Italia e italiani: così lontani, così vicini

Lungimiranza e coraggio per unire il Paese

di Gian Carlo Bruno , pubblicato il 19 maggio 2010
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In un momento storico di grande crisi del modello socio economico europeo, di “fine della storia” delle democrazie occidentali e di sostanziale perdita di entusiasmo per il ruolo internazionale dell’Europa, è necessario riflettere sul significato di appartenenza a un paese dalle tradizioni tanto importanti quanto pesanti, dalla storia tanto unica quanto ingombrante come l’Italia.

Il nuovo presidente del Consiglio Europeo Van Rompuy ha detto a Bruxelles la settimana scorsa che un continente che cresce all’1% non può aspettarsi di svolgere un ruolo internazionale importante e che la capacità di esportare beni, modelli economici, sociali e culturali dipende direttamente dalla capacità di creare, produrre, essere vitali, crescere. “It’s the economy, stupid” – un continente che non cresce, un paese che non cresce, non può aspettarsi di vedere il suo ruolo globale crescere o nemmeno mantenersi costante. Ma, cosa ancora più importante, non può scommettere sulla sostenibilità del suo standard sociale e del suo stile di vita indefinitamente. La prosperità dell’Europa e ancora di più quella dell’Italia sono in seria discussione.

Non si tratta solo dell’orgoglio ferito di vedere Cina, India e altri paesi tradizionalmente meno sviluppati guadagnare anno dopo anno posizioni più alte nella graduatoria internazionale della crescita economica, a cui si può fare spallucce, ma a questo punto si tratta invece del rischio, molto concreto, di non essere in grado di sostenere il modello socio economico di cui gli europei e gli italiani vanno fieri. Si tratta di non avere la capacità di pagare le pensioni, di servire il debito pubblico, di aiutare gli strati più deboli della società.

Il contesto nel quale l’Italia festeggia i suoi 150 anni è davvero paradossale. E’ un paese unito da millenni di storia comune, di arte, di potere, di vittorie e di sconfitte. Ma è un paese diviso da 150 anni di incapacità di affrontare il sottosviluppo del Mezzogiorno, una delle aree più povere del continente, l’economia sommersa che forse rappresenta un terzo del PIL, e soprattutto il fallimento della sua classe dirigente, politica ed economica, di esprimere una leadership in grado di dotare il paese degli strumenti di riforma necessari per affrontare, se non risolvere, i problemi di una crescita anemica e di un’emorragia di progettualità e vitalità sempre più gravi.

L’Italia è unita da una cultura, una tradizione, una storia, una creatività e spirito imprenditoriale unici al mondo. Ma è divisa dalla mancanza di progettualità a lungo termine, dalla mancanza di coraggio e di ambizione, dal compromesso e dagli egoismi dei gruppi di interesse, dai veti dei corporativismi, dagli aiutini, dalla miopia dei suoi feudatari, dai nepotismi, dallo status quo etico. Il paese è disunito perchè i suoi cittadini non hanno fiducia nella classe dirigente e hanno perso l’entusiasmo in un progetto comune e in un futuro di prosperità e giustizia sociale per il quale vale la pena lavorare.

Tutti sanno che cosa si deve fare per restituire al paese la voglia di crescere e creare: riforme del mercato del lavoro, aumento dell’età pensionabile, apertura degli ordini professionali, riforma dell’università e dell’istruzione, riduzione dei privilegi, riforma del sistema politico per aumentare l’”accountability”. Ma mentre il costo politico ed economico di queste riforme si deve pagare subito, i ritorni sono lenti e si vedrebbero solo nei prossimi anni. La classe dirigente attuale sembra avere un orizzonte temporale di settimane e mesi, e non sembra avere interesse a fare gli investimenti necessari o essere in grado di mobilitare consenso per fare i sacrifici che servono per gettare le basi di una prosperità futura.

Ma senza un progetto comune, gli elementi di divisione e di particolarismo hanno il sopravvento sul senso di unità e impegno verso un futuro comune di opportunità e valori. Una leadership lungimirante e coraggiosa deve prendere le decisioni necessarie per unire il paese nel difficile ma appagante percorso verso una solida e giusta crescita economica, sociale, culturale.

