Il futuro dei giovani? Deve iniziare oggi

Le politiche sul lavoro non possono aspettare

di Irene Tinagli , pubblicato il 17 giugno 2010
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In tempi di crisi come quello in cui ci troviamo oggi poche cose sono fondamentali come le politiche sociali per il lavoro e gli ammortizzatori sociali. E’ con questi strumenti che si decide se, quando e soprattutto come si uscirà dal tunnel. Lo abbiamo visto con la cassa integrazione, che in questo ultimo anno ha consentito a migliaia di operai di attutire il colpo della crisi che ha colpito tante aziende. Lo vediamo in questi giorni a Pomigliano, dove si stanno ridefinendo le sorti di 5.000 lavoratori.

Ma il ruolo delle politiche sociali non può e non deve fermarsi qui. Gestire il crollo non è abbastanza se si vuole davvero uscire dalla crisi con qualche chance di riprendere a crescere e recuperare competività. Le politiche sociali non devono solo limitarsi a rendere meno drammatica l’inattività, ma devono supportare il recupero dell’attività e la generazione di nuove opportunità di lavoro. E su questo purtroppo l’Italia non ha fatto quasi niente. Di volta in volta si mobilita tutto il paese e l’intero dibattito pubblico per trovare una soluzione contingente all’emergenza del momento, come per i 3.000 operai di Termini Imerese, oppure, oggi, per i 5.000 di Pomigliano.

Ma nessuno si sta chiedendo cosa ne sarà di circa un milione e duecentomila cassintegrati (dati dicembre 2009) quando finirà anche la cassa integrazione, quando saranno stati due anni lontani dal lavoro e da ogni attività di riqualificazione professionale. Così come nessuno si è preoccupato di pensare ad una soluzione per i 2 milioni di giovani fuori dal mercato del lavoro e della formazione che stanno lì senza attività e senza prospettive. Il Ministro Sacconi continua ormai da oltre un anno a lanciare annunci, come quello del piano per il lavoro, o la riforma dello Statuto dei lavoratori, o a siglare accordi e liste di ottime intenzioni.

Come “Italia 2020: piano di azione per l’occupabilità dei giovani”, un eccellente documento a firma congiunta Sacconi e Gelmini che ci pone di fronte a tutti i problemi e tutte le sfide, con un elenco di molte cose da fare, tutte buone e condivisibili, ma che non identifica neppure una scadenza, non inchioda ad una data neppure uno di quei nobilissimi obiettivi. L’unica data del documento è quella riportata nel titolo: Italia 2020. C’è da augurarsi che non sia quella la data a cui si rimandano le azioni vere. Per quella data i giovani saranno già vecchi e il paese ancora più rassegnato e stanco. Non bisognerebbe mai dimenticarsi che il futuro non si rimanda a domani, ma si costruisce oggi.

Docente all'Università Carlos III di Madrid, è esperta di innovazione, creatività e sviluppo economico. È consulente del Dipartimento Affari Economici e Sociali dell’ONU, della Commissione Europea e di numerosi governi regionali, enti e aziende in Italia e all’estero.


tag:  crisi   politiche sociali   giovani   sacconi  


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#3 da Giulio Portolan, inviato il 17/6/2010
Gentile signora Elena, l’Italia vive una contraddizione. Essendo sede del cattolicesimo, essa è il luogo nel mondo dove si sta meglio. Ma il cattolicesimo (utilizzo un’espressione scientifica tratta dalla psicologia) dà le “carezze”, per cui ne deriva un quadro di potenziale debolezza della personalità. Inoltre è accaduto che l’Italia si sia “seduta”, approfittando del benessere raggiunto (come ha detto De Rita). Bene, quindi, l’invito che lei fa a “lottare e lottare”. Io sono ottimista riguardo al futuro dell’Italia e dei giovani, e faccio mio l’augurio di un alto esponente del Governo, che ha detto che l’Italia può farcela se ha fiducia in se stessa, e ce la farà. Il cattolicesimo non è solo causa di debolezza ma è anche una risorsa, il socialismo è ancora forte, e forti sono le tradizioni laiche, liberali e liberiste nella società, che credono nel mercato.

#2 da elena, inviato il 17/6/2010
Mi scusi signor Portolan ma il quadro che fa lei dei giovani (non dico noi perchè ormai viaggio per i 29 anni..) mi sembra un pò avvilente. La mancanza di concentrazione e di senso del sacrificio sono proprio i cancri di cui la mia generazione (e soprattutto quelle successive) Si DEVONO liberare. Noi abbiamo avuto di più dei nostri genitori (in gioventù) ma ci ritroviamo con un pugno di mosche, quindi dobbiamo lottare e lottare. Quello che mi spaventa, come dice Irene, non sono tanto le difficoltà che incontro oggi (lavori atipici contratti scadenti, precariato etc), bensì in effetti.. quello che mi aspetta domani

#1 da Giulio Portolan, inviato il 17/6/2010
Sono d'accordo con la prof.ssa Tinagli, e aggiungo che non si può negare che il Governo stia facendo molto e bene. D'altra parte se limiti ci sono nella sua azione sono i limiti di una politica che non sfrutta i vantaggi della scienza, se non in campo economico. Ad esempio, si può capire che la condizione di questi due milioni di giovani ha a che fare con la psichiatria. Oggi giorno non si può pensare che l'orario di lavoro costringa un giovane, che naviga in internet, che cambia gusti nella moda e nella musica, amicizie, ambiente, che ha bisogno in continuazione di distrarre la mente con stimolazioni continue, e non riesce a concentrarsi su nessuna attività per più di 5 minuti prolungati e continuativi, a stare per 8 ore di fila in un ufficio, in un'azieda e in un capannone. Bisogna rendere più mobile il mercato del lavoro, nel senso di rendere possibile cambiare orario (anche per venire incontro alla maternità delle donne, come dice il prof. Stefano Zamagni) durante il giorno, cambiare ufficio e azienda, paese e città, dando più tempo libero, concentrando il lavoro in poche ore ben fatte, dare internet a tutti (che viene tolto ad alcune segretarie), stimolare la motivazione. I giovani rifiutano i mestieri umili: ciò si può comprendere ed è giustificato. Hanno bisogno di motivazione per la loro autostima e questo è un fattore psicologico e psichiatrico, perchè l'autostima incide sulla motivazione e sulle condizioni di stress. Tutto ciò significa che il mondo del lavoro deve essere riformato alle radici, non per rendere meno competitivo il mercato, ma per renderlo più efficiente. Dare a tutti la possibilità di studiare, di fare carriera, aumentare gli stipendi, diminuire le condizioni di stress. Il mobbing non è solo una strategia intimidatoria consapevole, ma può essere un sottile e inconsapevole comportamento di molestia, che può snervare (milioni di casi in Germania, con i relativi suicidi). Ecco perchè i giovani rifiutano il lavoro. E' richiedo quindi ai governanti un di più di intuito, sia a destra che a sinistra, perchè non tutti hanno un lavoro soddisfacente, stimolante e motivante. Io comprendo questi giovani, li giustifico, sono dalla loro parte.



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