Mondo Futuro

L'egemonia della geopolitica

di Fabio Nicolucci

pubblicato il 21 maggio 2010
immagine documento Talvolta, occorre riconoscerlo, il livello del nostro dibattito nazionale sulla politica estera è deprimente ed asfittico. Spesso ciò è dovuto a fatti e polemiche contingenti, ma a monte vi è comunque un'asfissìa dovuta a povertà di risorse e di investimenti. Poche risorse finanziarie, ma anche politiche, umane ed intellettuali. Dunque, un errore di sistema. Che il sistema sia più rigido e meno ricco di qualche lustro fa, ed abbia perso carica innovativa, lo segnala anche un curioso fatto intellettuale: l'onnipresenza della parola “geopolitica”, che fa oramai da prefisso e suffisso dovunque si parli di politica estera. Oramai siamo in presenza di una sempre più imperiosa “dittatura” della geopolitica e all'eclissi di ogni categoria alternativa o anche solo complementare. “geopolitica” è oramai divenuto sinonimo di “politica estera”, mentre dovrebbe esserne solo un attributo.

Un'egemonia intellettuale resa più forte dal fatto che ad una destra naturalmente e storicamente incline alle categorie geopolitiche si è unita una sinistra incapace oramai di elaborazione autonoma anche in questo campo, e quindi preda di una subalternità crescente ad un dibattito generato altrove. Perché un conto è giustamente dismettere l'ideologica ostracizzazione della geopolitica avvenuta fino alla fine della Guerra Fredda, un'altro è però divenire incapaci di contenere l'entusiasmo dei neofiti e prendere la parte per il tutto. L'entusiasmo era comprensibile, visto che proprio un esemplare fatto geopolitico come il dramma dei Balcani e l'intervento in Kossovo è stato fondativo per la nuova politica estera del centrosinistra. Che ha scambiato il vecchio realismo bipolare per un nuovo realismo “scientifico”. Ma così si è prodotta una reductio ad unum che contribuisce ad ingessare e rendere asfittica la sfera del discorso pubblico e politico sulla politica estera. Un problema serio per un paese che vuole avere consapevolezza di sé, ed un problema serio per quei riformatori che la volessero rafforzare.

Che la geopolitica sia categoria egemonica è evidente, basta notare la quantità di pubblicazioni e corsi universitari con tale titolo. Ma che la crescente sinonimìa e sovrapposizione tra “geopolitica” e “politica estera” non solo esista ma sia anche un problema lo segnala per esempio il recente libro “Geopolitica delle emozioni” di Dominique Moïsi. Lo stesso Moïsi lo scrive infatti per introdurre categorie più dinamiche e meno statiche di quelle della geopolitica, ma anche lui non può sfuggire all'uso della parola sin dal titolo per poter indicare che si tratta di politica estera e non di psicologia clinica, anche se ammette che “il titolo stesso del libro sembrerà a molti critici una mera provocazione se non un ossimoro” perché “la geopolitica non è forse imperniata sulla razionalità, sui dati oggettivi quali frontiere, risorse economiche, potenza militare e il freddo calcolo dell'interesse?”.

Tali dati analitici sono essenziali in ogni analisi. Sempre più però si avverte con Moïsi che la loro staticità e fissità li rende insufficienti a dar conto della fluidità del mondo di oggi. Fluidità innanzitutto dovuta al fatto che nel mondo post-bipolare e globalizzato è l'identità il centro delle relazioni internazionali. Una questione che diventa fissa ed eterna se la si considera come un dato ipostatizzato – come fanno i neocon creatori della griglia dello “scontro di civiltà” - ma è invece dinamica se se ne considerano le interdipendenze. Ipostatizzati, tali freddi dati analitici diventano a loro modo ideologia. Del resto la geopolitica ha tanto successo forse anche perché quella in voga oggi è anche “rappresentazione”: di territori e diritti storici. A cominciare dalla sua unità di misura, uno stato nazione ipostatizzato, avulso da interdipendenze al contrario di quello che avviene nei processi reali. Non a caso la geopolitica sembra avere un istinto antifederalista e dunque euroscettico.

La geopolitica è così diventata negli ultimi lustri non solo conoscenza e strumento analitico ma anche azione, progetto e strategia. Nella cui definizione intervengono attori, elité e interessi nazionali e internazionali. Che però vengono ammantati di “terzietà scientifica” oggettiva perché i dati naturali della geografia non cambierebbero. Ma se sono le sole leggi di natura a determinare la politica degli Stati e i conflitti, in questo modo non solo ogni conflitto apparirà giustificato – non a caso i primi geopolitici impliciti sono gli islamisti radicali – ma anche non si capirà più ogni cambiamento e nuova variabile. Lo spazio della libertà ne viene compresso. Forse a causa anche di questa egemonia lo schema concettuale dello scontro di civiltà è risultato così utile e difficile da confutare.

Non sarà allora il caso di far tornare la geopolitica nel reame degli strumenti analitici, spingendola più lontano dalla politica e più vicino alla geostoria? Magari appaiandole anche altri strumenti concettuali e tenendo conto che ogni “rappresentazione” è necessariamente parziale ed ogni memoria è necessariamente selettiva? Del resto anche il teorico geopolitico Lacoste scrive che “le rappresentazioni geopolitiche non appartengono inizialmente a uno Stato o a un popolo, ma a personaggi e piccoli gruppi che le hanno formulate o inventate”: come accadde nella ex-Yugoslavia e forse sta accadendo in Italia con la Padania e la Lega. L'assolutizzazione della geopolitica e il suo passaggio da strumento analitico ad azione e progetto, e da attributo a sostantivo, è un'operazione che propugna l' ideologia della “non ideologia” in modo del tutto simile a quello che avvenne con l'ultimo e fallito liberismo finanziario. Ma così la geopolitica diventa un altro muro tra i popoli e tra le analisi. Se vogliamo che torni ad essere un ponte dobbiamo restituirla all'ambito strumentale e pluralista dell'analisi politica.

Fabio Nicolucci è analista strategico ed esperto di questioni mediorientali.


tag:  geopolitica   politica estera   diplomazia   geografia   identità  


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