Non si vince giocando in difesa

Presentazione del IV Rapporto Luiss "Generare classe dirigente"

di Luca di Montezemolo , pubblicato il 28 aprile 2010
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Questo è l’ultimo rapporto sulla classe dirigente che presenterò come Presidente della Luiss e desidero ringraziare tutto lo staff ed il corpo docente dell’Ateneo, a partire dal Rettore e dal Direttore Generale, per lo straordinario lavoro che hanno portato avanti in questi anni.

Gli obiettivi di rafforzamento della ricerca e il forte miglioramento della didattica sono stati raggiunti con il reclutamento di professori di ruolo di alto livello e ricercatori di fama internazionale, nonché di giovani docenti di qualità in grado di assicurare una solida prospettiva di crescita per il futuro. È stata avviata la Luiss School of Government, è stata rilanciata la Business School e sono state sviluppate le attività volte alla internazionalizzazione dell’Ateneo.

Gli sforzi compiuti si riflettono anche sul forte incremento delle domande di partecipazione alla prova di ammissione ai corsi di laurea Triennale e a Ciclo Unico che sono aumentate del 60% rispetto all’anno 2005. Ciò ha permesso di innalzare notevolmente il livello di selezione e reclutare così i migliori talenti su tutto il territorio nazionale.

Nonostante i significativi investimenti, i bilanci dell’Ateneo hanno registrato sempre un risultato positivo che complessivamente nei 5 anni ha raggiunto i 10 milioni di euro, a cui è associato un sano equilibrio patrimoniale e finanziario.

Ma soprattutto, il risultato di cui sono più orgoglioso è l’aver contribuito a rafforzare la vocazione della Luiss come luogo di formazione di classe dirigente. Una classe dirigente sempre più internazionalizzata, sempre più mossa dal merito e dalle capacità, sempre più capace di competere in Italia e all’estero.

Proprio sul tema delle classi dirigenti il rapporto discusso oggi ed il ricco dibattito a cui abbiamo appena assistito hanno fatto emergere, a mio avviso, due elementi fondamentali. Il primo è che la crisi ha accelerato, in tutta Europa, un processo di messa in discussione delle classi dirigenti private e pubbliche; il secondo, che la spinta al cambiamento appare avere esiti ancora incerti. Si rafforza un po’ ovunque la tendenza a guardare il futuro con dubbi e paura. Da ciò deriva la tentazione di chiudersi all’interno dei confini di un’identità intesa in senso sempre più angusto. Questa tendenza culturale offre una scappatoia alle classi dirigenti meno capaci o meno disposte a confrontarsi con le sfide del cambiamento e del futuro.

L’effetto finale è il rischio dell’affermazione di “leadership del declino”: leadership capaci di gestire la paura ma incapaci di mobilitare la speranza.

Nei momenti di crisi l’impulso a proteggersi, a trincerarsi dietro le sicurezze offerte dal proprio particulare è del tutto naturale. E’ un po’ come un pugile che dopo aver ricevuto un gancio ripara nel suo angolo. Ma a un certo punto è necessario tornare al centro del ring perché nessun match si può vincere giocandolo solo in difesa.

Il problema è che l’Italia è chiusa nell’angolo da molto tempo prima che iniziasse la crisi. Tenendo la guardia alta riesce, grazie soprattutto all’impegno individuale degli italiani, a respingere la maggior parte dei colpi, ma non trova la forza di passare all’attacco.

Come possiamo uscire da questa empasse? Su quali leve dobbiamo agire? Cercare di dare un contributo alla risposta a queste domande è un dovere per ogni rappresentante della classe dirigente che abbia a cuore il futuro del proprio paese. E non essendo un accademico proverò a farlo qui attingendo alle mie esperienze professionali.

Come sapete la scorsa settimana, ritenendo di aver concluso il mio mandato come Presidente della FIAT, ho passato il testimone a John Elkann.

Voglio condividere con voi alcune riflessioni su questi sei anni difficili e straordinari.

Nel 2004 la FIAT era un’azienda sull’orlo del baratro, un’azienda profondamente malata su cui nessuno avrebbe scommesso. La malattia della FIAT si chiamava autoreferenzialità.

Negli ultimi anni l’azienda, dopo un lungo periodo di straordinari successi, aveva ritenuto che le sue priorità fossero quelle di presidiare i cosi detti salotti buoni e di chiudere il mercato alla concorrenza, piuttosto che produrre e vendere vetture di successo. Questa attitudine aveva fatto smarrire al Gruppo il senso della propria missione.

