di Andrea RomanoC'era una volta un partito che si diceva di lotta e di governo. C'è oggi un partito che governa l'Italia e che si dice comunque pronto alla secessione, nel caso in cui le cose non si mettessero per il verso giusto. Quel partito è la Lega, che domenica ha celebrato i vent'anni del primo raduno di Pontida mostrando tutti i segni della propria crisi politica. Perché di crisi si tratta, se guardiamo al ritorno della parola d'ordine della secessione, e non certo dell'ennesima voce folkloristica fuggita dal seno di un qualunque esponente di punta del movimento.
L'annuncio di Roberto Castelli ("Se non verrà il federalismo ci potrà essere solo la secessione") e l'entusiasmo che in risposta è venuto dal pratone di Pontida ci raccontano i tormenti di un partito che è entrato da vincitore in questa legislatura, che sinora ha visto crescere il proprio capitale di consensi e trofei, ma che paradossalmente potrebbe decidere di mettere in crisi la maggioranza per manifesta incapacità di ottenere il federalismo.
Quel federalismo che poi è l'unico risultato che davvero conta agli occhi sia dell'elettorato leghista sia di una vasta schiera di quadri dirigenti che non ha mai smarrito la propria ragion d'essere più profonda.
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