Il diritto alla salute ci rende una comunità civile
Discutiamo di problemi concreti: la sanità è partecipazione
di
Luca di Montezemolo
Perché Italia Futura si occupa di sanità? Perché sentiamo il bisogno, come la grande maggioranza degli italiani, di discutere di problemi concreti e non degli scontri ideologici nei quali rischia di affogare la nostra politica. Fin dall’inizio questa associazione si è occupata di problemi concreti. Nei mesi scorsi abbiamo discusso di mobilità sociale (e quindi dell’ascensore sociale che permette ai più meritevoli di dar prova di sé). Abbiamo discusso del ruolo dei maestri e delle maestre elementari come levatori e levatrici della nostra comunità nazionale. Abbiamo lavorato sulla creatività civile e sul merito e lavoreremo sull’occupazione giovanile e sul fisco.
Proprio sul fisco, che in assoluto rappresenta il tema concreto che interessa più da vicino la gran parte delle famiglie italiane, pochi giorni fa la nostra associazione ha proposto una riforma piccola, semplice ma fondamentale: destinare automaticamente ogni euro ricavato dalla lotta all’evasione alla riduzione della pressione fiscale. Appare ormai evidente a tutti che i due record italiani in fatto di tasse (il record di pressione fiscale e quello di evasione) possono essere cancellati solo congiuntamente. Con la nostra proposta si eliminerebbe ogni residuo alibi per chi evade (perché se paghi le tasse la pressione fiscale diminuirà) e al contempo si darebbe ampia rassicurazione ai contribuenti su come saranno utilizzati i loro soldi.
Discutiamo dunque di temi concreti. E tra questi temi concreti la sanità occupa un posto di primissimo piano. Perché non c’è dubbio che la sanità, e dunque il diritto alla salute per ogni cittadino, sia il primo indicatore sul quale si misura la qualità di una comunità civile. Le preoccupazioni, le aspettative, le esigenze primarie dei cittadini si concentrano in gran parte sul tema della salute, come ci ha spiegato nel dettaglio Renato Mannheimer. E la visione del futuro di una classe dirigente si misura anche dalla sua capacità di assicurare al più ampio numero di persone un servizio sanitario affidabile, giusto e accessibile.
Ma non solo: il sistema sanitario è lo specchio di un paese. Vi si ritrovano i punti di forza di una nazione insieme ai suoi punti di debolezza, il livello di efficienza nella spesa pubblica insieme al grado di responsabilità degli amministratori, le competenze e la passione di moltissimi straordinari professionisti.
Guardiamo allora alla sanità, al diritto alla salute, anche come ad un esempio di quella sostanza su cui dovrebbe concentrarsi la politica. Invece di perdersi dietro le liti infinite provocate da quelle che sembrano solo questioni di forma. Penso che il livello di disaffezione dalla politica di moltissimi cittadini (un livello ormai drammatico, come è stato dimostrato anche dall’astensionismo nelle ultime elezioni regionali) sia legato soprattutto all’incapacità della politica di occuparsi della sostanza dei problemi.
Guardiamo ad esempio al federalismo, sul quale siamo tornati a discutere in questi giorni. Si tratta di un cambiamento epocale per il nostro paese, una possibilità per dare nuova vitalità al rapporto tra cittadini e istituzioni. Eppure troppo spesso si ha l’impressione che si discuta di federalismo solo nei suoi aspetti ideologici. Alimentando uno scontro ancora una volta lontano dalle legittime aspettative dei cittadini.
Sono convinto, ad esempio, che il successo elettorale della Lega non sia stato determinato da fattori ideologici ma dalla buona qualità di molti amministratori locali che hanno dimostrato ai propri cittadini di saper fare bene e di saper risolvere molti problemi. Sarebbe opportuno che ci si concentrasse su questo, e dunque sulla concretezza dell’azione di governo sia a livello nazionale che locale, invece di essere travolti da un clima di scontro ideologico che non può essere compreso dal paese.
La stessa ansia di concretezza dovrebbe valere anche per il governo, dove vi sono competenze di eccellente livello, che hanno dato ottima prova in questa prima parte di legislatura. E allora mi domando: perché non ci si concentra sulle (tante) buone cose fatte e sulle (tantissime) cose ancora da fare nei tre anni di legislatura che rimangono? Tasse, lavoro, giovani, sanità, infrastrutture, qualità della spesa pubblica, taglio della burocrazia, ricerca e innovazione… Mi pare che gli impegni non manchino. Domandiamoci se è opportuno, all’uscita di una crisi economica di enorme impatto, i cui effetti si faranno ancora sentire, dedicare i prossimi anni ad una discussione infinita sul modello di riforma istituzionale.