Non che difettasse di centri di eccellenza, anzi: ma senza un collante capace di metterli insieme e di finalizzarne l’azione verso un obiettivo comune nessun progresso sembrava possibile ed il declino appariva inevitabile. Anche nel caso della FIAT tutti i fattori, interni ed esterni, erano avversi.

Il mercato dell’auto esposto a una concorrenza senza paragoni che assottigliava i margini di profitto; un ciclo del prodotto lunghissimo per cui il cambiamento dei modelli era molto distante nel tempo; un’organizzazione aziendale piena di sovrastrutture e di costi; un presidio dei mercati e dei clienti che, salvo poche eccezioni, era a dir poco insoddisfacente; un debito abnorme che incideva pesantemente sulla possibilità di fare investimenti e la proprietà segnata dalla perdita quasi contemporanea dei due punti di riferimento che l’avevano guidata negli ultimi 50 anni.
Per tornare alla nostra metafora pugilistica, la FIAT si trovava nell’angolo, con la guardia abbassata e le gambe molli in attesa del ko.

La FIAT in questi anni ha mutato volto: competitiva, consapevole della propria forza, all’avanguardia nelle tecnologie e nelle professionalità. Un Gruppo internazionale che guarda all’Italia come la base per la conquista di nuovi mercati e non come un rifugio dentro cui nascondersi.

Ma soprattutto la FIAT è un’azienda che ha compreso il rischio mortale insito nel sentirsi appagata e nell’illudersi che il prestigio e i successi del passato possano costituire una
garanzia il futuro.

Gli elementi che hanno reso possibile questo cambiamento sono tanti, quelli fondamentali tre.

Primo ritrovare il senso della propria missione concentrando tutte le energie sul core business (prodotti, clienti, mercati) e tagliando tutte le attività che non rispondevano a questo obiettivo. Nei momenti difficili occorre operare scelte dolorose, bisogna far leva sui punti di forza e tralasciare tutto ciò che distrae risorse, attenzione, tempo. Per fare ciò occorre allineare gli interessi di tutti gli stakeholders. Questo è il compito fondamentale della classe dirigente in un momento di crisi. Se non si riesce a convincere che si sta operando in vista di un obiettivo superiore ai pur legittimi interessi di ciascuno allora si rimarrà preda di un perenne conflitto tra rivendicazioni soggettive, capace di paralizzare qualsiasi organizzazione. Per riuscirci occorre avere pochi chiari obiettivi, un piano convincente per raggiungerli, un metodo trasparente per rendere conto dei successi e degli insuccessi.

Secondo occorre abbandonare ogni velleità di chiusura ed ogni alibi “esterno”. Le sfide del mercato vanno accettate con coraggio e determinazione. Il campo da gioco è un dato oggettivo, continuare a ripetere che non è quello che desidereremmo non porta da nessuna parte. Il compito di una leadership è mutare le minacce in opportunità, non trovare scuse per giustificare risultati deludenti. Possiamo continuare a lamentarci per il fatto che i prodotti cinesi ci fanno concorrenza, spesso anche scorretta, ma non per questo la Cina smetterà di crescere su tutti i mercati. Dobbiamo pretendere il rispetto delle regole, è giusto e doveroso, ma se non spingiamo le nostre aziende ad approfittare delle opportunità offerte da quello che si avvia ad essere il più grande mercato di consumo del mondo, non andremo da nessuna parte. E comunque nessun evento, minaccia, congiuntura può rappresentare una scusa per rimanere fermi.

Tra l’altro la velocità di reazione è uno dei punti di forza del nostro sistema produttivo. All’inizio del mio mandato come Presidente di Confindustria sembrava che l’Italia fosse destinata a perdere per sempre la sua vocazione all’export a causa dell’ingresso di nuovi concorrenti. La Cina era lo spauracchio che veniva agitato per chiedere chiusure, barriere, protezioni. Tra il 2004 ed il 2008 ho assistito ad una straordinaria rimonta delle nostre imprese. In tutti i mercati che si aprivano, anche quelli più lontani, migliaia di aziende, per lo più piccole e medie, con straordinario coraggio hanno affrontato la sfida dell’internazionalizzazione. In Brasile, India, Cina, Sudafrica, Kazakisthan, Emirati, Balcani e tantissimi altri paesi realizzammo “missioni di sistema” che mettevano insieme imprese (grandi, medie e piccole), Governo, Banche, Università, Centri di Ricerca. Quando l’Italia si presenta in maniera compatta come un unico grande sistema paese non ce n’è per nessuno, sarebbe bene tenerlo a mente.

