La crisi greca è il brusco risveglio dell’Europa. Da una parte, ha costretto a una disamina critica del modo in cui è stato fatto l’euro. Sul punto, persino Carlo Azeglio Ciampi ha espresso qualche non velata perplessità sui “criteri d’entrata” nel club, che sarebbero stati allentati dopo la prima fase. Dall’altra, costringe gli europei a fare i conti con il futuro del loro “modello sociale” - li fa tornare bruscamente nell’ottica di una resa dei conti dalla quale speravano di essere stati graziati dalla crisi subprime americana e dai suoi contraccolpi sul sistema finanziario globale.
Nella drammaticità di quei giorni, il mondo si era appassionatamente convinto di stare pagando i conti di un “eccesso di libero mercato”. Lo Stato emergeva come baluardo della stabilità: e si consolidava l’idea di cercare nella regolazione una risposta all’instabilità (nonostante la crisi non rassicurasse certo sulla capacità dei regolatori di intuire dove covano le instabilità).
A due anni di distanza, siamo a parti rovesciate. Per ora la politica, esattamente come nelle more della crisi si era accanita (chissà poi perché) contro hedge fund e paradisi fiscali, si limita a proclami di circostanza contro gli speculatori. Come ha ben ricordato Marco Pagano in
un articolo cristallino per
lavoce.info, le invettive dei governi contro gli “speculatori” e i “mercati” sono infantili. La parola “speculatore” nasce dal latino specula (vedetta), e indica chi cerca di “guardare lontano”, e quindi metaforicamente “prevedere il futuro”. Nel momento in cui un qualsiasi risparmiatore decide se sottoscrivere i titoli del debito pubblico, anch’egli cerca di “guardare lontano”, e in questo senso in qualche misura siamo tutti speculatori. E tutti contribuiamo a determinare l’andamento dei mercati, perfino quando decidiamo di non servircene.
La “speculazione” segnala paure e aspettative di chi investe. In generale, le paure sulla Grecia sarebbero facilmente trasferibili sugli altri Paesi “del modello sociale europeo”: un debito pubblico esorbitante, una comprovata incapacità dei governi di ridurre la spesa pubblica, l’abitudine a utilizzare il pubblico impiego come “ammortizzatore sociale”, l’assenza di politiche a favore della crescita, determinano un comprensibile pessimismo per il futuro. Ma la bassa crescita non è un problema solo greco. E non è un problema che possa essere arginato senza interventi drastici. La preoccupazione per la finanza pubblica porterà i governi europei ad una ulteriore stretta, con evidenti contraccolpi su un’economia privata ancora traballante.
Per l’euro, davvero: hic Rhodus hic salta. La moneta unica dovrà dimostrare di saper superare gli scogli di questa sua prima, dirompente crisi. Però sarebbe sbagliato pensare che sia il progetto di “unificazione economica” dell’Europa a mostrare il fiato corto. E’ il modo in cui sono stati gestiti gli Stati sociali europei ad originare quel debito mostruoso con cui ora dobbiamo fare i conti. In passato, rispetto alle spese pazze degli Stati membri l’Europa è stata un utile “calmiere” ed ha costretto (per esempio, noi italiani) a scelte responsabili. C’è una classe dirigente in grado di scegliere assieme responsabilità e sviluppo economico, per esempio innescando un nuovo, grande programma di privatizzazioni (cominciando dal patrimonio immobiliare degli Stati) e riorganizzando la macchina pubblica? Chi ha costruito il “modello sociale europeo” sullo scambio politico “fondi pubblici per voti” saprà cambiare radicalmente il suo modo di gestire il consenso?