Riscoprirsi europei fuori dall'Europa
La Gran Bretagna all'indomani del voto
di
Marco Simoni ,
pubblicato il 10 maggio 2010
Non so se gli inglesi si rendono conto del paradosso che stanno vivendo in queste ore. Da un lato, con una mossa tratta dal loro arsenale euroscettico e isolazionista, si sono tirati fuori dalle responsabilità europee, da quella che in fondo è la prima vera risposta comune dell’Unione. Come ha detto efficacemente, anche se forse esagerando un po’, il Telegraph ieri “sono stati abbattuti i muri della sovranità fiscale ed economica.” In pratica, i grandi paesi dell’Europa settentrionale, ricchi e solventi, hanno detto ai mercati che non permetteranno mai un default dei paesi meno responsabili. Per ora pagheranno il debito della Grecia, in futuro, forse, quello del Portogallo, o di chi fosse in difficoltà. Dato che non si tratta di generosità, ma della solidarietà forzata preconizzata dai padri dell’Unione, si possono immaginare passi successivi nei quali i paesi meno responsabili dovranno affidare quote crescenti di controllo della loro politica economica ai paesi che non solo sono più responsabili, ma che soprattutto pagano loro i debiti.
Il niet di Londra alla partecipazione a questa spettacolare manovra di politica economica è, tuttavia, anche comprensibile col fatto che convenire a un atto così europeista difficilmente poteva essere deciso da un cancelliere appartenente al partito che più degli altri ha perso le elezioni, il laburista Darling, mentre le discussioni sulla formazione di un eventuale nuovo governo sono in pieno svolgimento. Dall'altro lato – proprio mentre si chiama fuori dall’Unione – mai come in queste ore la politica inglese assomiglia alla politica continentale. Alle elezioni di giovedì scorso tutti i maggiori partiti sembrano aver perso, e ognuno, a suo modo, sta rivendicando una qualche vittoria.
I conservatori, cantano vittoria per aver raggiunto il maggior numero di voti e seggi: comunque non sufficienti a governare e ben inferiori alle loro aspettative, coltivate per anni. I Lib Dem per la prima volta nella storia recente vedono concretizzarsi la possibilità di entrare al governo, e sono corteggiati da entrambi i partiti più grandi, ma non hanno compiuto l’exploit previsto, perdendo addirittura seggi dalle ultime elezioni. Il Labour ha sostanzialmente tenuto le sue roccaforti e anche molti dei seggi marginali, non è stato travolto ma ha certamente perso le elezioni.
In questo contesto, si assiste ad uno spettacolo inedito. Giorni di negoziati tra Conservatori e Lib Dem ancora non hanno prodotto neanche una dichiarazione stampa comune. Le notizie più interessanti, e plausibili, vengono da fonti anonime interne ai partiti. Appunti segreti vengono fatti filtrare alla stampa per cambiare surrettiziamente l’andamento dei negoziati.
In realtà, la partita è relativamente semplice da capire per chi, come noi in Italia, è avvezzo da oltre cinquant’anni a queste schermaglie.
I Lib Dem sono quasi l’ago della bilancia. Quasi, perché con loro i Conservatori avrebbero la maggioranza assoluta, mentre in alleanza con il Labour mancherebbe ancora qualche seggio e andrebbero coinvolti partitini come i Verdi, per la prima volta in parlamento. I negoziati tra Conservatori e Lib Dem sono tuttavia viziati non solo dal fatto che le due piattaforme sono molto distanti, ma soprattutto dal fatto che la cosa che interessa maggiormente i Lib Dem è quanto i Conservatori non possono concedere perché per loro suicida: una riforma elettorale proporzionalistica.
Da un punto di vista politico i Lib Dem sono molto più vicini al Labour, ma non possono neanche discutere con loro finché il leader rimane Brown: sconfitto e oggetto di critiche feroci in campagna elettorale. Con un altro leader, il Labour potrebbe anche concedere una riforma elettorale. Tutttavia, cambiare leader in questo momento è quasi impossibile a meno che Brown non si ritiri spontaneamente, il che sembra improbabile. Allo stesso tempo, fonti interne al Labour suggeriscono che forse non è una cattiva idea lasciare campo libero a Conservatori e Lib Dem che, vittime delle loro stesse contraddizioni, potrebbero vedere sprofondare rapidamente i loro consensi anche a causa della difficile congiuntura economica.
Insomma, un tanto peggio tanto meglio di breve termine per aver tempo di rinnovare la leadership del partito, e scommettere su un nuovo lungo ciclo.
E’ davvero uno spettacolo inusuale, soprattutto perché stavolta a trasmetterlo non è la Rai, ma è proprio la BBC.
Insegna economia politica alla London School of Economics, dove è coordinatore del Master in Public Administration in European Public and Economic Policy.