E questo mi porta al terzo punto. In FIAT è stata costruita una squadra unita in cui ognuno ha svolto il suo ruolo senza perdere tempo in personalismi, conflitti e divisioni. Fare squadra è un leit motiv che in passato mi ha procurato qualche ironia, eppure continuo a ritenerlo l’ingrediente fondamentale per qualsiasi organizzazione di successo. Fare squadra vuol dire dare ad ogni persona una funzione precisa rispettandone il ruolo e mettendolo a servizio di un obiettivo superiore.

In qualunque azienda, anche alla Ferrari, laddove il talento individuale del pilota è un elemento fondamentale per il successo della squadra, se si perde di vista questo principio si può vincere qualche gara ma si perde il campionato.
La scorsa settimana la FIAT ha iniziato una nuova sfida che si realizzerà nei prossimi quattro anni. Ho ritenuto giusto lasciare il passo ad un giovane che come rappresentante degli azionisti potrà seguirla dall’inizio alla fine ed è pienamente all’altezza del suo ruolo.

Voglio essere chiaro. Non penso che la squadra che ha guidato la FIAT in questi sei anni meriti particolari onorificenze. Credo infatti che abbiamo fatto esclusivamente il nostro dovere verso gli azionisti ed i dipendenti. Così come ritengo che di questo dovere faccia parte integrante il rendere concretamente possibile l’avvicendamento delle classi dirigenti.

Voglio concludere il mio intervento rivolgendomi ai tanti giovani presenti in questa sala.

La mia generazione è responsabile nei vostri confronti per non aver saputo costruire un paese fondato sul merito e perciò capace di incoraggiare le vostre legittime aspirazioni. E’ una responsabilità che personalmente sento moltissimo, ma che non può e non deve costituire un alibi per nessuno, neppure per voi.

Io credo che non ci sia una ragione al mondo per cui l’Italia debba continuare a versare in questo stato, non c’è alcuna maledizione che grava su di noi, non esiste alcun fattore esterno che ci condanni all’immobilità.

L’Italia ha bisogno di riprendere il filo della sua vicenda nazionale, di riscoprire il senso delle molte vocazioni della sua identità e di riacquistare in questo modo fiducia in sé stessa.

Le cose che occorre fare sono chiare a tutti, con buona pace di chi prospera sulle divisioni, non sono né di destra, né di centro, né di sinistra, ma solo di buon senso. Due esempi tra i tanti. Affrontare congiuntamente la lotta all’evasione fiscale e la riduzione delle tasse: è di destra o di sinistra? Ridurre i costi stratosferici della politica, in un momento in cui famiglie e imprese stanno tirando la cinghia, è di destra o di sinistra?

Le tante anomalie italiane sono sempre più insopportabili per la maggioranza dei cittadini del Nord e del Sud, per gli elettori di destra e di sinistra, per i giovani e per gli anziani, per gli imprenditori e per i lavoratori, per tutti coloro che combattono, anno dopo anno con più fatica, con la vita reale. Un paese straordinariamente ricco di talento, cultura, tradizione, coraggio, vitalità sembra avvolto da una coltre che impedisce di tornare anche solo ad immaginare un futuro diverso.

Dobbiamo chiudere questa transizione. E dobbiamo chiuderla adesso. Non c’è più tempo. Questa legislatura ha davanti tre anni e tantissime cose da fare. Nessuna nazione può crescere andando a votare una volta l’anno. E’ come se un’azienda mettesse in discussione continuamente i propri amministratori senza permettergli di misurarsi su un piano industriale.

Ed anche per questa ragione non ho alcun rimpianto verso la prima repubblica: i suoi riti, le sue alchimie e soprattutto le sue barocche geometrie politiche che non possono rappresentare, ne oggi ne domani, una risposta ai bisogni del paese.

