L’Italia e gli altri: uno scatto di coraggio per tornare a contare
Una classe dirigente capace di vincere le sfide
di
Mauro Bussani ,
pubblicato il 17 maggio 2010
L’Italia è da duemila anni fra le più grandi potenze economiche mondiali – persino fra il 1700 e il 1950 non è mai retrocessa oltre l’ottava posizione (Angus Maddison). Parametri diversi da quelli strettamente economici – come l’indice che misura lo ‘structural network power’ degli Stati, diffuso dall’Università sud-coreana di Sogang da Hyung Min Kim - segnalano serie storiche dal 1950 in cui il ruolo del nostro paese si conferma costantemente di primissima fila in campo mondiale.
In tutti i periodi di fulgore la penisola è stata terra di immigrazioni, ‘qualificate’ e non, perché centro di un impero, perché fabbrica di elaborazione e propagazione del diritto, perché floridissima economia commerciale e marinara, perché fulcro dell’innovazione scientifica, perché motore di produzione e irradiazione di ogni forma artistica, perché infine potenza industriale e post-industriale.
E allora? Allora occorrerebbe che la filigrana del discorso pubblico fosse all’altezza di questi dati, quelli attuali e quelli storici, ove si radicano spicchi più o meno estesi della nostra identità. Occorrerebbe che quel discorso, quando si parla di noi, o si guarda alle vicende nostre, fosse meno corrivo nei confronti di standard prodotti altrove, o elaborati da noi sotto l’effetto di narcotici anti-realtà, o anti-storici stupefacenti. Occorrerebbe che quel discorso ripensasse e contribuisse a rifondare il linguaggio e il senso comune con cui si parla dei fenomeni che ci riguardano.
Ad esempio: se necessario – e non lo è – lasciamo pure ai giornali stranieri il vezzo di chiamare il nostro mercato finanziario ‘periferico’. Ad esempio: rivendichiamo parametri diversi – come stanno facendo i francesi - per valutare gli indici di efficienza economica del nostro sistema (che ha ampi margini di miglioramento, ma certo non merita il 78° posto al mondo, come invece afferma la Banca Mondiale nel suo rapporto Doing Business 2010).
Rivendichiamo parametri diversi per valutare gli indici della nostra libertà di stampa (72° posto secondo Freedom House 2010); o per valutare i rating del debito sovrano: il nostro è superiore nell’area euro solo a quello della Grecia e del Portogallo e, in forza di ciò paga (paghiamo) interessi più alti di quelli della Turchia o della Slovacchia.
Anche il dibattito nostrano sull’immigrazione meriterebbe uno scatto di coraggio e pulizia argomentativa. Al fine di combattere atteggiamenti ciechi, egoistici o semplicemente auto-dannosi, è giusto ricordare che per quattro - cinque generazioni, nel corso delle ultime ottanta, siamo stati terra di esportazione di migranti. Ma la comprensione dei fenomeni attuali esige un ripensamento del linguaggio, che coraggiosamente e candidamente ponga sotto pressione i luoghi comuni correnti.
Nei periodi migliori della nostra storia, difatti, abbiamo sempre saputo vincere le sfide e cogliere le opportunità di qualunque immigrazione. Se oggi non è così, se oggi non sappiamo fare così, vuol semplicemente dire che abbiamo bisogno di una classe dirigente, ad ogni livello, che quelle sfide sappia vincerle, e quelle opportunità ci ridia.
Docente di diritto comparato all’Università di Trieste, ha insegnato negli USA, in Francia, Cina, Brasile, Perù, Portogallo, Serbia. È direttore scientifico dell’International Association of Legal Sciences dell’Unesco e membro del CdA dello “United World College of the Adriatic” e di “S.I.S.S.A. Medialab”.