Mondo Futuro

Il marketing contro la povertà

di Frédéric Dalsace

pubblicato il 31 maggio 2010
immagine documento Microcredito, “social business”, cantieri e imprese di reinserzione, associazioni per il mantenimento dell’agricoltura contadina, imprenditoria sociale...Le iniziative e i nuovi modelli per lottare contro la povertà nei paesi “ricchi” si moltiplicano, e si può solo esserne soddisfatti, considerata la congettura. L’immaginazione è più che mai in moto per contribuire a ridurre la miseria.

C’è però una condizione affinché queste “nuove offerte” possano continuare ad esistere a lungo termine: devono incontrare una domanda sufficiente e perenne da parte di individui e imprenditori. Questa nuova richiesta esiste realmente? Quali azioni potrebbero darle continuità? Il marketing, spesso criticato, potrebbe avere un ruolo inatteso, a condizione che sappia reinventarsi come “altro-marketing”.

Le nuove offerte dell’economia sociale e solidale seducono o meno un numero sufficiente di consumatori? Non v’è dubbio – è un parere condiviso da tutti - che questi ultimi sono interessati e si informano, ma da qui a mettere mano al portafoglio, la strada è lunga. I prodotti detti “solidali” incassano effettivamente dal 30 al 50% di opinioni positive, ma la loro quota di mercato rimane confidenziale - tra l’1 e il 2% - salvo alcune eccezioni in cui sfiora il 6% (il Regno Unito ad esempio con i prodotti “etici”). Il messaggio è chiaro: gli attributi sociali e etici che contraddistinguono questi nuovi prodotti non pesano più di tanto al momento dell’acquisto. E questo limite potrebbe verosimilmente imbrigliare lo sviluppo di queste nuove offerte solidali

E’ qui che per il marketing potrebbe paradossalmente sorgere una parte da recitare. Non è forse la sua essenza quella di trasformare in atti d’acquisto dei comportamenti o opinioni positive verso nuovi prodotti e servizi? Non ci si può però esimere, in questo caso, dall’usare il termine “paradossale”, perché da molte parti si punta attualmente il dito contro il marketing, reo di aver favorito - se non provocato - la crisi, per esempio invogliando le famiglie ad acquistare beni che in realtà non potevano permettersi. Esistono tuttavia due ipotesi per trasformare il piromane in vigile del fuoco.

La prima idea è nota, ed è quella del “marketing sociale”. Nata negli anni ’70, consiste nell’applicare le tecniche del marketing tradizionale ad altri campi, definiti “sociali”, per trasformare i comportamenti. Alcune campagne sono diventate storiche, come quelle nate per ridurre gli incidenti stradali o il numero dei fumatori. E’ indubbio che questo tipo di marketing può, con il sostegno dei poteri pubblici, promuovere nuovi atteggiamenti nei “consum’attori” e valorizzare le “nuove offerte”

L’altra ipotesi praticabile è che le imprese solidali sviluppino un “altro-marketing” innovativo per dare continuità alla domanda. Benché sia tutto da inventare, possiamo provare a delinearne alcuni possibili tratti.

Prendiamo l’esempio della variabile “prezzo”. L’impresa solidale potrebbe decidere di non fissare più un prezzo unico e suggerire vari livelli – “minimo”, “medio” e “solidale”. Il consumatore sceglierebbe così dove posizionarsi. Il prezzo “solidale” contribuirebbe alla sopravvivenza dell’impresa, e le permetterebbe di offrire il prezzo “minimo” ai clienti meno abbienti. Questo modello in parte esiste già: alcuni ristoratori e gruppi rock hanno scoperto di poter guadagnare dignitosamente praticando offerte “PWYW” (pay what you want).

Un bisogno reale, un mercato.

Altra possibilità, la creazione di una certificazione comune “impresa sociale e solidale” che permetterebbe di trattare con i grandi distributori affinché aggiungano - ad esempio - sullo scontrino fiscale una colonna che indichi la percentuale di prodotti solidali acquistati, permettendo così ad ogni consumatore di calcolare il suo “tasso di sforzo” nei confronti dell’economia sociale e solidale.