Trovo pienamente condivisibili le parole pronunciate dal Presidente Napolitano in occasione del 25 aprile. Adesso occorre che tutte le forze politiche di governo e di opposizione dimostrino, con i fatti, di aver capito che in ballo non c’è solo l’interesse ed il futuro dei cittadini, ma anche il giudizio che inevitabilmente la storia darà di tutta la classe dirigente politica di questa stagione. Perché sono ormai quindici anni che sentiamo parlare ad intermittenza di dialogo e riforme, salvo poi essere costretti ad assistere a campagne elettorali sempre più violente e deludenti.

Lo ripeto nessuna maledizione condanna l’Italia. Possiamo liberarci dalle divisioni e dagli egoismi e ritrovare il gusto della sfida, dimostrando che l’accusa di apatia che viene spesso rivolta agli italiani in generale ed ai giovani in particolare è priva di fondamento.

I problemi stimolano sempre passi avanti negli individui e nelle società. Le crisi offrono l’opportunità di affrontare i nodi strutturali con la necessaria determinazione e rapidità. Creare le condizioni per il cambiamento virtuoso è la vera sfida del nostro tempo.

Un grande poeta, William Butler Yeats, ha scritto che “nei sogni comincia la responsabilità”. È dai nostri sogni che può cominciare una nuova realtà di cui i giovani in primo luogo devono essere protagonisti, creativi, determinati e coraggiosi. Se abbiamo l’immaginazione, la forza e la capacità di sognare il futuro che vogliamo, allora abbiamo anche la responsabilità di realizzare quel sogno.

Presidente di Italia Futura


tag:  classe dirigente   crisi   sfide   destra   sinistra  


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#9 da Agostino Ratto, inviato il 12/5/2010
Ritorno sull'argomento sollevato con competenza dal Presidente della Ferrari con alcune idee che scaturiscono dalla mia esperienza professionale.
L'avvocato Montezemolo giustamente afferma che non si vince se si resta sempre piazzati in difesa. Infatti, aggiungo io, l'avversario capace attacca, spinge la nostra difesa, cerca di avanzare per sfondare la nostra linea difensiva a barriera e a lungo andare riesce ad andare in goal.
Se spostiamo l'esempio calcistico nell'ambiente del lavoro e dello studio comprendiamo subito che ricerca, innovazione, unione nel fare squadra rappresentano le situazioni vincenti.
Spostiamoci ad esempio nel settore produttivo siderurgico, ambiente che conosco molto bene.
Il produttore che non innova per produrre acciai nuovi, migliori, più adatti al mercato maturo, non può pensare di avere futuro.
Eppure assistiamo a comportamenti che sembrano puntare all'immobilismo nella ricerca per non spendere e trovare il massimo guadagno immediato.
Ma i nostri impianti invecchiano, necessitano di manutenzione profonda spesso non eseguita, la concorrenza investe, studia, programma nuovi materiali, ecc.
Nel settore di cui parlo dovremmo fare riferimento alla Svezia che ha sempre investito in ricerca innovando.
Non tutte le aziende sono ccome la Ferrari o la Fiat. Molte sono l'esatto opposto a causa di "imprenditori" che in realtà non sono tali.
Spero di essere stato chiaro nell'illustrare il mio pensiero.
Saluti a tutti gli amici.

#8 da Agostino Ratto, inviato il 8/5/2010
L'intervento di Luca Cordero di Montezemolo mi sembra veramente appropriatoe pone in luce le necessità del nostro Paese sotto l'aspetto di poter disporre di futuri managers capaci, con un iter scolastico alto, fuori dalle logiche della raccomandazione, vecchio vizio italico. Complimenti per quanto espresso in questo momento di crisi strisciante e molto pericolosa.
Cordiali saluti.
IL SIDERURGICO

