Mondo Futuro

Se Turchia e Brasile risolvono la questione nucleare iraniana

di Stefano Torelli

pubblicato il 9 giugno 2010
immagine documento La proposta di accordo per la risoluzione della controversia internazionale circa il programma nucleare dell’Iran, presentata congiuntamente dai governi di Iran, Turchia e Brasile tre settimane fa, segna un nuovo passo in avanti verso una nuova concezione degli equilibri di potenza globali. Al di là del fatto in sé e per sé, che già da solo potrebbe rappresentare un apparente cambiamento di rotta del governo iraniano di Ahmadinejad nei confronti dei negoziati sul programma di arricchimento dell’uranio da parte di Teheran, il documento presentato alla Comunità Internazionale da Brasilia, Ankara e Teheran ci induce a spingerci in riflessioni di respiro addirittura ben più ampio, rispetto alla circoscritta situazione della Repubblica Islamica dell’Iran e dei suoi rapporti con il resto del mondo, in particolar modo occidentale.

Fino all’inizio di questo secolo, sarebbe stato pressochè impensabile che un documento proveniente da tre Paesi del calibro di Brasile, Turchia e Iran potesse avere la benchè minima possibilità di essere accettato con il dovuto interesse e rispetto da parte degli altri attori internazionali. Ciò perché, semplicemente, gli attori internazionali in quanto tali, erano pochissimi, forse addirittura uno solo, e tesseva la trama delle relazioni globali, unico protagonista e al contempo regista, da una città: Washington. Ciò nella pur brevissima èra intercorsa tra la fine del mondo bipolare (mondo in cui, comunque, le relazioni internazionali si discutevano esclusivamente sull’asse Washington-Mosca) e l’illusione di un nuovo mondo unipolare e della “fine della storia”. Ci troviamo adesso di fronte, invece, a uno scenario in cui i poli di attrazione sembrano essere davvero molteplici e non sono più rappresentati da singoli attori statali, bensì piuttosto da macrorealtà regionali. Tali macro-regioni, a loro volta, sembrano costituitre dei micro-cosmi in cui si ripresentano le caratteristiche degli equilibri di potenza mondiali, con attori che ambiscono ad essere egemoni e altri che si alleano ai primi per veder crescere il proprio peso e le proprie possibilità di sviluppo.

In questo scenario, arriva, forse inattesa, quella che è stata presentata da alcuni come la possibile svolta nel processo negoziale per la soluzione del controverso programma nucleare di Teheran. La Turchia, da ormai più di dieci anni, si sta proponendo, se non imponendo, come l’attore risolutore di molte controversie che interessano la regione mediorientale, proprio in nome della sua ambizione (neanche molto celata) di divenire il Paese leader del Medio Oriente e porsi, in questo modo, come il mediatore naturale tra la regione e l’Occidente, in cui ha già un piede attraverso l’alleanza atlantica e la special relationship con l’Unione Europea. La recentissima crisi diplomatica con Israele a seguito dell’attacco israeliano alla “Freedom Flottilla” diretta verso le coste di Gaza, ha però in parte minato il ruolo turco nell’area, dal momento che Ankara ha momentaneamente congelato i rapporti con Tel Aviv. Ciò vuol dire, d’altro canto, un avvicinamento tattico verso Damasco e Teheran che, almeno nel breve-medio periodo, potrebbe indurre UE e USA a tentare di diminuire l’influenza turca nella regione. Il Brasile, dal suo canto, è ormai una realtà internazionale a tutti gli effetti e sembra dominare il sub-continente americano, grazie ad un’economia in rapido sviluppo, un peso demografico senza eguali nella regione e una buona dose di risorse naturali su cui basare la propria influenza ed il proprio sviluppo. Entrambi i Paesi sono attualmente membri non permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, ma almeno uno di loro, il Brasile, punta manifestamente a riformare lo stesso Consiglio di Sicurezza per assicurarsi un posto come membro permanente, all’interno di un organo che possa meglio rappresentare i nuovi equilibri mondiali, rispetto al secondo dopoguerra.

Turchia e Brasile, agli occhi della Comunità Internazionale, dovrebbero e potrebbero fungere da garanti dell’accordo con l’Iran e, in un certo senso, compensare la mancanza di credibilità che Teheran ha nei confronti degli interlocutori occidentali. La domanda è: saranno in grado Washington, Londra, Berlino e Parigi di accettare un piano di risoluzione di una controversia internazionale che le vede in qualche modo direttamente coinvolte, se tale soluzione arriva da attori che fino a ieri non erano nella posizione di poter ambire a un ruolo tanto importante? E soprattutto, alla luce dei recenti avvenimenti in Medio Oriente, con una Turchia apertamente in polemica (se non in rottura) con Israele, sarà possibile far sì che Ankara arrivi a raggiungere un risultato simile? Risiede in questi interrogativi il destino dell’accordo o meno sul piano di arricchimento dell’uranio da parte dell’Iran. Probabilmente, a livello tecnico, potrebbero essere fatti degli aggiustamenti, così come si potrebbe discutere ancora sulle quantità di uranio a basso arricchimento che Teheran dovrebbe esportare in Turchia e su quanto ne dovrebbe avere indietro. E ancora, arricchito di quanto. Ma il problema rimane politico. Per la prima volta, una cruciale questione di rilevanza internazionale viene affrontata e discussa da attori emergenti e non schierati incondizionatamente con le potenze egemoni a livello globale, che in tal modo puntano a diventare protagonisti in tutti i sensi dei nuovi equilibri geopolitici globali. E viene discussa in separata sede, senza il coinvolgimento, se non a posteriori, dei “Grandi” del mondo. Questa è la vera sfida. Gli Stati Uniti e gli alleati occidentali, così come in parte la Cina e la Russia, dovranno saper rispondere a tale dilemma politico, prima di ragionare sui termini del documento congiunto di Iran, Turchia e Brasile.

Stefano Torelli è Ph.D. candidate in Storia delle Relazioni Internazionali presso La Sapienza di Roma. Esperto di geopolitica e questioni mediorientali, è responsabile dell’area Medio Oriente e Maghreb di Equilibri.net e Coordinatore del Programma Medio Oriente dell’ICTS (Italian Center for Turkish Studies). Co-fondatore del sito ilcaffegeopolitico.it

tag:  turchia   iran   brasile   nucelare   stati uniti   cina   ahmadinejad  


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#1 da Giorgio, inviato il 14/6/2010
Sono studente di Relazioni Internazionali e mi trovo in questo momento in Brasile per approfondire i miei studi. Vorrei renderle i miei complimenti per l'articolo che capta con una grande correttezza la dinamica dell'attuale scenario. Questo processo di inserzione internazionale del Brasile, iniziatosi nel governo Cardoso e continuato nell'era Lula, ha fatto grandi passi che sono fondamentali per i cambiamenti necessari all'ordine internazionale, ma comunque, nel caso in questione, rimane premente la necessità di una maggior autorità di questi attori emergenti nell'arena politica internazionale. Approfitto per segnalarle e citare parte di un'articolo, che forse conoscerà già, dove si legge che "l’iniziativa di Brasile e Turchia è stata immediatamente percepita come un’intrusione di nuove potenze emergenti nell’egemonia diplomatica delle potenze tradizionali." (http://www.eurasia-rivista.org/4544/perche-russia-e-cina-hanno-votato-le-sanzioni-alliran)



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