di Albero AlesinaOgni volta che un governo in Italia propone di ridurre la spesa rallentando la crescita dei salari e dell'occupazione del settore pubblico, o aumentando l'età pensionabile o tagliando altre categorie di uscite discrezionali, o facendo pressione sulla spesa sanitaria di enti locali spreconi, subito si leva un coro di proteste che dicono: "Invece di tagliare la spesa e imporre sacrifici fate pagare le tasse a chi non le paga".
Il ragionamento apparentemente non fa una grinza, invece ne ha parecchie. Come faceva notare anche Alessandro De Nicola (Il Sole24Ore del 6 giugno), il prodotto interno lordo incorpora già una misura del sommerso e le imposte sono il 43% di questo Pil, comprensivo di sommerso appunto. Il 43% è un rapporto simile a quello di altri paesi europei con un'economia in nero minore della nostra.
Quindi gli italiani che pagano le tasse ne pagano davvero tante. In altre parole, immaginiamo per un attimo un mondo ideale in cui recuperassimo tutta l'evasione, che probabilmente viaggia intorno al 20% del Pil. Arriveremmo a circa il 60% di prelievo fiscale in rapporto al Pil. Questa sarebbe la mazzata finale all'economia italiana che entrerebbe in una rovinosa depressione.
Cosa significa questo? Che non bisogna combattere l'evasione fiscale? Assolutamente no, anzi. Ma tutto il recupero dell'evasione deve servire a ridurre le aliquote, in modo che chi le tasse già le paga abbia un reddito disponibile più alto e non vengano disincentivati lavoro e investimenti nella parte dell'economia non sommersa (come ha scritto Luca Paolazzi sul Sole 24 Ore del 5 giugno). Quindi è
economicamente e politicamente sbagliato parlare nella stessa manovra di recupero dell'evasione e di tagli, per esempio, ai salari pubblici,
perchè si presentano le due azioni come alternative: più recupero di evasione, meno tagli e viceversa.Per continuare a leggere l'articolo, scarica la versione pdf