#7 da Flavio Pellis, inviato il 6/5/2010
”L’ITALIA È CHIUSA NELL’ANGOLO DA MOLTO TEMPO PRIMA CHE INIZIASSE LA CRISI”. Tutto ciò ha allargato l’area di disagio e di sofferenza dei tanti che hanno esaurito i pochi risparmi accumulati (tant’è che l’indebitamento delle famiglie è quasi raddoppiato nel quinquennio 2002-2007), che hanno perduto il lavoro, che non possono più contare sulla solidarietà familiare; per di più in una continua diminuzione dei fondi a disposizione degli enti locali per scopi di assistenza. Vent’anni fa questi fenomeni, uniti all’ampiezza dell’evasione fiscale confermata dalle statistiche, avrebbero provocato tensioni, ribellioni e disordini. Oggi non succede nulla: pace sociale, calma piatta, ad eccezione di qualche iniziativa clamorosa, ma isolata, vedi i lavoratori degli impianti chimici di Porto Torres, che si sono auto-reclusi nell’ex-carcere dell’Asinara per avere un po’ di visibilità, visto che questi temi sono tenuti fuori dai circuiti mediatici. La spiegazione che ritengo più appropriata è data dalla diffusione pervasiva ed imperante della logica anarco-individualista, cioè un atteggiamento rivolto esclusivamente alla tutela degli interessi individual/familiari, alla propria autoconservazione familiar-clientelare. La tendenza dilagante è cercare la soluzione ai “propri” problemi, inseguendo raccomandazioni e favoritismi, che si traduce nella rincorsa alla ricerca e richiesta di privilegi a scapito degli altri, marginalizzati dalla c risi. Forse questa è la motivazione più profonda ed intima, quasi viscerale, del trionfo dell’ ANARCO-LIBERISMO (confermato dai risultati delle elezioni regionali), che blatera sul cambiamento, le riforme, il federalismo, la modernizzazione del paese, mentre nasconde la realtà di “squali” che si azzannano per occupare i centri nevralgici del potere economico-finanziario! Per non parlare poi degli stereotipi propinati mediaticamente in grado di garantire “immagine, successo, soldi”; a patto di trovare (come messaggio subliminale) il “canale” giusto per arrivarci e che può essere rappresentato dalle amicizie e relazioni familiari, dal politico di turno, da qualche “furbizia” tollerata (compreso la mercificazione del sesso), anzi giustificata, ammirata ed invidiata. Insomma, qualsiasi cosa va bene, meno che il lavoro, che viene percepito quasi come un ”disvalore”, cioè il mezzo più faticoso e meno ambito per realizzare la propria autostima. Peraltro, il “lavoro” proposto è fondamentalmente instabile e precario; come potrebbe essere rilevato se venissero diffuse le informazioni previste dall’art.11 del D.L.78/2009, relative alle «comunicazioni obbligatorie» dei datori di lavoro. Questi dati, se non fossero occultati, permetterebbero di avere, in tempo reale, le dinamiche del mercato del lavoro e soprattutto di che tipo: se a tempo indeterminato od “atipico”. In più anche il lavoro stabile è diventato a rischio, in quanto la crisi finanziaria si è tradotta in crisi industriali e queste, a loro volta, in crisi del lavoro, dove i costi sociali sono scaricati sull’ ultimo anello: sui lavoratori, sui pensionati e sui ceti più deboli; di certo non sono pagati dal colpevole capitalismo finanziario. Quello che emerge dalla frammentazione degli interessi nel tessuto sociale, è un nuovo “darwinismo sociale”, in alternativa a qualsiasi dimensione collettiva e solidale, perché, soprattutto in Italia, si sono disperse le logiche che hanno caratterizzato lo scenario economico e sociale nel cinquantennio post-bellico: quella dell’economia sociale di mercato, quella liberal-democratica, ed anche quella del cristianesimo sociale. Ebbene, ritengo che questo è il problema fondamentale: perchè la vera distinzione tra “conservatori” e “progressisti”, dopo la fine delle ideologie con la caduta del muro nel 1989, si misura unicamente sul terreno delle politiche socio-economiche. Per questo motivo sostengo che l’unica strada “progressista” che conduca ad una società del benessere, è quella di una Politica Economica Solidale (o nuova economia sociale di mercato, adattata ai tempi) che sia non solo di freno e contrappeso allo strapotere del capitalismo finanziario globalizzato senza regole e controlli, ma in grado di innestare un riequilibrio nelle diseguaglianze della distribuzione dei redditi, nell’eguaglianza delle opportunità, rovesciando la logica imperante