Mondo Futuro

La nuova politica estera della Turchia

di Fabio Nicolucci

di Fabio Nicolucci , pubblicato il 7 giugno 2010
immagine documento Uno degli effetti più a lungo termine della disastrosa vicenda del sanguinoso assalto alla flottiglia diretta a Gaza da parte della marina israeliana è l'incoraggiamento alla Turchia a proseguire nella costruzione della sua nuova politica estera. Una politica estera che già prevedeva il riorientamento verso est, a cui questa crisi imprime una torsione “neo ottomana” che in definitiva ha come conseguenza la rottura dell'alleanza strategica con Israele. E quindi, saldandosi dopo molto tempo con l'opinione pubblica e i governi degli stati arabi, il riformarsi di un medio oriente che non ne prevede l'esistenza.

Da una politica estera statica la Turchia è infatti passata negli ultimi anni ad una dinamica sia verso est sia verso sud, riassumibile nella formula «nessun problema con i vicini». Un cambiamento e un dinamismo che sono anche una concausa dello spostamento di tutto il baricentro del Mediterraneo verso est. Mentre prima la Turchia cercava di assicurarsi la propria sicurezza territoriale richiudendosi in una fortezza armata, «oggi sappiamo – ha scritto il ministro degli Esteri Ahmet Davutoglu - che solo gli Stati capaci di esercitare un'influenza oltre i propri confini mediante l'uso del soft power sono realmente capaci di proteggersi». Davutoglu dal novembre 2002 all'aprile 2009 ha fatto almeno 8 visite in Iran e Siria, ma una sola in Azerbaijan (una nazione di ceppo turco, una volta considerata il paese più vicino alla Turchia) e una alla Georgia (malgrado la Turchia abbia garantito per la sua indipendenza); nello stesso periodo Erdogan ha visitato almeno 7 volte Qatar e Arabia Saudita ma solo due volte Grecia e Bulgaria, i vicini balcanici.

Questa rivoluzione copernicana della politica estera turca ha prodotto così una rinnovata valorizzazione dei legami culturali e storici con gli altri paesi circostanti, anche se in realtà il «neo-ottomanesimo» della formula «nessun problema con i vicini» si traduce in «più problemi con quelli orientati ad occidente e meno con quelli orientati ad oriente». In questo rovesciando la tradizionale impostazione kemalista, che vedeva il medio oriente come una palude nella quale non rimanere invischiati e non come il luogo di una comune cultura in cui prosperare. Mentre infatti entra in crisi una alleanza con Israele che data dal 1996 ed era motivata dallo status di “semi paria” regionale della Turchia e dal vincolo con gli Usa, di converso si distendono i rapporti una volta tesi verso sud e verso est.

Verso est, il 10 ottobre 2009 a Zurigo è stato siglato uno storico Protocollo con l'Armenia, stabilendo così per la prima volta relazioni diplomatiche dopo i massacri del 1915, con una magistrale gestione dei rapporti con Usa e Russia. Paese quest'ultimo che viene ritenuto ora un partner preferenziale, soprattutto in termini energetici e finanziari, e non più uno storico nemico alle porte. Verso sud, la cancellazione della partnership strategica con Israele è stata per altro funzionale alla riapertura dei rapporti con la Siria: vista sin dagli anni novanta come stato protettore del Pkk curdo, il 13 ottobre 2009 i due paesi hanno riaperto i confini. Ad Ankara non sembra così essere più valido il vecchio detto kemalista «Se Şam'in şekeri, ne Arabin yữzữ», che si traduce in «nè dolci da Damasco né una faccia araba» e significa «dagli arabi non accettare nemmeno un dolce». Insomma, la Turchia sta mutando pelle: da potenza occidentale a potenza regionale proiettata ad est. La crisi con Israele è una turbolenza che non fa che far peggiorare i suoi già scossi rapporti con l'occidente.


tag:  turchia   israele   arabi   occidente  


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