I mille di ieri, i mille di oggi

Perché ricordare oggi l'Unità d'Italia non è retorica

di Miguel Gotor , pubblicato il 5 maggio 2010
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Oggi il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano parlerà nei pressi dello scoglio di Quarto da cui, la sera del 5 maggio 1860, partì la spedizione dei «Mille» guidata da Giuseppe Garibaldi. Con il suo intervento il presidente della Repubblica avvierà ufficialmente le celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, a partire da uno dei luoghi storici più significativi, carichi di un alto valore patriottico.

Ma da dove provenivano le cosiddette «Camicie rosse»? Oltre 500 di loro erano nate tra la Lombardia (435) e il Veneto (151), in particolare nelle province di Bergamo e di Brescia, nelle piccole contrade e nelle città che sarebbero diventate il profondo nord dell’Italia unita.

In queste ore sarebbe utile ricordarlo a Umberto Bossi che non ha perso l’occasione per attaccare l’unità d'Italia con parole che non si vorrebbero sentire pronunciare da un ministro della Repubblica che ha giurato fedeltà a questa Costituzione: l’unità d’Italia sarebbe una ricorrenza inutile così come retoriche le celebrazioni che si stanno organizzando alle quali sarebbe disposto a partecipare - bontà sua - solo se chiamato dal Presidente della Repubblica e perché Napolitano gli è simpatico.

Non ci stancheremo di ripeterlo mai: l’unità nazionale e il valore della patria sono valori irrinunciabili e non negoziabili e commette un grave errore di valutazione chi pensa che tale declamazione sia un esercizio di vuota retorica; l’unità ha consentito all’Italia di liberarsi da un plurisecolare giogo straniero, di modernizzarsi, di entrare nel novero delle nazioni avanzate, di scoprire la democrazia. E ancora oggi, per contare in Europa e nel mondo la nostra unità è un valore imprescindibile.

Tuttavia, i giudizi di Bossi e quelli del ministro Roberto Calderoli di qualche giorno fa non stupiscono più di tanto. Nelle attuali difficoltà, in un momento in cui il distacco tra governanti e governati si fa sempre più acuto e la politica sembra essere sempre più incapace di aggredire i veri problemi e provare a risolverli, riemergono antichi giudizi sommari e volgari pregiudizi sulla formazione dello Stato unitario, e bilanci superficiali e faziosi che tendono a svalutare il lungo e faticoso percorso iniziato dopo il 1861. È un dato di fatto che il nostro paese arriva all’appuntamento stanco e sfiduciato, avviluppato in un mediocre e litigioso presente e, quel che è peggio, all’apparenza incapace di progettare il proprio futuro. In effetti, la crisi italiana di oggi, non è solo crisi economica, ma è tanto più grave perché è crisi nazionale. L’Italia negli ultimi vent’anni non è riuscita a reggere la sfida che la storia gli parava davanti, ossia l’ingresso dentro un’economia globalizzata, da affrontare in un quadro europeo e con una moneta unica.

Davanti a questa accelerazione nodi antichi sono venuti fatalmente al pettine: quelli di una statualità debole, di un’amministrazione inefficiente, di un particolarismo sfrenato, di una fiscalità troppo evasa e pressante rispetto alla qualità dei servizi che rende, ed è venuto meno il compromesso tra nord e sud. È come se la classe dirigente si fosse avvinghiata all’alibi della «lunga transizione», un modo che ha favorito l’affacciarsi di una scissione silenziosa che non riconosce più l’Italia come pensiero e come azione. E così per la prima volta si avverte la mancanza di un’idea, di un progetto, di un’intenzione al vincolo unitario presso forze politiche rappresentative di un sentimento diffuso anche a livello popolare.

Inoltre, la questione dello Stato e dell’unità nazionale si è riproposta in forme originali in quanto si è modificato il posizionamento dell’Italia nella nuova divisione internazionale del lavoro. Il vecchio patto di sviluppo tra nord e sud è saltato con la globalizzazione e il superamento delle frontiere economiche dello Stato nazione e la conseguenza è un meridione sempre più abbandonato a se stesso, un sud che era tollerato fin quando offriva manodopera a basso costo per garantire lo sviluppo industriale del nord.

Il rischio è grave e cresce ogni giorno di più: il sud non è più considerato una realtà economica in ritardo e da recuperare, ma sta diventando un altro paese, con una diversa qualità della cittadinanza e del futuro. Ripeto: si tratta di una secessione morbida e indolore, che conserva l’Inno di Mameli, lo Stato nazionale, il tricolore, ma dentro un guscio vuoto facendo emergere gli egoismi sociali, i corporativismi, le mafie, che sono ormai una rete nazionale che unisce Palermo a Milano e internazionale. L’errore più grave è pensare che sia finita l’interdipendenza nazionale: se metà del paese e dei suoi abitanti se ne vanno, anche il settentrione conterebbe molto di meno sul palcoscenico europeo e il sogno di una «piccola Baviera» verrebbe stritolato dai mercati globali.