di esaltazione dell’egoistico arricchimento individuale, che è all’origine della crisi (che in Italia è iniziata dal 2002). Non è solo un sistema diverso, più solidaristico, di governo dell’economia, non è solo una ulteriore forma di riformismo, né tantomeno una ideologia: è un nuovo approccio culturale. E’ la strada per restituire una dimensione e uno spessore etico all’economia, reimpostandola verso la realizzazione del bene comune e non solo verso l’arricchimento individuale. Risponde ad una logica sociale, solidale e comunitaria, che mette al primo punto la centralità della persona nella sua dimensione sociale. Perciò ritengo necessario, indispensabile, ripartire da QUATTRO priorità: 1. Riscoprire l’etica del rispetto delle regole e della legalità, anche per far esplodere la contraddizione che da un lato accetta ed ammira (e vorrebbe emulare, anziché condannare) un mondo di “furbi” che non pagano mai dazio e, dall’altro pretende “sicurezza” e protezione dalla grande e piccola criminalità. Emblematica può essere una SERIA lotta all’ Evasione Fiscale, ascrivendola come REATO PENALE, al fine di recuperare le risorse necessarie per innalzare il potere d’acquisto dei redditi fissi, incidendo indirettamente sull’aumento dei consumi interni (che sono circa il 70% del PIL), oltre che per contrastare la concorrenza sleale da parte delle imprese che utilizzano evasione, sottosalario e lavoro nero, contro le imprese regolari. 2. Rielaborare una proposta politica e strategica centrata sulle questioni sociali ed economiche (amplificate dalla crisi), non solo per riequilibrare l’iniqua distribuzione del reddito che ha privilegiato rendite/profitti a scapito di lavoro/pensione, ma anche per riportare la precarietà del lavoro ad una dimensione di flessibilità contenuta, regolata temporalmente, e comunque non meno onerosa delle occupazioni stabili. 3. Rilanciare un MOVIMENTO STRUTTURATO con idee, uomini, organizzazione, in grado di raggiungere l’intera popolazione, anche per recuperare i consensi ed allargarli, a partire dall’ex-ceto medio, alle aree produttive artigiane e di piccole imprese che sono schiacciate tra la crisi, le strette del credito, le inefficienze ed i ritardi della pubblica amministrazione (pagamenti compresi), riduzioni di commesse da parte delle imprese più grandi. Basta con la rincorsa mediatico-televisiva (riconoscendo che non è questo il terreno su cui si può battere la politica usata solo come vuota propaganda); occorre riscoprire il confronto quotidiano e permanente nei luoghi fisici di aggregazione dei cittadini, e nelle reti virtuali utilizzando Internet al meglio delle potenzialità, in grado di esercitare l'autonomia e l’indipendenza dell’informazione, come veicolo di diffusione libera e democratica, non controllabile od oscurabile; nonchè utilizzare e servirsi di qualsiasi altra forma utile allo scopo della diffusione capillare di avvenimenti, idee e opinioni. 4. Rimettere in moto un profondo ricambio generazionale basato non sulla fedeltà al capo (o capetto, locale o di fazione), bensì sulle competenze, sul merito, sul talento, sull’impegno, sulla valorizzazione dell’intelligenza delle donne; in sostanza che sia l’esempio etico di una selezione non clientelare, non familiare, non ereditaria; che possa costruire, in prospettiva, un futuro gruppo dirigente ed una leadership autorevole ed eticamente riconoscibile, in grado di rappresentare questo cambiamento strategico, soprattutto culturale, prima ancora che sociale, economico e politico. In sintesi, va recuperato uno spirito collettivo e solidale, finalizzato alla costruzione di una società del benessere, che sia di cambiamento e rivitalizzazione di un declinante sistema di democrazia politica, allargandone gli spazi di partecipazione, creando una classe dirigente che anteponga l’interesse collettivo a quello degli interessi particolari. Siccome l’attuale maggioranza di governo, tutto farà, meno questo (e le opposizioni farfugliano senza avanzare proposte), è compito delle forze progressiste (e di tutti i “cervelli liberi”) assumersi questa responsabilità, altrimenti si continuerà a galleggiare (arretrando); ma quello che è più grave, a condannare inesorabilmente il paese ad un non-futuro. _______________________________ Flavio Pellis - Segretario Generale di AReS – Associazione per il Riformismo e la Solidarietà

