Superare lo scambio politico tra fondi pubblici e voti

Alle radici della crisi dell'euro

di Alberto Mingardi , pubblicato il 12 maggio 2010
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La crisi greca è il brusco risveglio dell’Europa. Da una parte, ha costretto a una disamina critica del modo in cui è stato fatto l’euro. Sul punto, persino Carlo Azeglio Ciampi ha espresso qualche non velata perplessità sui “criteri d’entrata” nel club, che sarebbero stati allentati dopo la prima fase. Dall’altra, costringe gli europei a fare i conti con il futuro del loro “modello sociale” - li fa tornare bruscamente nell’ottica di una resa dei conti dalla quale speravano di essere stati graziati dalla crisi subprime americana e dai suoi contraccolpi sul sistema finanziario globale.

Nella drammaticità di quei giorni, il mondo si era appassionatamente convinto di stare pagando i conti di un “eccesso di libero mercato”. Lo Stato emergeva come baluardo della stabilità: e si consolidava l’idea di cercare nella regolazione una risposta all’instabilità (nonostante la crisi non rassicurasse certo sulla capacità dei regolatori di intuire dove covano le instabilità).

A due anni di distanza, siamo a parti rovesciate. Per ora la politica, esattamente come nelle more della crisi si era accanita (chissà poi perché) contro hedge fund e paradisi fiscali, si limita a proclami di circostanza contro gli speculatori. Come ha ben ricordato Marco Pagano in un articolo cristallino per lavoce.info, le invettive dei governi contro gli “speculatori” e i “mercati” sono infantili. La parola “speculatore” nasce dal latino specula (vedetta), e indica chi cerca di “guardare lontano”, e quindi metaforicamente “prevedere il futuro”. Nel momento in cui un qualsiasi risparmiatore decide se sottoscrivere i titoli del debito pubblico, anch’egli cerca di “guardare lontano”, e in questo senso in qualche misura siamo tutti speculatori. E tutti contribuiamo a determinare l’andamento dei mercati, perfino quando decidiamo di non servircene.

La “speculazione” segnala paure e aspettative di chi investe. In generale, le paure sulla Grecia sarebbero facilmente trasferibili sugli altri Paesi “del modello sociale europeo”: un debito pubblico esorbitante, una comprovata incapacità dei governi di ridurre la spesa pubblica, l’abitudine a utilizzare il pubblico impiego come “ammortizzatore sociale”, l’assenza di politiche a favore della crescita, determinano un comprensibile pessimismo per il futuro. Ma la bassa crescita non è un problema solo greco. E non è un problema che possa essere arginato senza interventi drastici. La preoccupazione per la finanza pubblica porterà i governi europei ad una ulteriore stretta, con evidenti contraccolpi su un’economia privata ancora traballante.

Per l’euro, davvero: hic Rhodus hic salta. La moneta unica dovrà dimostrare di saper superare gli scogli di questa sua prima, dirompente crisi. Però sarebbe sbagliato pensare che sia il progetto di “unificazione economica” dell’Europa a mostrare il fiato corto. E’ il modo in cui sono stati gestiti gli Stati sociali europei ad originare quel debito mostruoso con cui ora dobbiamo fare i conti. In passato, rispetto alle spese pazze degli Stati membri l’Europa è stata un utile “calmiere” ed ha costretto (per esempio, noi italiani) a scelte responsabili. C’è una classe dirigente in grado di scegliere assieme responsabilità e sviluppo economico, per esempio innescando un nuovo, grande programma di privatizzazioni (cominciando dal patrimonio immobiliare degli Stati) e riorganizzando la macchina pubblica? Chi ha costruito il “modello sociale europeo” sullo scambio politico “fondi pubblici per voti” saprà cambiare radicalmente il suo modo di gestire il consenso?



tag:  euro   moneta unica   criteri d'ingresso   crisi   modello sociale  


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#3 da Agostino Ratto, inviato il 19/5/2010
Il tema è molto interessante e, a mio parere, offre vari punti di prospettiva nell'analisi.
Io vedo una soluzione al tema prospettato da sintetizzare con una sola parola: serietà.
Quindi comportamenti eticamente seri, però da sanzionare in modo deciso con estrema severità.

#2 da Pieraldo Pecchio, inviato il 13/5/2010
Il problema dell'euro é che non c'é mai stata politica fiscale comune, né politica del lavoro comune, e si é voluto fare una moneta unica in paesi che avevano una storia di politica economica diversa (svalutazioni "competitive" vedi Spagna, Italia e moneta forte vedi Olanda, Germania e un po meno Francia). Adesso per risolvere il problema si vogliono prestare soldi a paesi già indebitati per pagare i loro debiti, quindi indebitarli ancora di piú, obbligandoli ad una cura di risanamento che non potrà farli crescere e quindi dovranno fallire. É la stessa cosa se ad una famiglia che non puó pagare il mutuo della casa perché il capofamiglia é disoccupato si prestano soldi per pagarlo, peró se non trova lavoro come farà a pagarlo? Purtroppo dovrà fallire e perdere la casa.
Diciamo la verità, via dall'euro i paesi che non possono o non vogliono rispettare i parametri prestabiliti e che restino i paesi sani. Sarà brutto per qualche tempo, peró i debiti si annulleranno e lo sviluppo ritornerà. Al piú presto si farà meglio sarà per tutti.

#1 da Giulio Portolan, inviato il 13/5/2010
Sarebbe forse opportuno che la cifra del debito pubblico apparisse durante i TG nazionali, su tutte le reti televisive. Il debito pubblico potrebbe essere frammentato e attribuito a stato-apparato, ragioni, province, comuni, e singolo cittadino, in base a reddito e capacità contributiva. Questa frammentazione del debito pubblico consentirebbe [secondo la logica del controllo di gestione] di farvi fronte attraverso numerosi “centri di debito e di responsabilità”. Si potrebbe parlare di “debito pro capite”, dividendo il debito per il numero dei cittadini tenuto conto delle loro differenti condizioni economiche. Una legge dello stato dovrebbe impedire di accumulare ulteriore debito pubblico.



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