L’altro-marketing deve anche permettere di servire meglio le popolazioni meno abbienti. Mentre il marketing tradizionale contribuisce a creare bisogni laddove c’è un mercato solvibile, l’altro-marketing deve concentrarsi sulla creazione di un mercato dove c’è già un bisogno reale. Per questo bisogna studiare i bisogni dei consumatori più demuniti, largamente ignorati dalle società tradizionali, mettendo a punto prodotti e servizi realmente innovativi, riflettendo sulle condizioni nelle quali offerta e domanda possano incontrarsi. Grandi gruppi come Danone – che in Bangladesh vende yogurt arricchiti in nutrimenti per le popolazioni più povere nel quadro di un’impresa solidale (gli utili quando ci sono, sono reinvestiti) – possono essere d’ispirazione.

Chissà: il piromane potrebbe così trasformarsi in vigile del fuoco? Portando un contributo reale all’economia solidale e sociale potrebbe di fatto salvare se stesso. Dopo tutto non è nient’altro che uno strumento al servizio dell’economia moderna: il marketing di domani sarà quello che sapremo farne. Perché non uno strumento di lotta contro la povertà? La scommessa è di quelle azzardate, e merita un tentativo.



Copyright Le Monde Economie. Maggio 2010.


tag:  microcredito   finanza solidale   economia sociale   povertà   marketing  


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#2 da ennio baratella, inviato il 19/7/2010
Mi aggancio al concetto di nuova idea di marketing e di apportare idee da condividere e - se piacciono -di vederle sviluppare, del resto un vecchio detto è " Capa che non parla chiamasi cocozza...
Da 30 anni mi occupo di Turismo, in tutte le sue forme e in tutte le sue sfumature, una premessa che vi aiuta a comprendere meglio la proposta.
Il Turismo lo considero un mezzo formidabile che ha permesso a milioni di persone, di "annusare" il mondo, di crescere e di capire meglio paesi e tradizioni di vari popoli. Il Turismo è benessere fisico e psichico. Il Turismo è un formidabile volano di sviluppo economico.
Passo ora al sistema bancario, oggi come non mai critico con se stesso e con una immagine che oserei dire non delle migliori verso il povero consumatore. Qui l'etica, diciamocelo, è stata un tantinello calpestata negli ultimi anni.
Da alcuni mesi - ho pensato a come coniugare due esigenze di sviluppo che uniscano i due sistemi e diano un nuovo modello di prodotto atto a dare soddisfazione al cliente - ricchezza più misurata ma interessante alle banche, sviluppo più orizzontale ad un sistema che si regge sullo sviluppo turistico e infine - la possibilità che i due sistemi diano anche un contributo visibile e e concreto a sostegno di inziative d alto profilo umanitario.
Ho pensato quindi ad una Wellness Travel Bank.
In sintesi:
- Una banca dedicata esclusivamente a chi vuole aprire un conto spendibile solo nel Benessere ( Viaggi - Terme - Salute ecc..)
- Una Banca che offra al cliente una rendita garantita netta di almeno un 4,5% netto su depositi non inferiori ad un anno ( volendo al 5% si arriva ancora comodamente).
- La Banca offre finanziamenti sempre dedicati a questo utilizzo su due fronti - Classico ( quindi finanziamenti per Benessere dove paghi man mano dopo.. con interessi standard ) - o - Dream - per chi desidera valutare con copertura assicurativa a tutto campo - un finanziamento su un "sogno" che farà dopo almeno 9 mesi - quindi in anticipo ma.. mantiene inalterata la rendita e avrà il vantaggio di poter verificare - il Dream Tour che sceglierà - ( con polizza contro rischi annullamento che copra qualsiasi motivo di non sfruttamento del viaggio prenotato anzitempo). Altro Vantaggio è che si godrà il Dream tour già pagato ( quindi - doppio godimento - rendita + usufruizione)

- La Wellness Bank - riversa un 2% di interessi a lei destinati a Favore di Interventi a sostegno di progetti atti a dare benessere in ogni parte del mondo che identifichermo come priorità.

