Mondo Futuro
Semipresidenzialismo? Il mito (lunare) del modello francese
di Marco Gervasoni
pubblicato il 13 aprile 2010

Riecco le riforme istituzionali: fino a due settimane fa era un tema fuori agenda e ora è repentinamente diventato il principale problema del paese. Il modo in cui il dibattito si sta svolgendo non promette però molto di buono e rischia di finire nel nulla, in linea del resto con le vicende degli ultimi vent’anni. Vale la pena di ripercorrerne brevemente la storia.
Il modello francese, dopo essere stato per anni proprio della destra missina, fu rivendicato da Craxi alla fine degli anni Ottanta. Ma Dc e Pci, in modo miope, bollarono il tutto come “peronismo” e poi il sistema crollò. L’Eliseo in chiave italica stava anche nelle pieghe del discorso di Mario Segni, che tuttavia lo tenne nascosto per non dividere il suo fronte.
Nella seconda Repubblica il dibattito fu ancora più strumentale: i postcomunisti, che per decenni l’avevano considerato un’anticamera dell'autoritarismo, sposarono il modello francese nella Bicamerale D’Alema, d’accordo Berlusconi, meno Fini e per niente la Lega. Fallita la Bicamerale, le forze in campo cambiarono repentinamente opzioni: i postcomunisti oscillarono tra modello tedesco, inglese e persino spagnolo, mentre il centrodestra, al di là delle dichiarazioni di facciata, si disinteressò della questione. Con il risultato delle elezioni del 2008 si disse poi che le riforme istituzionali non servivano più perché il sistema di era stabilizzato “politicamente”.
Ma oggi la Lega, nella sua ultraventennale vita sempre ostile al modello francese, ne diventa addirittura il “motore”. Non occorre essere studiosi di diritto costituzionale comparato per registrare la superficialità e la strumentalità del dibattito, così come l’assurdità delle prime proposte concrete - come quella di eleggere il Presidente con un turno unico.
Non occorre neppure essere storici per sapere che le condizioni in cui la Francia attuò il passaggio dalla Quarta alla Quinta Repubblica furono del tutto particolari, che De Gaulle riuscì a coinvolgere la quasi totalità delle forze politiche (con alcune grandi eccezioni, come Mendès-France e Mitterrand), che infine la Francia di allora apparteneva a un mondo che non esiste più. Senza dire che il cosiddetto modello francese mise anni per stabilizzarsi e, anche quando entrò a regime, riservò a volte sgradevoli sorprese (ricordiamo solo pochi anni fa l’approdo al secondo turno delle presidenziali di Jean Marie Le Pen). Ma gli apprendisti costituenti di questo non si curano.
Tocca quindi malinconicamente registrare il costante atteggiamento della classe politica italiana nei confronti delle riforme istituzionali: l’assenza di volontà costituente, la tendenza ad appoggiare sempre il modello che in quel momento avvantaggia il proprio particulare e mette in difficoltà alleati e avversari. Fu per questo che alla fine degli anni Ottanta, quando vi erano tante condizioni a favore di una riforma costituzionale, i partiti non furono in grado di attuarla. Più o meno per le stesse ragioni fallì la Bicamerale di D’Alema, in un altro momento in cui le riforme sarebbero state possibili.
Oggi il paese non sembra più pronto: le spaccature nelle forze politiche e nell'opinione pubblica trasformerebbero qualsiasi intervento in un colpo della maggioranza che, anziché stabilizzare il quadro, rischierebbero di renderlo ancora più caotico. Mentre gli effetti della crisi economica e la necessità di approntare gli strumenti per la ripresa rendono il tema del semipresidenzialismo qualcosa di lunare e persino di assurdo agli occhi della maggioranza degli italiani. Con il risultato di scavare un solco ancora più netto tra la classe politica e una larga parte del paese, ormai sempre più insoddisfatta dei prodotti del mercato politico, come il recente astensionismo ben insegna.