di Michele SalvatiNel dibattito che si è svolto sulle proposte di modifica costituzionale annunciate dal governo - e in particolare la riformulazione dell'art.41, secondo il quale "la legge determina i programmi e in controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali" - tre conclusioni sembrano acquisite. La prima è che una modifica della prima parte della Costituzione è possibile solo secondo le procedure previste dalla Costituzione stessa e, di per sé, non è incongrua o scandalosa. La seconda è che essa non è indispensabile al fine di procedere a un'opera di radicale semplificazione legislativa o di promuovere un indirizzo politico più liberale. La terza è che la nostra Costituzione è figlia di un compromesso politico piuttosto lontani dall'aria che si respira oggi da noi e nei principali Paesi capitalistici avanzati.
Non dico nulla sulla prima conclusione perché è ovvia. Nulla anche sulla seconda, perché non conosco le ragioni che hanno indotto il governo ad aprire un fronte così delicato: una vera convinzione che gli impacci incontrati dal governo e dalle imprese nella loro azione dipendono da quell'articolo? L'intenzione di scompaginare il campo dei partiti di centro e di sinistra? Di sicuro c'è solo che Tremonti farebbe un po' fatica, nel suo stesso schieramento politico, a introdurre in Costituzione la "norma rivoluzionaria" e transitoria cui fa cenno nella sua lunga intervista a Cazzullo sul
Corriere del 31 maggio: "tutto è libero, tranne ciò che è vietato dalla legge penale o europea". Vorrei invece dire qualcosa sulla terzo conclusione, quella sul clima politico.
Per continuare a leggere l'articolo, scarica la versione pdf