Il terzo comma dell'articolo 41 della Costituzione, con il suo riferimento ai "programmi" e ai "controlli" sull'attività economica sta animando un acceso dibattito. Paladini del libero mercato non si stancano di denunciare,
come fa il professor Panebianco (Corriere della Sera, 15 giugno 2010), "il clima culturale in cui venne redatto, le caratteristiche ideologiche, le propensioni dirigistiche delle forze politiche dominanti all'Assemblea costituente".
Il lettore curioso vada però a consultare questi atti - disponibili , gratuitamente sul sito della Camera - e, ohibò, troverà che il riferimento ideale nella stesura di questa norma è niente meno che ... Von Hayek!
Se questo nostro lettore vorrà poi approfondire la materia, scoprirà che in quegli anni, cruciali per lo sviluppo dell'Italia, il governo dell'economia nazionale era affidato agli eredi della migliore tradizione liberale pre-fascista, ai propugnatori di un liberismo puro, del "liberalismo conservatore di Cobden e Stuart Mill" come scrisse l'Economist del 30 novembre 1946 a Londra dove imperava allora ( come anche oltreatlantico) il verbo di Keynes. Nomi oggi forse ignoti : Soleri, Ricci, Corbino, Del Vecchio che si susseguirono alla guida del Tesoro, nel segno e sotto la guida di Luigi Einaudi. Un nume tutelare così incontestato da poter assommare le funzioni di Governatore della Banca d'Italia dal 1945, quella di membro dell'Assemblea costituente, nonché quella, dopo l'estromissione dei social-comunisti dal governo nel maggio 1947, di Ministro del bilancio e Vice presidente del Consiglio.
Lo stesso Togliatti, finché fu al Governo, tenne un atteggiamento assolutamente prudente in materia. Col voto dei comunisti passò nel 1946 l'adesione dell'Italia alle istituzioni di Bretton Woods e la liberalizzazione del commercio con l'estero; vere e proprie scelte ''costituzionali''che fecero uscire il paese da quella piazzaforte assediata costretta da vincoli e legami in cui viveva rinchiuso da un ventennio.
Una volta fuori dal Governo i comunisti proposero in Costituente emendamenti volti a prevedere che lo Stato dovesse intervenire "per coordinare e dirigere l'attività produttiva secondo un piano che dia il rendimento massimo per la collettività". La proposta fu bocciata con una maggioranza schiacciante il 9 maggio del 1947. Sempre a larga maggioranza, qualche giorno dopo, l'Assemblea accolse quella che oggi è l'attuale formulazione del terzo comma dell'articolo 41. La propose un social democratico, l'onorevole Arata.
Non si trattava di "far rientrare dalla finestra quello che è stato cacciato dalla porta", e cioè la pianificazione. Non v'era l'intenzione di porre ai costituenti l'alternativa "tra libertà economica e vincolismo di Stato", ma , secondo Arata, di "portare il tema sopra un piano di praticità, di realtà (...), di portare il dibattito in quella sfera concettuale nella quale lo stesso Von Hayek ammette delle forme di pianificazione laddove scrive testualmente : una pianificazione parziale può essere razionale ove la si intenda come il prodotto di una permanente impalcatura giuridica architettata in modo da fornire all'iniziativa privata gli incentivi necessari per compiere gli adattamenti richiesti da ogni variazione della vita economica e sociale".
La citazione è tratta da un libro che all'epoca circolava ed era sul banco di molti costituenti (a partire da quello di Meuccio Ruini). Una bella antologia curata da Bresciani Turroni, pubblicata da Einaudi nel 1946 che raccoglieva saggi di vari autori (da Von Hayek a Von Mises), tutti volti a mostrare la fallacia dei sistemi collettivistici e a sviluppare una critica serrata "all'interventismo statale in una società capitalistica". Questo interventismo, proprio secondo Von Hayek, va distinto dagli interventi sulla "impalcatura giuridica". Oggetto della critica di Hayek in quel saggio sono gli interventi diretti dei pubblici poteri, quelli che incidono sulle "quantità", sui "metodi" e sui "prezzi", insomma tutto l'armamentario di cui gli Stati occidentali si dotarono dopo la crisi del '29.
Non viene invece escluso, anzi auspicato, l'intervento del legislatore sulla "impalcatura giuridica" per assicurare "il più facile ed il più efficace funzionamento della concorrenza".
E' questo ragionamento a motivare la proposta di Arata: dare ordine agli interventi dello Stato ''che non possono essere episodici e caotici, ma devono essere frutto di scelte razionali e coordinate''. L'intento con cui si inserì nella nostra Costituzione quella parola "programmi" era dunque quello di riconoscere allo Stato la possibilità di intervenire nell' economia con la garanzia che ciò avvenisse in modo coordinato, come disse Ruini "non per semplice decisione o capriccio di autorità e di governo, ma soltanto per legge".
Forse il professor Panebianco, ma forse anche il professor Tremonti, continuano a leggere questa disposizione con gli occhi di giovani formatisi nella temperie, quella sì intrisa di "propensioni dirigiste" degli anni '60, quando si volle fondare su questa asciutta disposizione costituzionale l'esperienza dei programmi e dei piani (un'espressione quest'ultima aborrita dalla maggioranza dei costituenti) immaginati dai governi di centro-sinistra.
Non era però questa l'intenzione della Costituente (della maggioranza che quegli articoli approvò e di chi , dentro e fuori l'assemblea, reggeva allora le redini della politica economica italiana). Gli interventi di Arata e di Ruini ci propongono una lettura moderna, ispirata a un liberalismo consapevole, non ignaro del dibattito internazionale, come dimostrato dal richiamo a von Hayek, che permette oggi di lanciare un ponte tra questi testi della nostra Carta e quelli della costituzione economica europea, con un'ambizione anche maggiore di quella praticata dal nostro legislatore e dalla giurisprudenza
Proprio perchè amiamo la libertà torniamo dunque a leggere e senza occhiali, la Costituzione!