Vi chiederete dove sta il vantaggio della Banca? - bene -- ecco il motivo del Travel - poichè al suo interno Consulenti BEN FORMATI!!! - potranno e dovranno vendere soluzioni ben precise su Pacchetti Turistici che diano benessere - terme - Weelness e altro che avrei in mente di far offrire.
Ma.. la cosa può funzionare se tali offerte sono gestite in linea diretta tagliando parte della filiera- altrimenti i margini non ci sarebbero.
Morale - Io entro in Una Weelness Bank - dove già il concetto è di piacere e non dovere.
So di poter creare un mio Risparmio - pensato al mio benessere e so che ho una
rendita superiore ai normali tassi bancari che oggi con più o meno astuzia mi vengono proposti.
So che la Mia Wellness Bank -contribuisce in modo visibile allo sviluppo di progetti a sostegno di persone o cose in difficoltà.

Questa è una sintesi, ma il concetto che potrete anche leggere tra le righe è di una economia che se non si sviluppa in modo più orizzontale - anichè in verticale come è stato fino ad oggi - dove forse l'etica verso il povero consumatore, potrà avere un valore aggiunto più tangibile.

Grazie per vs. contributo a tale personale idea.

Ennio Baratella
Roma

#1 da Antonio Facchin, inviato il 17/6/2010
Approfitto dell’articolo del Professor Dalsace per sottolineare l’esigenza, e l’urgenza nello stesso tempo, di ricondurre il marketing a principi “etici”. Questo già basterebbe a renderlo “altro-marketing”, e una pratica di più ampio respiro, garante di profitti a lungo termine. E il primo passo potrebbe essere quello di concentrarlo sui desideri del cliente, ma considerandolo un essere, anziché un mero target. Sono un operatore di marketing, e voglio riferirmi ad un esempio concreto, che molti avranno condiviso. Gli abbonati Telecom Italia, in barba alla legge sulla privacy, sono regolarmente contattati, in orario lavorativo, su numeri riservati (perché di telefonia mobile), dai competitors (Vodafone in primis), che si propongono in concorrenza alla stessa Telecom. Questo è mal tollerato, ma si verifica impunemente in Italia per la mancanza di una legislatura a tutela del consumatore. Ed è una prassi che nasce da un marketing miope perché mette a rischio i profitti a lungo termine. L’utente subisce, ma non è detto che poi non scelga altro in conseguenza. L’etica nel marketing paga, giacché è recepita quale garanzia di rispetto di chi acquista, oltreché di chi produce. In Italia ne manca purtroppo la cultura, ma esistono degli interessanti esperimenti, tuttavia ancora poco competitivi. Lo diventerebbero se sviluppassimo un autentico mercato concorrenziale, sulla base della qualità. Che si proponga in pratica di offrire un valore reale e riconoscibile al consumatore. E i prezzi al consumo potrebbero facilmente scendere se nelle nostre aziende iniziassimo a riconoscere dignità di gestione ad un sistematico controllo sui costi di produzione. Purtroppo la tendenza è quella di massimizzare comunque i profitti, con tutte le incertezze del momento, in un paese che poco ha investito in formazione professionale, per non parlare di quella scolastica. Evidentemente del futuro è sempre poco importato. Finché non avremo in Italia una legge che permetta una class action (se mai l’avremo in un paese che ancora vuole definirsi democratico!) il cittadino si sentirà sempre più in balia delle cosiddette leggi di mercato. A meno che non si ricorra al web, e in particolare ai forum dei consumatori, confermando internet quale unico strumento realmente democratico, pur con evidenti limiti di scientificità. Noi cittadini dovremmo invece prendere coscienza della nostra forza di contribuenti (e uno dei contributi che francamente destineremmo a un uso migliore è, per esempio, il canone Rai). Questa forza si accrescerebbe, in veste di consumatori, se solo trasformassimo il consumo critico in un movimento d’opinione. Uno di quelli da far “tremare” i politici, che, è ormai chiaro a tutti, sono interessati alla sola cura dei propri interessi privati, o del proprio ego. Ma non alla cura di noi contribuenti.



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