Direttore del settore istituzioni finanziarie del World Economic Forum a New York, ha lavorato in banche internazionali a Ginevra, Londra, Lussemburgo, e alle Nazioni Unite. Ha una laurea in Economia dell'Università Bocconi, un Master in International Management della Wirtschaftsuniversitaet di Vienna e il Global Master of Arts della Fletcher School of Law and Diplomacy di Boston. E’ stato Senior Fellow presso la Harvard Kennedy School.


tag:  italia   150 anni   classe dirigente   unione   cultura  


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#2 da Agostino Ratto, inviato il 30/5/2010
per motivi professionali ho visitato l'Italia in ogni direzione per molti anni, assistendo allo sviluppo commerciale e residenziale di molte aree del territorio.
Liguria, Lombardia, veneto, Friuli, Umbria, Toscana, Puglia, Calabria, Sicilia, ecc.
Visitando le Regioni ho avuto occasione di fare amicizie vere ed importanti, sincere, che mi hanno spesso confidato pregi e difetti del proprio territorio, facendomi capire veramente la realtà dei siti.
detto questo desidero presentarvi uno stato di fatto sulle diversità oggettive che ho potuto verificare tra le varie Regioni.
Non assegno colpe o manchevolezze, ma presento soltanto una fotografia della situazione.
Ma ci rendiamo conto della situazione del Sud? Si salvano poche aree.
Viabilità, urbanistica, ordine pubblico, giustizia, comportamenti: pensiamo un momento a questi punti principali e ci renderemo conto della fragilità del tessuto territoriale.
Allora affermo: itaaliani così vicini e così lontani!
Ragioniamo su questi punti.

#1 da Giulio Portolan, inviato il 19/5/2010
Il contesto riguardante la crescita di una nazione oggi non può prescindere dai valori delle persone e delle comunità che sono responsabili, con le loro scelte e azioni, dello sviluppo morale e economico di un paese. Sono valori ideologici, atei e agnostici, religiosi, questi in potenziale conflitto tra loro e con i primi; sono i valori della scienza e della tecnica, e sono i valori del consumismo (e quindi anche dell’edonismo) e dell’anarchismo. Valori che costruiscono e valori che demoliscono, democratici e plutocratici. Essenzialmente, il complesso intreccio dei valori di una comunità, dettanti azioni coordinate o constrastanti tra loro, se queste ultime prevalgono possono bloccarne lo sviluppo. Sembra che tutto sia messo in mano alla riflessione filosofica, la cui ultima espressione è quel neoparmenidismo, che dà ragione, nel dialogo tra irti e severino su diritto e tecnica, alla violenza, chiamata potenza della tecnica (secondo prospettive alienanti di cui hanno trattato anche Galimberti e Alberoni). Ad essa non può solo opporsi l’idealismo morale e politico, ma deve invece unirsi la comprensione di una concezione più ampia dell’appartenenza sociale. Il punto interrogativo è l’Europa. Il Corriere della Sera titolava mesi fa: “l’Europa sceglie il basso profilo”. E’ stata, secondo me, la scelta migliore, perché è opportuno che ad uno scatto in avanti sotto il profilo economico corrisponda anche uno scatto culturale. Il Governatore della BCE ha detto che oggi Dante e Goethe sarebbero “europei”. Secondo me, invece, Dante non può essere “europeo”. Dante, nella sua concezione universalistica dello stato, va già oltre l’Europa, come anche prospettato da Papa Benedetto XVI. L’Europa non può essere considerata grande per il suo passato, quasi fosse un “museo di giganti” (Hegel, Kant, Locke, Cartesio, Leonardo da Vinci, Galileo Galilei), ma deve prendere consapevolezza di poter essere guida dello sviluppo del mondo solo se si apre a tutto il mondo, a tutte le nazioni che le chiedono di appartenervi. Svolgo due esempi: 1.) si potrebbe attuare la definizione di un “diritto europeo”, e la previsione della sua applicazione, standardizzata, ad ogni nazioni del mondo che desidera uniformare la propria legislazione ad esso; 2.) il primo passo dell’Europa Unita è stata la creazione della moneta unica, l’euro; ora si potrebbero standardizzare, unificare e uniformare le amministrazioni pubbliche delle nazioni europee, di ogni livello amministrativo locale, rendendone uniformi i servizi pubblici (e così anche i costi).



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