastici tagli di spesa, l’aumento dell’IVA, nuove tasse sui guadagni di capitale e sulle banche, il taglio di una serie di benefici fiscali che premiavano soprattutto la classe media. Per mitigare le conseguenze negative, la manovra contiene anche alcune riduzioni di tasse: le persone meno abbienti vedono aumentare l’area di non-imposizione, si riducono le tasse per le imprese, si abbattono le tasse sul lavoro che pagano le nuove imprese fino al decimo dipendente.
Nonostante queste misure, che cercano di lasciare aperta la finestra dello sviluppo, nel complesso la manovra è evidentemente recessiva: lo stesso governo prevede almeno 60mila nuovi disoccupati e due anni di minore crescita economica come conseguenza iniziale. Le loro previsioni tuttavia sostengono l’idea che a tre anni da adesso la crescita sarà più sostenuta. Osborne ha promesso che i futuri dividendi saranno equamente distribuiti, come oggi lo sono i sacrifici. E’ una retorica inclusiva e nazionale, sulla quale il governo scommette di far accettare alla popolazione anni di austerità e un brusco peggioramento degli stili di vita. Una cosa è chiara: si tratta di una scommessa.
Rispetto al passato recente, mai come in questo momento gli economisti sono stati divisi tra chi sostiene la necessità di un rapido aggiustamento dei conti – e dunque plaude all’iniziativa inglese – e chi invece si aspetta da una contrazione precoce della spesa pubblica un nuovo picco di crisi, come avvenne negli anni ’30, quando lo stimolo che seguì alla crisi del ’29 fu velocemente ritirato facendo sprofondare il mondo in una recessione ancora peggiore.
Stavolta, l’elemento che si intreccia in maniera drammatica con la crisi economica è l’enorme debito che paesi tradizionalmente molto solidi come la Gran Bretagna, la Germania e gli Stati Uniti hanno dovuto contrarre per fronteggiare la crisi finanziaria e salvare le banche sull’orlo della bancarotta. La crisi del debito che ha colpito la Grecia ha fatto balenare in più di una cancelleria il timore che un contagio nel panico dei mercati possa riguardare anche paesi tradizionalmente immuni a ipotesi di default. Se una crisi di debito riguardasse uno dei paesi avanzati, le conseguenze per l’economia mondiale potrebbero essere tragiche. Questo ragionamento sta facendo pendere la bilancia del consenso dei decisori economici nella direzione di un aggiustamento dei conti pubblici, e la manovra di Osborne è dunque la più decisa in questa direzione.
Nella sua severità, questa manovra cerca di attutire le peggiori conseguenze sociali e stimolare sviluppo tramite le riduzioni fiscali ad hoc. Allo stesso tempo bisogna riconoscere alla politica inglese una rara capacità di prendere decisioni rapidamente, con fermezza, e sostenendo fino in fondo le responsabilità politiche. Per il bene non solo dell’Inghilterra, bisogna augurarsi che la scommessa sia vincente o che, come suggeriscono anche autorevoli commentatori, se le conseguenze recessive di breve termine fossero peggiori delle previsioni, si possa procedere con la stessa risolutezza ai cambiamenti di linea necessari.
Insegna economia politica alla London School of Economics, dove è coordinatore del Master in Public Administration in European Public and Economic Policy.