#6 da Claudio Carpentieri, inviato il 5/5/2010
Egregio Dottor Montezemolo Ad integrazione del Suo intervento, mi permetto di aggiungere alcune considerazioni su come migliorare il nostro sistema Paese. Come cittadino italiano non posso non evidenziare alcune problematiche, emerse da tempo, che rischiano di depauperare definitivamente il nostro Sistema Paese. Non esistono di certo ricette magiche, ma più si osserva quanto accade e più cresce in molti di noi l’impulso ad intervenire in campo, se non politico, almeno pubblico. Ciò che si dovrebbe fare per migliorare realmente il nostro sistema, sono ben diverse da quelle che il Sistema Paese, nel suo complesso, ed in particolare un Sistema Politico, troppo spesso "interessato" e poco efficace, sta portando avanti per alcuni aspetti e non sta intraprendendo per altri. Non mi addentro nelle tematiche di carattere sociale (educazione, immigrazione, sicurezza, etc.) non perché non le reputi degne d’interventi politici, ma perché ritengo che la realtà italiana continuerà ad esistere e sarà in grado di affrontare con maggior forza tali problematiche, solo se riuscirà a intraprendere un cammino se non di rilancio, almeno di ripresa economica. Provo a citare quelli che secondo me dovrebbero essere i due principali punti per una politica del rilancio. 1. Diminuire il peso dello Stato sull’economia Il federalismo, compresa la nuova riforma che dovrà progressivamente introdurre quello fiscale, rischia di aggravare quanto denunciato ne “La casta”. Il federalismo è nato da un progetto politico del Nord, capitanato dalla Lega, che mirava a separare l’Italia, liberando la “Padania” dalla zavorra meridionale. Gli altri partiti, anche di sinistra (ricordiamoci che la modifica del titolo V della Costituzione è avvenuta con la sinistra al governo), hanno visto nella devolution l’opportunità di ampliare i centri di potere, attraverso i quali gestire (a fini politici, partitici e talvolta personali) risorse varie (appalti, fondi, posti di lavoro). Al cittadino Italiano medio poco importa sapere se ci sono uno o più centri decisionali (nel nostro caso 22, 21 regioni più stato centrale) a livello centrale o locale, che operano per erogare servizi quali la sanità, l’istruzione, etc. L’importante per loro, ad esempio, è che nel momento in cui hanno bisogno di un medico o di un ricovero, questo gli sia garantito in tempi e a costi accettabili, diretti (ticket) e indiretti (tassazione). La Costituzione è stata definita nel ‘46-’48, quando le tecnologie non consentivano di comunicare con la qualità e la velocità odierna. Il decentramento, o devolution che dir si voglia, a quei tempi, non era solo necessario, ma probabilmente indispensabile, per rendere la macchina amministrativa più vicina alle esigenze del paziente. Ma oggi è veramente indispensabile che esistano tante persone che “decidono ed organizzano” servizi, con enormi duplicazioni, sperequazioni, etc. o forse ci potrebbe essere un modo forse più efficace e sicuramente molto più efficiente per essere vicini ai cittadini? Mi riferisco, non solo alle Provincie, ma anche a molte funzioni e molti poteri regionali. Ma all’italiano medio, privo di desideri secessionisti e di tornaconti personali (posti pubblici, raccomandazioni, etc.), interessa davvero sapere dove sia colui che decide, se quello che riceve soddisfa le sue esigenze ed aspettative? La domanda da farsi è: se è vero che bisogna ridurre il peso dello Stato sull’economia, cosa faremo della forza lavoro che vive in questo sistema, alle dipendenze o come indotto? La risposta potrebbe essere logicamente semplice (il percorso meno, ma le alternative quali sono?): la forza lavoro si indirizza su tutte quelle attività che possono generare risorse e servizi che accrescano realmente il valore del Sistema Paese e, pertanto, direttamente o indirettamente essere rivenduti all’estero. Parte della spesa pubblica risparmiata, dovrebbe essere destinata ad ammortizzatori sociali, incentivi per nuove imprese, aiuti in conto capitale (è vero che gli aiuti di Stato sono mal visti dall’EU, ma Obama sta dimostrando che dall’eccessivo liberismo si può tornare verso un ponderato intervento del pubblico nell’economia). E qui andiamo al secondo punto. 2. (Ri)lanciare i settori di traino per l’economia del paese Si dovrebbe fare un piano strategico per il nostro paese. Da un lato identificare i settori che rappresentano i punti di forza che caratterizzano e rafforzano l’identità e l’immagine del Sistema Italia (patrimonio culturale, turismo, design, moda, cucina, agricoltura “doc”, etc.) sui quali avviare programmi di rilancio e/o di sviluppo, sia a livello nazionale, sia rafforzando e riorganizzando le professionalità e le realtà già operanti sia a livello privato che pubblico e anche locale. Dall’altro, per gli altri settori, fare una Gap analisi e SWOT analisi (rispettivamente analisi dei differenziali e dei punti di forza e di debolezza, comprese minacce ed opportunità) del nostro Paese. In pratica rispondere alle seguenti domande: * Quali saranno i settori di traino dell’economia e dello sviluppo mondiale nei prossimi anni e decenni? * Come si posiziona l’Italia in questi settori e rispetto alle principali nazioni concorrenti e quali sono i suoi punti di forza e di debolezza? * Quali sono i gap (differenziali) da colmare per diventare competitivi in quei settori e di quali risorse si ha bisogno? In base a questa analisi dovrebbero essere operate delle scelte, inevitabilmente anche di carattere politico, non solo sugli obiettivi, ma anche su priorità, tempi e modi. E qui, ritengo, che un approccio bipartisan sia necessario. Una maggioranza, per il breve arco temporale in cui opera, al massimo quinquennale, salvo riconferme, non è sufficiente per operare scelte che riguarderanno un paio di decenni del nostro futuro. Le priorità di intervento, dovrebbero essere, logicamente, selezionate per portare risultati sia a breve e a medio-lungo termine, in modo da evitare apnee prolungate da un lato e, sia il fiato corto. Il Governo dovrebbe creare delle task-force dedicate, composte da esponenti delle istituzioni e da operatori privati, che con approccio progettuale e programmatico, definiscono, attuano e controllano azioni e misure”. Claudio Carpentieri