Bisogna reagire. Serve un’idea comune di Italia ed è necessario riscoprire il gusto di fare sistema fra noi a partire dal fatto che il nostro paese continua ad essere, al nord come al sud, uno straordinario serbatoio di talenti imprenditoriali, di inventiva e di originalità che devono essere messi nelle condizioni di rendere al meglio. Con buona pace di Bossi e di Calderoli e dei vecchi e nuovi leghismi, quelli del nord e quelli che già si affacciano prepotenti al sud, l’altra faccia di una medesima crisi di fiducia e di prospettive.

Docente di storia moderna all’Università di Torino e collaboratore de La Repubblica. Il suo volume “Aldo Moro, Lettere dalla prigionia” del 2008 ha vinto il premio Viareggio-Repaci per la saggistica.


tag:  unità d'italia   garibaldi   napolitano   bossi   costituzione  


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#5 da Agostino Ratto, inviato il 2/6/2010
I mille di Garibaldi, come notano gli storici, provenivano in prevalenza da classi professionali di alto livello, industriali e commercianti, persone di cultura medio alta.
Erano figli di quel fermento che scaturiva dal Risorgimento ed i suoi ideali nobili, tipici delle Regioni italiane del Nord.
Questa è storia consolidata da documenti e fatti certi.
Per quanto riguarda i mille di oggi vanno ricercati nelle persone intelligenti di buona volontà che hanno compreso come l'Italia non può essere tagliata a pezzi, bensì aiutata a superare le difficoltà di comportamento e di finanza, con pugno deciso e profonda serietà.
Quindi dobbiamo ricercare e scegliere i "novelli mille" tra le persone oneste ed intelligenti che siano in grado di emarginare i politici "trafficoni" poco preparati o disonesti.
Uno stop anche a "veline e velini" della politica, vera rovina del nostro Paese.

#4 da Andrea Barbieri, inviato il 9/5/2010
Mettere a fuoco gli ideali comuni che contano e non scordare mai le glorie del proprio passato, questo è in sintesi il cardine di un popolo che si sente tale.

In un tempo in cui tutto sembra essere mercificato, anche gli ideali vengono però pesati in base alla convenienza. Conviene essere Italiani, da Nord a Sud? Questa è la domanda che la Lega pone ai suoi elettori.

L’unità nazionale allora ricade in questa logica perversa: se ho un problema troppo difficile da risolvere, meglio buttare via tutto e ricominciare. Poco importa alla Lega se ad essere buttato via è un periodo glorioso della nostra storia ed una parte del nostro Paese.

Troppo semplice perché funzioni, non si riesce a mozzare il capo a una problematica così ramificata e profonda come quella Italiana con un colpo solo ben assestato. La verità è che spesso conviene cavalcare l’onda del malcontento mentre i problemi reali restano irrisolti.

Da Nord a Sud occorre invece trovare qualcosa che ci accumuni nuovamente, che ci faccia sentire fieri di essere Italiani. L’unità nazionale deve essere oggi più che mai vissuta come un’occasione, una risorsa da cui attingere.

Domandiamoci allora cosa può farci sentire nuovamente un popolo unito. Forse per prima cosa occorre tornare a credere nelle istituzioni e in chi ci governa. In secondo luogo ci serve provare, come Italiani, la fierezza di aver raggiunto dei risultati concreti e inaspettati.

Certo i problemi sul tavolo non sono pochi mentre il meccanismo che regola il nostro Paese sembra essersi inceppato. L’orologio di palazzo Montecitorio segna sempre la stessa ora, l’ora di cambiare!

