Mondo Futuro
Relazioni internazionali a suon di Vuvuzelas
di Stefano Torelli
pubblicato il 22 giugno 2010

C’è una curiosa corrispondenza tra le dinamiche classiche intorno alle quali si muovono le relazioni internazionali e gli attuali Mondiali di calcio di Sudafrica 2010. A dire il vero e a ben guardare, le corrispondenze sembrano anche essere più di una, fino al punto di poter azzardare che, in un certo senso, le partite del Mondiale rispecchino l’andamento delle relazioni internazionali tra i vari attori statali coinvolti. Lo stesso spunto, del resto, ha ispirato un interessante articolo pubblicato la settimana scorsa sul Sole 24 Ore. Il ragionamento è semplice: come mai ci troviamo di fronte ad un Mondiale in cui il Brasile, prima della classe, fatica ad avere la meglio sulla Corea del Nord, ultima nel ranking FIFA delle nazionali in lizza? Cosa porta l’Italia a giocare con timore contro Paraguay e Nuova Zelanda, rischiando di non raccimolare neanche un punto? Perché la Spagna perde con la Svizzera e l’Inghilterra, che il calcio lo ha inventato, arranca, senza riuscire ad ottenere la vittoria, contro Stati Uniti (che il calcio lo hanno praticamente scoperto ora) prima e Algeria poi?
Tra le varie teorie delle relazioni internazionali, così come quando un attore deve prepararsi per uno scontro armato, vi è quella non scritta secondo la quale qualsiasi strategia si decida di perseguire, e qualsiasi tattica si metta a punto per perseguire tale strategia, tutto rischia di essere messo in discussione al primo contatto reale con l’avversario/competitore. Ciò vuol dire che, seppure un attore decida di portare avanti una determinata strategia, le tattiche usate potrebbero essere soggette a cambiamenti, nella misura in cui dovranno confrontarsi con la reazione dell’altra parte, che non sempre può essere preventivata. Questo, del resto, potrebbe essere l’inconveniente meno peggio, perché a volte l’attore in questione si trova a dover cambiare del tutto addirittura la propria strategia, non solo le tattiche adottate. Il ragionamento è abbastanza semplice: mai dare nulla per scontato, se devi confrontarti con un avversario di cui non conosci appieno le caratteristiche. Quello che potrà sembrare a prima vista un avversario facile da sconfiggere, in virtù della propria supposta superiorità (solitamente tecnica e tecnologica), potrebbe rivelarsi un nemico mortale, qualora non si prendano in considerazione i suoi requisiti.
Ecco dunque che il Brasile scende in campo contro la Corea del Nord e, convinto di poter giocare una partita sul velluto, basata sulla acclamata superiorità tecnica, non riesce a fare la “sua” partita, perché si trova di fronte una squadra di 11 persone che corrono il doppio e difendono con tutta la squadra. Ed ecco anche che l’Italia non riesce a fare il solito gioco di lanci lunghi e cross in mezzo all’area contro la modestissima Nuova Zelanda, in quanto di fronte trova 11 giganti di un metro e novanta di altezza, che fanno della fisicità la loro caratteristica e costringono gli azzurri ad un gioco sterile. E si potrebbe andare avanti con gli esempi… In poche parole, quello che si verifica nelle partite di calcio del Mondiale, esattamente come nelle relazioni internazionali, è il divario esistente tra le strategie fatte a tavolino e il confronto diretto sul campo. Al primo contatto con l’avversario, tutto può cambiare e, se non si è abbastanza preparati a tale eventualità, rischiano di saltare tutti gli schemi, fino ad arrivare alla potenziale e inaspettata debacle. E’ così che gli Stati Uniti hanno perso la guerra in Vietnam e si ritrovano in serie difficoltà nei teatri mediorientali oggi, allo stesso modo in cui la arrogante e boriosa Francia sta per uscire dal Mondiale, dopo pessime prestazioni contro avversari sulla carta più deboli, ma sul campo molto più motivati e decisi, come Uruguay e Messico.
E’ lo stesso motivo che porta molti italiani a pensare che, in fondo, sarebbe meglio affrontare in un eventuale ottavo di finale l’Olanda, piuttosto che il meno blasonato, ma sicuramente più “oscuro” Giappone. Anche nelle relazioni internazionali ci si trova indubbiamente molto più a proprio agio nel confrontarsi con attori ormai conosciuti (anche se in teoria più temibili), piuttosto che con realtà totalmente nuove e “diverse”, dalle quali potrebbero nascere brutte sorprese. I Mondiali di calcio come specchio della politica globale, dunque? Potrebbe sembrare solo un esercizio stilistico, ma in fondo, soprattutto in un mondo in cui il calcio richiama così tante attenzioni a livello mondiale e, in virtù dei capitali che riesce a muovere, diventa anche un evento in qualche modo politico, potrebbere non essere una considerazione del tutto fuori luogo. Anche i Mondiali di calcio possono insegnare qualcosa ai governi, nella misura in cui 90 minuti di confronto con un’altra squadra possono ben rappresentare la competizione internazionale tra i vari attori coinvolti. Chiaramente, in questa cornice, vi è il collante del mondo comunque globalizzato, l’altra faccia della medaglia. Ecco perché, oltre alle caratteristiche dei singoli attori e delle singole squadre, nazionali africane come il Ghana o il Camerun possono arrivare a confrontarsi quasi alla pari con le squadre europee. I giocatori girano il mondo, vanno a giocare in Germania, Spagna, Inghilterra, Italia, Francia… è ovvio che il calcio dei loro Paesi verrà influenzato da questi modelli e, proprio per questo motivo, tali squadre possono essere sempre più competitive.
Questo è il senso del calcio se relazionato alla politica internazionale. Spostamenti sempre più frequenti di risorse economiche e umane, che permettono un “avvicinamento” tra le varie parti che compongono il panorama mondiale; panorama mondiale che, a sua volta, pare essere sempre più omogeneo; fino al punto in cui, come sempre capita, ci si trova ad avere a che fare con attori e tattiche sconosciute e con cui si ha poca dimestichezza e si rischia di capitolare proprio dove tutto sembrava più facile. Se il mondo va in questo modo, i Mondiali di calcio ne sono uno specchio. Dagli errori di valutazione si potranno imparare nuove strategie e nuove tattiche, ma le relazioni internazionali, in un modo o nell’altro, torneranno ad essere cicliche e ancora una volta ci saranno nuovi attori e nuove strategie da dover affrontare.
Stefano Torelli è Ph.D. candidate in Storia delle Relazioni Internazionali presso La Sapienza di Roma. Esperto di geopolitica e questioni mediorientali, è responsabile dell’area Medio Oriente e Maghreb di Equilibri.net e Coordinatore del Programma Medio Oriente dell’ICTS (Italian Center for Turkish Studies). Co-fondatore del sito ilcaffegeopolitico.it