Meno ideologia, più concretezza. Anche nel campo della sanità. Dovremmo fare in modo che il federalismo acceleri i procesi virtuosi (nelle regioni che riescono a tenere i conti in ordine) senza accentuare i comportamenti viziosi delle altre regioni.
Vogliamo davvero che, per colpa di amministratori non virtuosi, un intero pezzo d’Italia sia abbandonato al proprio destino anche nel fondamentale diritto alla salute? Vogliamo davvero che due cittadini italiani, di cui uno vive in Calabria e l’altro in Piemonte, abbiano un accesso tanto diseguale alle prestazioni sanitarie?
Guardate: io capisco perfettamente la stanchezza del Nord. Nessuno ne può più di pagare fiumi di denaro per i forestali in Calabria, i rifiuti in Campania, la sanità in Sicilia quando mancano i soldi per gli asili nido e per le infrastrutture e le tasse sono ad un livello record. Non ne possono più i cittadini del Nord ma credo che non ne possano più la maggioranza dei cittadini del Sud. Ma siamo sicuri che la risposta sia assecondare il processo di creazione di un’Italia a due velocità? Io ritengo che questa sarebbe una grave sconfitta per tutto il paese e aprirebbe un periodo di enorme conflittualità.
Se non vogliamo cessare di essere una nazione, una nazione di italiani prima ancora che un insieme di comunità, dobbiamo assolutamente garantire che il federalismo sia equilibrato dalla garanzia che per tutti gli italiani vi siano standard essenziali e uguali nelle prestazioni sanitarie.
Ma la sanità è un settore fondamentale anche per un altro motivo. Anche in questo campo si misura l’importanza dei temi del merito come criterio di promozione e valutazione, della capacità della politica di sapere investire sul futuro (e dunque sull’innovazione e sulla ricerca) ma anche della capacità di chi amministra la cosa pubblica di reperire risorse per la crescita.
Troppo spesso in questi anni abbiamo sentito parlare di tagli agli sprechi che poi non sono stati realizzati. Nessuno parla più di tagliare le province, ad esempio. Nessuno parla più di ridurre i costi della politica, che rimane ancora oggi l’azienda più costosa del nostro paese. Nessuno parla più del fatto che la spesa sociale italiana, che per dimensioni non è lontana da quella di altri grandi paesi europei, in realtà viene occupata per una quota abnorme dai costi di pensione e sanità: con il risultato di lasciare pochissimo spazio alle risorse per i giovani e per il futuro.
Oggi Italia Futura, con il rapporto curato da Walter Ricciardi, propone alla discussione pubblica una visione di riforma della sanità italiana. Una visione che prende spunto dalle esperienze internazionali più avanzate e che guarda ad alcune esigenze di fondo:
- la necessità di distinguere tra politica e gestione in campo sanitario e dunque di garantire alla sanità una vera autonomia dalla politica, soprattutto per quanto riguarda la dimensione imprenditoriale;
- la necessità di garantire al cittadino/paziente un pieno livello di informazione e consapevolezza nelle scelte sulla propria salute, perché nell’era di internet è impensabile che le informazioni sulla salute non siano diffuse a livello capillare tra i cittadini per garantire la piena facoltà di scelta;
- la garanzia della responsabilità individuale anche dal punto di vista economico e organizzativo.
Voglio citare qualche numero, dal quale emerge l’autentica emergenza della situazione sanitaria a livello nazionale e regionale. Innanzitutto la voragine dei debiti per ASL e ospedali vede un accumulo di 29 miliardi di euro tra 2003 e 2009, ovvero l’equivalente di due leggi finanziarie di media taglia. Inoltre, per il solo 2009, il disavanzo totale per ASL e ospedali è pari a 3,4 miliardi, ovvero una somma di 54,2 euro che grava su ogni cittadino italiano per il solo 2009. È naturalmente sui conti che si fonda gran parte della diversità regionale in ambito sanitario, con l’80% del deficit che si concentra in regioni come Lazio, Campania, Abruzzo, Molise, Calabria, Sicilia e Liguria.
Cosa ci dicono questi numeri? Che la sanità, che vale mediamente l’83% dei bilanci locali, è la vera minaccia che incombe sulle regioni. Chiamando tutti noi ad assumerci fino in fondo la responsabilità di richiamare tutti gli amministratori ad una maggiore coerenza tra annunci e comportamenti. Ad esempio non potrà essere più tollerabile, come è accaduto lo scorso gennaio in Calabria (uno dei casi più drammatici in campo sanitario, sia per quanto riguarda i conti che per quanto riguarda il livello di soddisfazione dei cittadini), che l’amministrazione regionale riconosca un aumento del 20% di stipendio ai direttori generali delle ASL a prescindere dai risultati.