#5 da Salvatore Corradi, inviato il 4/5/2010
Buongiorno Presidente Montezemolo,
non senpre mi sono trovato sulle sue posizioni. I questo paese nel quale nessuno riesce mai a fare un passo indietro Lei ne ha fatto uno lasciando spazio ad una nuova e "giovane" generazione di Agnelli. Io ho una azienda che è concentrata solo sui giovani per cui apprezzo realmente il valore del fatto.
Congratulazioni
Salvatore Corradi
Presidente
Bachelor Selezione Neolaureati

#4 da Massimiliano Mazzocchetti, inviato il 3/5/2010
Siamo in molti (italiani all'estero) che avrebbero un gran voglia di poter tornare a casa; ma con dei presupposti basati sui valori espressi da Montezemolo.

#3 da Salvatore, inviato il 30/4/2010
Davvero un discorso intenso , complesso , leale e pieno di speranza nel futuro di questo Paese.
Complimenti.

#2 da ANTONIO, inviato il 30/4/2010
Sig. Presidente,
grazie per le parole di speranza e per la lucida rappresentazione della realtà italiana e delle sfide che ci attendono. Sono un trentenne del SUD. Qel SUD spesso martoriato e soprattutto tradito da una classe dirigente incapace, se non disonesta.
Ma questo non può continuare a rappresentare un alibi all'immobilismo dilagante, che alimenta il malcostume e il declino di una generazione e di una società intera, sotto i colpi una sconcertante decadenza mediatica.
Non lo possiamo più permettere.
Abbiamo bisogno di fatti. Abbiamo bisogno di esprimere nell'azione il nostro bisogno di cambiare. Un nuovo percorso, fatto di obiettivi chiari, determinazione, competenze e soprattutto di una guida carismatica. Sono convinto che gli ingredienti ci siano tutti, a cominciare dalle sue parole. Spero di poter fare la mia parte.
Un caloroso e informale "in bocca al lupo".
af

#1 da Giulio Portolan, inviato il 28/4/2010
Sono, queste del Presidente Montezemolo, parole ricche di speranza e di coraggio, ma anche di realismo, perché la politica in Italia è in movimento, non solo per l’interesse nazionale. E’ in Italia che si gioca forse la partita decisiva, per equilibri che riguardano anche l’Europa e il mondo. Nelle parole del Presidente si parla indistintamente di classe dirigente industriale e politica. La prima viene controllata, nei comportamenti, dal mercato, che li rende necessariamente virtuosi. La seconda segue una “vocazione”, al “bene comune”, a fare il bene della gente, e a potenziare il sistema-Paese. Sappiamo che l’Italia è ferma per precise ragioni storiche, che sono anche una necessità, non frutto solo di scelte eticamente sbagliate (come la corruzione), ma anche perché crocevia di interessi molteplici e tra loro contrapposti, che nella loro contrapposizione fanno sistema, interessi egoistici e altruistici. L’aver lasciato la presidenza della FIAT a un giovane è l’indicazione più concreta che la classe dirigente, che guida l’economia italiana, ha fiducia nel futuro e nelle capacità delle giovani generazioni, sentimento espresso più volte anche dal Presidente Napolitano.



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