Una riforma fiscale platonica o vera?
Dalla lotta all'evasione alla riduzione delle tasse
di
Nicola Rossiii ,
pubblicato il 14 aprile 2010
Il ministro dell’Economia è persona degna di fede. Chi avesse ancora qualche dubbio può ripercorrere le immagini degli ultimi due anni. Vi ritroverà – accanto a molte altre cose, non tutte condivisibili – una non comune linearità ed una encomiabile fermezza nella gestione delle finanze pubbliche. Merita, quindi, il ministro di essere creduto quando afferma – come ha fatto solo qualche giorno fa a Parma – che la riforma fiscale che il governo ha allo studio per la fase conclusiva della legislatura “non sarà platonica ma ad alta intensità politica”. E, se le parole hanno un senso (ed in questo caso non possono non averlo), ciò implica che ad un riordino complessivo (e, speriamo, soprattutto duraturo) del sistema si accompagnerà una riduzione non proprio simbolica della pressione fiscale.
Tutto bene, dunque, se non fosse che tre anni sono terribilmente lunghi. E per quanto il ministro dell’Economia sia persona credibile, le famiglie e le imprese italiane sanno fin troppo bene che anche alle migliori intenzioni spesso non seguono i fatti, perché a non essere credibile è la politica nel suo complesso. E invece sarebbe opportuno che l’idea di una riforma fiscale tanto profonda nella qualità quanto incisiva nella quantità fosse considerata attendibile - anzi certa - fin da oggi e fosse incorporata nelle proprie aspettative da consumatori ed imprese. Si anticiperebbero così ad oggi – ed è evidente che ne avremmo fin troppo bisogno – parte degli effetti positivi della riforma.
Come ottenere questo risultato senza intaccare gli equilibri di finanza pubblica e senza suscitare nei mercati finanziari aspettative negative circa la tenuta di quegli equilibri? Un’ipotesi – che riprende un suggerimento recente di ItaliaFutura - potrebbe essere la seguente. Si chieda al Ragioniere Generale dello Stato di attestare, in occasione della discussione del Documento di Programmazione economico-finanziaria 2010-2013 e dei Documenti successivi, il maggior gettito conseguente – in ogni forma ed in termini presumibilmente permanenti – dalle azioni di contrasto all’evasione condotte dal Governo nell’anno precedente e si collochi detto maggior gettito (al netto dei relativi costi) in apposito fondo destinato in maniera inequivoca a finanziare la riforma fiscale. Così facendo non si inciderebbe sugli attuali equilibri di finanza pubblica né si assumerebbero impegni che potrebbero poi rivelarsi troppo onerosi. Al tempo stesso, però, si darebbe un indirizzo ed una concretezza al percorso della riforma legando strettamente, fin da ora e non solo a parole, il contrasto all’evasione alla riduzione del carico fiscale. Cosicché, nel 2013, sarebbero possibili solo due ipotesi: quella di una riforma “platonica” conseguente ad una altrettanto “platonica” lotta all’evasione, e quella di una riforma “vera” frutto di un’azione efficace dell’Amministrazione finanziaria. Ultimo, ma non meno importante, si comincerebbe a fare un po’ di necessaria chiarezza sulla lotta all’evasione, sui suoi ritorni e sui suoi costi.
Si dirà che l’articolo 4 della legge finanziaria per il 2010 fa, più o meno, la stessa cosa nel momento in cui assegna “le maggiori disponibilità di finanza pubblica che si realizzassero nell'anno 2010 rispetto alle previsioni del Documento di programmazione economico-finanziaria per gli anni 2010-2013 … alla riduzione della pressione fiscale nei confronti delle famiglie con figli e dei percettori di reddito medio-basso, con priorità per i lavoratori dipendenti e i pensionati”. Ma così non è. Perché quello della legge finanziaria per il 2010 – ed è solo l’ultimo di una lunga serie - è nulla più di un impegno politico e cioè un titolo che (forse non del tutto a torto) molti considerano “tossico” e che ormai da tempo non ha più mercato. In questo senso, rendere credibile oggi la riforma fiscale del 2013 (senza mettere a repentaglio l’equilibrio dei conti pubblici) contribuirebbe non poco – e più di molte altre ipotesi - a riavvicinare la politica al Paese.