Dopo aver visto questi dati, poniamoci allora alcune domande scomode. E’ giusto che un cittadino campano o calabrese abbia una minore aspettativa di vita di un marchigiano o di un friulano? E’ giusto che in alcune regioni del Nord non vi siano praticamente liste di attesa e che in altre le attese siano di anni? E’ giusto che un vaccino sia offerto attivamente e gratuitamente ai bambini di una regione e sia disponibile solo a pagamento nella regione limitrofa? E’ giusto che, secondo una recente indagine, tutti gli oltre 400 Direttori Generali di ASL e Aziende Sanitarie siano attribuiti “in quota” ai partiti politici e che, secondo l’ultima relazione del Procuratore Generale della Corte dei Conti, vi sia un aumento generalizzato della corruzione nell’amministrazione pubblica e, soprattutto, nella sanità?
Su questa base dobbiamo guardare con attenzione, anche in campo sanitario, a quanto sta avvenendo fuori dai nostri confini nazionali. Dove fin dagli anni Sessanta si era assistito ad un processo di decentralizzazione. Ebbene, come stanno dimostrando tra l’altro le ricerche del professor Ricciardi, negli ultimi anni quel processo è stato invertito. E in paesi sicuramente molto avanzati in campo sanitario come la Norvegia, la Danimarca, la Francia e la Germania dalla metà di questo decennio sono state introdotte misure di centralizzazione di alcuni fondamentali processi decisionali. La sfida, anche per l’Italia, deve dunque diventare quella di conciliare la necessità di un governo centrale più forte delle politiche e dei conti in ambito sanitario con l’indispensabile autonomia decisionale e persino imprenditoriale dei responsabili delle attività sanitarie.
Così come è fondamentale partire dal riconoscimento dei livelli straordinari di talento e capacità professionale che sono presenti in tanta parte delle nostre strutture sanitarie, pubbliche e private. Perché troppo spesso ce la prendiamo con operatori e strutture che contengono invece eccellenze di assoluto valore.
Voglio ricordare a questo proposito un episodio personale, che mi è accaduto nel febbraio di due anni fa. Per un piccolo incidente domestico ho dovuto portare mia figlia al pronto soccorso pediatrico del Policlinico Umberto I di Roma. Sono stato straordinariamente colpito dal livello di efficienza, umanità e professionalità di tutti i medici e gli operatori che ho trovato al Policlinico. Nonostante tutti i luoghi comuni e i miti negativi che circolano su questo e su altri grandi ospedali pubblici italiani.
L’Italia, il nostro paese, è molto migliore di come troppo spesso la dipingiamo. Siamo una nazione ricca, forte, solida e vitale. Soprattutto grazie alla passione e all’intelligenza di milioni di italiani che ogni giorno si dedicano al proprio lavoro con grande dedizione. Siamo una nazione che ha mostrato di saper reagire alle stagioni difficili, com’è accaduto anche negli ultimi mesi di fronte alla crisi economica.
Verso il nostro paese e verso i milioni di italiani che lo rendono forte abbiamo allora il dovere di riflettere, come classe dirigente, sui temi sui quali si deciderà il nostro futuro di qui a 5-10 anni. Tra questi temi, la sanità è al primo posto. E discutendo di salute e di prestazioni sanitarie discutiamo anche del nostro essere una nazione, del nostro essere italiani.
L’anno prossimo festeggeremo i 150 anni dell’Unità d’Italia. Sarà un’ottima occasione per riflettere, fuori da ogni retorica, sulle minacce che sono di fronte alla nostra nazione.
Stiamo correndo il rischio di assecondare un processo di dissoluzione spontanea del nostro essere italiani: senza proclami di secessione, senza traumi spettacolari, senza rumore. Stiamo diventando sempre più frammentati: tra Nord e Sud, tra giovani e vecchi, tra garantiti e non garantiti. Esistono linee di frattura profonde che indeboliscono alla radice il nostro essere una comunità nazionale e che devono essere ricomposte.
L’Italia ha fatto passi avanti solo quando ha saputo unirsi intorno ad obiettivi forti. La risposta ai rischi globali non può essere la paura, la chiusura o un paese fai da te che non si riconosce più in un futuro comune. Nessuno ha mai vinto una sfida giocando solo in difesa.
Ecco allora, in conclusione, il senso della nostra proposta. Discutere di problemi concreti com’è la sanità, guardare alle soluzioni possibili, riportare l’attenzione del paese su temi fondamentali come il merito, i giovani, la vera coesione nazionale. Temi sui quali si deciderà il futuro del nostro paese e sui quali qualunque classe dirigente sarà chiamata a rispondere da chi verrà dopo di noi.
Intervento conclusivo alla presentazione della campagna "Sanità è partecipazione", Bologna, 17 aprile 2010.