Apoti e tasse
Lotta all'evasione fiscale: per Italia Futura (e Draghi) così si riducono le tasse
di
Carlo Calenda e Andrea Romano ,
pubblicato il 6 aprile 2010
L’astensione ha colpito equamente tutti i protagonisti del cinepanettone della politica italiana, a sinistra, a destra e al centro. È la conferma che anche in Italia gli elettori esercitano il non voto come uno strumento di espressione democratica, come da tempo accade in tutto l’Occidente. Più che un segnale di distacco dalla cosa pubblica, è una forte richiesta di migliorare la qualità dello spettacolo politico. Gli apoti, coloro che con Prezzolini “non se la bevono”, non possono essere sbrigativamente e comodamente etichettati, di volta in volta, come qualunquisti, moderati scoraggiati o radicali delusi. Chi scrive ritiene che non esista una loro precisa fisionomia civile e politica, e che dunque nessun partito presente o futuro possa ritenere di intestarsi la loro rappresentanza. La scommessa non è quella di creare un nuovo contenitore partitico per gli astenuti, quanto piuttosto quella di cambiare il logoro format della politica italiana affinché chi non ha votato possa tornare a riconoscersi in proposte concrete.
In ogni caso, una conseguenza positiva l’astensione l’ha già determinata. La disponibilità che la gran parte delle forze politiche ha mostrato a discutere di riforme quanto mai urgenti per il paese. Tutto bene? Forse sì, se non fosse che i temi scelti (giustizia e presidenzialismo) sono i più conflittuali per gli schieramenti politici e tra i più lontani dalla vita di tutti i giorni per i cittadini. Dati alla mano, ne ha scritto Renato Mannheimer sul Corriere della Sera di domenica: la grande maggioranza degli italiani preferirebbe che le riforme si concentrassero su questioni più concrete come lavoro e tasse.
E forse proprio sulle tasse si può immaginare una diversa proposta intorno a cui la politica potrebbe tentare di trovare una convergenza in tempi brevi. Il fisco è il tema fondamentale su cui si concentra ampia parte del dibattito pubblico nei paesi occidentali e che in Italia rappresenta ancora una volta una patologia, con il doppio record negativo dell’evasione e del livello della tassazione (rapportato alla qualità dei servizi). Le tasse dividono in due il paese, tra chi è obbligato a pagarne troppe e chi non le paga affatto. È un tema su cui la gran parte degli italiani prova un profondo senso di ingiustizia e di inefficienza (per gli sprechi infiniti della spesa pubblica). Le tasse rappresentano infine una delle più importanti promesse disattese della politica italiana: dalla destra, per quanto riguarda una loro diminuzione, e dalla sinistra, con il logoro ritornello della lotta all’evasione come unico rimedio di ogni male.
Perché allora non trovare un’ampia convergenza intorno ad un meccanismo tanto semplice da apparire banale? Maggioranza e opposizione varino un provvedimento legislativo in base al quale ogni singolo euro recuperato all’evasione fiscale venga destinato AUTOMATICAMENTE alla diminuzione delle aliquote fiscali (magari incominciando proprio da quei giovani lavoratori che stanno patendo maggiormente la crisi). Un meccanismo che leghi una vera, forte e implacabile azione di contrasto all’evasione ad un’altrettanto decisa azione di diminuzione della pressione fiscale. L’aspetto fondamentale di questa proposta è l’automatismo del meccanismo che escluda margini di discrezionalità per la politica sull’utilizzo dei fondi recuperati. Inoltre si demolirebbe l’argomento principe dell’evasore (“non pago le tasse perché sono troppo alte”), sottoponendolo pubblicamente ad una pressione morale ben più incisiva di quella che riceve oggi. Si uscirebbe da quella trappola dell’uovo e della gallina che ci ha sin qui imprigionato su questo tema, con la destra che sostiene che l’unico modo di combattere l’evasione è abbassare le tasse e la sinistra che risponde che l’unico modo di abbassare le tasse è combattere l’evasione. Proviamo invece a legare le due cose in un modo immediatamente comprensibile dall’opinione pubblica. È un’iniziativa che tra l’altro permetterebbe finalmente al centro destra di mantenere la sua promessa fondativa di una rivoluzione fiscale. Anche perché dovrebbe ormai essere chiaro a tutti che per molti anni a venire sarà difficile recuperare diversamente risorse da destinare ad un taglio significativo del fisco.
Dodici milioni di cittadini hanno mandato un messaggio molto preciso alla politica in generale, ed al Pd e al Pdl in particolare. Gli apoti d’Italia, tutt’altro che qualunquisti e oziosi, hanno diritto a qualcosa di più dell’ennesima replica del generico “clima di concordia nazionale” già sperimentato dopo le elezioni del 2008 con quella che doveva essere la legislatura costituente che non ha mai visto la luce.