L'estremismo ideologico della Lega
E' tempo di archiviare la benevolenza verso la strategia leghista
di
Carlo Calenda e Andrea Romano ,
pubblicato il 3 maggio 2010
Domenica abbiamo ascoltato un ministro della Repubblica Italiana spiegare al paese che “celebrare l’unità d’Italia ha poco senso”. Quelle di Roberto Calderoli sono solo le ultime manifestazioni di una strategia che la gran parte della politica e del giornalismo italiano continua a leggere sotto la lente completamente inadeguata della “provocazione pittoresca”.
Rumorosi quanto si vuole, si dice dei leghisti, ma in fondo si tratta di bravi amministratori che prima o poi impareranno le buone maniere. Dopo le ultime elezioni regionali è forse il caso di rivedere la chiave di questa benevolenza. Perché un partito che ormai governa due importanti regioni italiane e, nonostante questo, non sembra avere alcuna intenzione di abbandonare la sua campagna contro le istituzioni comuni e la nazione, merita di essere trattato per quello che è: un’organizzazione ideologica che mira al governo del Nord Italia contro il resto del paese e dunque alla rottura volontaria dell’unità nazionale.
Un partito molto lontano dall’incarnare la versione padana della Democrazia Cristiana bavarese, secondo il fantasioso paragone che è stato usato qualche giorno fa da qualche ammiratore, e che per la sua contiguità con il razzismo aggravato dal secessionismo rappresenta piuttosto una versione nostrana del Fronte Nazionale lepenista.
È solo l’inaudita debolezza storica della nostra politica, nelle sue classi dirigenti e nella sua capacità di prospettiva, che ha consegnato ad un partito votato da 2.750.000 cittadini (molti dei quali chiedono solo di non vedere i propri soldi inghiottiti da una spesa pubblica sempre più improduttiva) il timone dell’agenda politica e di governo dell’intero paese.
Gli altri venti milioni e passa di italiani che non hanno votato Lega si trovano di fatto ostaggio di un’organizzazione straordinariamente coesa e lucida nelle sue intenzioni che non trova alcun argine né a destra né a sinistra dello schieramento politico.
In un paese normale, quale l’Italia continua a non essere, le ambizioni della Lega sarebbero state sepolte dal senso di responsabilità di alleati e avversari e le legittime istanze dei suoi elettori avrebbero trovato risposta nell’azione di governo delle altre forze politiche.
Non è successo ieri e temiamo che non succederà neanche domani, persino alla vigilia della storica ricorrenza del 150° anniversario dell’unità nazionale.
Perché il totale fallimento della seconda repubblica, di cui gli italiani hanno ormai coscienza condivisa, ha come effetto il rafforzamento del progetto di snaturamento dell’assetto istituzionale dello Stato da parte della Lega che pure di questo fallimento è corresponsabile.
Un effetto paradossale, che si somma ad un altro vizio italiano di cui abbiamo avuto larga prova nella nostra storia novecentesca: l’illusione di tanti di poter flirtare con l’estremismo pensando prima di utilizzarlo a proprio vantaggio e poi di neutralizzarlo.