#3 da Daniele Conti, inviato il 8/5/2010
Pochi giorni fa ho assistito ad una lectio tenuta dal professor Romano Prodi al Politecnico di Torino, dove sono studente al primo anno di ingegneria fisica. Il tema della conferenza è stata la difficile situazione in cui versa ora l'Unione Europea, tra crisi economica (culminata con il caso Grecia) e crisi d'identità (eclatante il fallimento del summit di Copenaghen sull'energia rinnovabile, dove la voce europea è passata quasi completamente inosservata). Dopo che il presidente Prodi ha terminato la sua relazione, una domanda di uno studente ha colpito la platea, scatenando un applauso: "come si può pensare ad un'Europa unita, quando in uno stato come l'Italia è già difficile parlare di stato unitario, quando le celebrazioni del 150esimo scatenano più polemiche che altro?" La risposta è stata un'ulteriore chiamata alla responsabilità per la società intera, ma ciò su cui vorrei soffermare la mia concentrazione, non è tanto la risposta, quanto la sorgente della domanda. Questa è nata da un ragazzo, da uno studente universitario ai primi anni che sta spendendo tempo e denaro per essere all'altezza della società in cui si trova, una società che, dal tono con cui ha parlato, sembra pronto a difendere e a migliorare. Il fatto è che il tema dell'unità d'Italia non è spento nelle nuove generazioni, e io che ne faccio parte me ne convinco sempre più parlando con i miei coetanei e i tanti studenti che incontro in una città dinamica come Torino. Solo che i pensieri dei giovani non trovano spazio, non hanno possibilità di permeare la società, non hanno la risonanza che ha una frase di un politico qualsiasi. Io non critico i miei colleghi studenti che sperano solo di poter andare a lavorare definitivamente all'estero. Voler lavorare nel campo che piace e intanto lottare per avere una società fatta anche per noi non è impresa da poco; inoltre continuando a muoverci in questa Italia, la fiducia in un cambiamento possibile diminuisce sempre di più, giorno dopo giorno, notizia dopo notizia. Durante la conferenza al Politecnico mi chiedevo su quali valori si stesse costruendo l'Europa e su quali fosse costruita l'Italia. Non nego che spesso penso che questi siano diventati solo il profitto e l'individualismo e che,tramite i media, diventeranno anche quelli dei giovanissimi. Riflettendo però, mi rendo conto che ci sono ancora i Valori veri tra la gente, tra i ragazzi e gli studenti italiani. Se riusciremo a prenderci i nostri spazi e a far sentire realmente la nostra voce e i nostri sentimenti e se magari anche la Nostra società ci darà un'opportunità, allora un cambiamento sarà possibile.

#2 da Agostino Ratto, inviato il 8/5/2010
Mi spiace dover affermare come ad alcuni politici italiani come ad una parte di cittadini manchi cultura storica. Questo accade per aver fatto studi superficiali o addirittura per non averne fatti.
Il Risorgimento italiano è una pagina di storia di grande profondità che non può essere affrontata in modo frettoloso leggendo qualche pagina scarsa che pone in luce solo il mito di qualche personaggio.
Città del nord come Bergamo, Brescia, Vicenza, Torino, Genova ed altre hanno fornito il nucleo per la spedizione di Garibaldi.
Per giunta Si trattava di pensatori, intellettuali, insegnanti ed imprenditori che avevano compreso l'importanza e la necessità di quell'azione ardimentosa e densa di rischi.
Tutto questo non può essere dimenticato con leggerezza, come non ci si può scordare dei morti in battaglia, degli ideali mazziniani che la maggior parte degli italiani non conosce compiutamente. Il grande ideologo genovese aveva posto al centro della società questi tre soggetti: Dio, Famiglia, Popolo. Vi pare poco? Dobbiamo tutti meditare prima di esprimere pareri sull'argomento.
saluti

#1 da Giulio Portolan, inviato il 5/5/2010
La crisi dell’Italia è un aspetto della crisi dello stato nel tempo della globalizzazione e del localismo. Tuttavia si sottolinea qui la specificità della crisi dello stato in Italia, e il fatto che questa formula, “crisi dello stato”, non può essere generalizzata. Anche se in crisi economica, una nazione come gli USA non cesserebbe mai di essere stato nazionale, federale ma unitario nel suo Presidente, né stati come la Cina e l’India possono essere definiti in crisi: proprio nella loro unità nazionale traggono forza dalla spinta della globalizzazione. Dal punto di vista economico, inoltre, la delocalizzazione industriale viene contrastata proprio dagli effetti equilibranti e standardizzanti della globalizzazione, che fa raggiungere a ogni comunità nazionale nel mondo eguali standard di benessere e democraticità. Né sono pensabili “crisi statali” di “identità nazionale” in Francia, Germania e Inghilterra, e anche Spagna. Perciò, la formula del giurista Sabino Cassese appare non generalizzabile, ma forse adatta proprio per la realtà italiana. Anche io avverto questa tensione, questa secessione silenziosa. L’avverto dentro di me, e penso che, per contrastarla, la si debba assecondare, con un federalismo politico su base regionale, permanendo Roma come centro di uno stato federale. In questo modo, le spinte secessionistiche nordiste verrebbero assorbite dalla divisione del Nord nelle sue regioni, anche riconoscendosi una diversità di identità tra Nord-Ovest e Nord-Est, due macro-regioni unite oggi proprio dalla loro solidarietà verso l’unità di Italia, nelle loro popolazione più coscienziose. L’Italia è la sede in cui trovano sfogo le spinte centrifughe di divisione che separano il mondo: tra nord e sud, tra est e ovest, tra ricchi e poveri, tra occupati e disoccupati, tra globale e locale. Né poteva essere diversamente, forse, essendo quasi un destino: in Italia il mondo è stato unito, e in Italia, oggi, con la sua divisione interna, il mondo si trova diviso.



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